KARL OVE KNAUSGARD.
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UN UOMO INNAMORATO. 2015.
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Parte 2.
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Traduzione di: Margherita Podest Heir.
2015. Giangiacomo Feltrinelli Editore, MILANO.
Collana: I Narratori.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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A quellepoca mio padre aveva lasciato la famiglia, quindi Yngve, mia madre e io avevamo cominciato a festeggiare il Natale dai miei nonni materni, dove Kjartan, adesso sui trentacinque anni, continuava ancora a vivere e a lavorare. I quattro o cinque Natali trascorsi a casa loro sono senza dubbio i pi degni di memoria tra quelli a cui ho partecipato. La nonna era malata e sedeva a tavola rattrappita e tremante. Le tremavano le mani, le tremavano le braccia, le tremava la testa, le tremavano i piedi. Ogni tanto le veniva un attacco di crampi e doveva essere portata di peso su una sedia dove le gambe le venivano distese quasi con la forza e poi massaggiate. Ma era lucida, i suoi occhi erano svegli, ci guardava ed era felice di vederci. Il nonno, piccolo, rotondo e lesto, raccontava le sue storie quando poteva, e quando rideva, cosa che faceva sempre quando era immerso nei suoi racconti, gli venivano le lacrime agli occhi. Ma non ne aveva cos spesso loccasione perch Kjartan era l presente, e Kjartan aveva passato un anno intero a studiare Heidegger, si era lasciato colmare da Heidegger, lo aveva fatto nel mezzo di quella vita di lavoro spossante e futile senza poterlo condividere con nessuno perch nessuno nel raggio di chilometri aveva sentito parlare di Heidegger n tantomeno nessuno voleva sentirne parlare, anche se immaginavo che ci avesse tentato, doveva averlo fatto, tanto ne era preso, ma invano, nessuno capiva, nessuno voleva capire, era completamente solo in questo, e poi arrivavamo noi, sua sorella Sissel, che era insegnante di infermieristica, interessata alla politica, alla letteratura, alla filosofia, il figlio Yngve che frequentava luniversit, cosa che Kjartan aveva sempre sognato, e sempre pi negli ultimi anni, e il figlio Karl Ove. Io avevo diciassette anni, andavo al liceo e, anche se non capivo una parola delle sue poesie, Kjartan sapeva che leggevo libri. Per lui era sufficiente. Non facevamo in tempo a entrare che era come se in lui le dighe si aprissero. Tutti i pensieri che aveva accumulato durante lanno sgorgavano con impeto. Non aveva nessuna importanza se non capivamo, non aveva nessuna importanza che fosse la sera di Natale e che in tavola ci fossero le costolette dagnello affumicate, le patate bollite, il pur di rutabaga, la birra di Natale e lacquavite: lui parlava di Heidegger, da dentro, senza neanche un anello di comunicazione con il mondo esterno, parlava di Dasein e di Das Mann, di Tralk e Hlderlin, del grande poeta Hlderlin, di Eraclito e Socrate, di Nietzsche e Platone, di uccellini sugli alberi e onde nel fiordo, dellessenza delluomo e della comparsa della vita, del sole nel cielo e della pioggia nellaria, degli occhi del gatto e delle cascate. I capelli spettinati, il vestito di sghimbescio e la cravatta piena di macchie, parlava, i suoi occhi scintillavano, scintillavano per davvero, me lo ricorder per sempre, perch fuori era buio pesto, la pioggia batteva sui vetri, era la sera di Natale nella Norvegia del 1986, la nostra vigilia di Natale, i regali erano sotto lalbero, tutti eravamo agghindati a festa e lunica cosa di cui si parlava era Heidegger. La nonna tremava, il nonno rosicchiava un osso, la mamma ascoltava attenta, Yngve aveva smesso di seguire. Personalmente ero indifferente a tutto, ma soprattutto felice perch era Natale. Ma anche se non capivo niente di quello che diceva Kjartan, e niente di quello che scriveva, e niente dei poeti che osannava con tanto fervore, intuivo per che aveva ragione, che esistevano una filosofia e una poesia pi elevate e che se uno non lo capiva, se uno non riusciva a entrarvi, non aveva che da ringraziare se stesso. Quando in seguito mi  capitato di riflettere sul concetto di supremo, ho pensato a Hlderlin, e quando pensavo a Hlderlin, lo associavo alla montagna e al fiordo, alla notte e alla pioggia, al cielo e alla terra e agli occhi scintillanti di mio zio.
Anche se da allora erano cambiate molte cose nella mia vita, il mio rapporto con la poesia rimaneva sostanzialmente lo stesso. Potevo leggerle, ma non mi si aprivano mai, e questo perch non ne avevo il diritto: non erano per me. Quando mi avvicinavo a esse, mi sentivo come una specie di impostore e venivo puntualmente smascherato perch ci che quelle poesie mi dicevano era: chi ti credi di essere, tu che vuoi entrare qui dentro? Questo era quello che mi dicevano le poesie di Osip Mandelstam, quello che mi dicevano le poesie di Ezra Pound, quello che mi dicevano le poesie di Gottfried Benn, quello che mi dicevano le poesie di Johannes Bobrowski. Bisognava guadagnarsi il diritto di leggerle.
Come?
Era semplice. Si apriva un libro, lo si leggeva e se le poesie si aprivano, voleva dire che uno se lo meritava, altrimenti no. Che io fossi uno di coloro a cui non si aprivano era una cosa che mi tormentava molto soprattutto intorno ai ventanni quando ero ancora pieno di aspettative e idee su ci che avrei potuto essere. Le conseguenze del fatto che le poesie non si aprissero a me erano infatti grandi, molto pi grandi della semplice constatazione di essere escluso da un genere letterario. Su di me veniva anche emessa una condanna. Le poesie penetravano unaltra realt, o la vedevano in modo diverso, pi vero, e il fatto che quella capacit di vedere non fosse qualcosa che si potesse apprendere, ma qualcosa a cui uno riusciva o meno ad accedere, mi condannava a una vita nellinfimo, s, faceva di me uno degli infimi. Il dolore che mi causava questa consapevolezza era grande. E in sostanza cerano solo tre modi per gestirla. Il primo era ammetterlo a se stessi e accettare che cos fosse. Ero un uomo assolutamente comune che avrebbe vissuto una vita assolutamente comune e avrei trovato un senso l dove mi trovavo, non altrove. Nella pratica sembrava anche che fosse cos. Mi piaceva guardare le partite di calcio e giocare a mia volta quando ne avevo la possibilit, mi piaceva la musica pop e suonavo la batteria in una band un paio di volte alla settimana, seguivo i corsi alluniversit, uscivo abbastanza oppure restavo a casa sdraiato sul divano a guardare la tv con la mia ragazza del momento. Il secondo era negare tutto nel modo pi assoluto dicendo a se stessi che era possibile avere dentro di s questa predisposizione, ma che non si era ancora manifestata, e cos vivere una vita nella letteratura, magari come critico o come docente universitario, forse come scrittore, perch era perfettamente possibile mantenersi a galla in quel mondo senza che la letteratura si aprisse mai. Si poteva scrivere una dissertazione intera su Hlderlin, per esempio, analizzando le sue poesie, discutendone i contenuti e il modo in cui venivano espressi attraverso la sintassi, il lessico, le figure retoriche, si poteva scrivere del rapporto esistente tra lelemento greco e quello cristiano, del ruolo del paesaggio nelle poesie, del ruolo del tempo atmosferico, o di come le poesie si relazionassero alla realt storico-politica contingente in cui nascevano, sempre se non ci si voleva focalizzare sugli aspetti biografici, per esempio sul retaggio tedesco-protestante del poeta, o sullenorme influsso che ebbe su di lui la Rivoluzione francese. Si sarebbe potuto scrivere del suo rapporto con gli altri idealisti tedeschi, Goethe, Schiller, Hegel, Novalis, o di quello con Pindaro nelle ultime poesie. Si poteva scrivere delle sue traduzioni non ortodosse di Sofocle, o leggere i suoi versi confrontandoli con quello che lui scrive sulla Poesia nelle sue epistole. Si poteva anche leggere le poesie di Hlderlin partendo dallinterpretazione che ne d Heidegger, oppure spingersi oltre e scrivere della battaglia sui valori combattuta da Heidegger e Adorno che presero spunto da Hlderlin. Si poteva anche scrivere di tutta la storia della ricezione, o della storia della traduzione. Era possibile fare tutto questo senza che le poesie di Hlderlin si aprissero. Si poteva fare cos con tutti i poeti, e naturalmente qualcuno lo fece. Si poteva persino, se si aveva voglia di lavorare sodo, scrivere poesie, anche se si era uno di quelli a cui le poesie non si aprivano: la differenza tra poesia e poesia che assomiglia a poesia pu coglierla soltanto un poeta. Di questi due metodi il primo, laccettazione di ci, era il migliore, ma il pi difficile. Laltro metodo, la negazione di ci, era pi facile, ma anche il pi sgradevole, perch ci si trovava sempre vicini alla consapevolezza che quello che si faceva in realt non aveva nessun valore. E se si viveva una vita letteraria, era proprio il valore quello che si cercava. Il terzo metodo, che consisteva nel negare lintera problematica, era dunque il migliore. Non esiste niente che sia pi elevato di altro. Non esiste nessuna forma di conoscenza privilegiata. Nulla  migliore o pi vero di qualcosaltro. Il fatto che le poesie non si aprissero a me non voleva necessariamente dire che io fossi a un livello inferiore a esse, o che quello che scrivevo avesse meno valore. Entrambi, sia le poesie che non si aprivano sia quello che scrivevo io, guardandoli pi in profondit, erano la stessa cosa, cio testo. Se quello che scrivevo io era peggiore, comera ovvio che fosse, questo non era il risultato di una condizione irrimediabile, il fatto che non fosse in me innato, ma era qualcosa che poteva essere mutato lavorando duramente e acquisendo unesperienza crescente. Entro certi limiti, ovviamente, concetti come talento e qualit restavano ancora imprescindibili, non tutti potevano scrivere altrettanto bene. Limportante era che non ci fosse un abisso, che non ci fosse niente di insormontabile, tra chi aveva talento e chi non lo aveva, tra coloro che vedevano e coloro che non vedevano. Invece si trattava di una questione di gradi allinterno di ununica e medesima scala. Era un pensiero confortante, e non era difficile capire il motivo per cui esso risult dominante e assoluto in tutti gli ambienti artistici, critici e universitari dalla met degli anni sessanta fino a oggi. Le rappresentazioni e le idee che avevo nutrito, e che erano una parte cos ovvia di me stesso tanto da non considerarle neppure come tali e che quindi non avevo mai espresso a parole, ma solo sentito dentro di me anche se mi avevano sempre guidato, erano Romanticismo, nella sua forma pi pura, cio qualcosa di superato. I pochi che si occupavano seriamente del Romanticismo erano interessati agli aspetti che meglio si adattavano al mondo delle idee tipiche del nostro tempo, come la frammentariet e lironia. Ma per me il punto fondamentale non era il Romanticismo  se cera unepoca verso cui provavo forti affinit era il Barocco, erano la sua spazialit, le sue vette vertiginose e i suoi abissi pi profondi, le sue idee sulla vita e sulla rappresentazione, specchio e corpo, luce e ombra, arte e scienza, quello da cui mi sentivo attratto  bens la sensazione che avevo di trovarmi al di fuori dellessenziale, al di fuori di ci che era importante, ci che nel suo profondo era lesistenza. Se quella sensazione fosse romantica o meno, non aveva nessuna importanza. Per soffocare il dolore che mi provocava, nel tempo mi ero difeso ricorrendo a tutti e tre i modi citati e per lunghi periodi ci avevo creduto, specie nellultimo. Avevo creduto che a essere stravagante fosse la mia idea secondo cui larte era il posto dove ardeva il fuoco della verit e della bellezza e lultimo luogo dove la vita poteva mostrare il suo vero volto. Ma a volte quellidea mi assaliva. Non sotto forma di pensiero, perch lo si poteva controargomentare, ma sotto forma di sensazione, di sentimento. Con tutto me stesso sapevo che si trattava di una bugia, che stavo ingannando me stesso. Ed era cos che stavano le cose mentre mi trovavo sotto il portone davanti allAssociazione svedese degli scrittori in quel pomeriggio di marzo del 2002 a Stoccolma, intento a sfogliare la traduzione di Fioretos degli ultimi grandi inni di Hlderlin.
Oh, misero me.
Davanti al portone scorreva un flusso di persone sempre nuove. La luce dei lampioni che pendevano dai cavi dacciaio tesi sopra le strade brillava sulle giacche a vento e sulle borse della spesa, sullasfalto e sul metallo. Una debole eco di passi e voci scivolava nello spazio compreso tra le file di case. Sul davanzale di una finestra al primo piano cerano due piccioni immobili. Allestremit del bordo della tenda da sole che sporgeva dalla parete delledificio, dove mi ero rifugiato, lacqua si accumulava in grosse gocce che a intervalli regolari si staccavano e cadevano a terra. Avevo gi rimesso il libro nello zaino, presi il cellulare dalla giacca per vedere che ore erano. Il display era scuro, cos accesi il telefonino mentre riprendevo a camminare. Arriv un messaggio. Era di Tonje.
Sei arrivato? Ti penso.
Queste due frasi me la resero improvvisamente presente. Per un attimo la sua immagine, quello che lei era per me, mi riemp. Non solo il suo viso e il suo modo di atteggiarsi, cos come succede quando si pensa a qualcuno che si conosce, ma anche tutto ci che poteva essere il suo volto, tutto quellindefinito, eppure estremamente nitido e chiaro, che pu emanare una persona a colui che la ama. Ma non volevo rispondere. Me ne ero andato proprio per allontanarmi da lei e dunque, mentre unondata di dolore si infrangeva dentro di me, cancellai il messaggio e tornai allimmagine che mostrava lora.
16.21.
Mancava poco pi di mezzora allappuntamento con Geir.
Sempre che non avessimo fissato per le quattro e mezzo.
Era cos?
Cazzo, s! Era alle quattro e mezzo, non alle cinque.
Mi voltai e mi misi a correre. Dopo un paio di isolati mi fermai per riprendere fiato. Luomo seduto con in mano il cartello a forma di freccia mi guard con occhi ebeti. Lo presi come un segno e seguii la strada indicata dalla freccia. Quando arrivai allincrocio in fondo alla via la stazione doveva essere proprio davanti a me perch allinterno di una viuzza sul lato opposto riuscii a distinguere linsegna gialla dellArlanda Express appesa a un muro. Erano le 16.26. Se volevo arrivare in orario, dovevo fare di corsa anche lultimo pezzo. Attraverso la strada, dentro il terminal della navetta che portava allaeroporto, lungo i binari, nellanticamera, davanti a chioschi e caff, panchine e cassette di sicurezza, fino alla hall principale dove mi fermai, ero talmente spompato da dovermi chinare in avanti e appoggiare le mani sulle ginocchia.
Avevamo stabilito di incontrarci accanto a una ringhiera circolare al centro della hall da dove si poteva vedere il piano sottostante. Quando mi raddrizzai per cercarlo con lo sguardo, lorologio appeso al muro segnava le quattro e mezzo esatte.
L.
Scelsi un percorso alquanto insolito per raggiungere il luogo prefissato, strisciai lungo la fila di chioschi, poi mi fermai rasente il muro, a una certa distanza, in modo da vedere Geir prima che lui vedesse me. Erano passati dodici anni dal nostro ultimo incontro, e anche allora ci eravamo visti solo quattro o cinque volte nellarco di due mesi perci, fin da quando aveva risposto alla mia email dicendomi che potevo abitare da loro, temevo di non essere in grado di riconoscerlo. O meglio, riconoscere non era proprio lespressione adatta, perch in realt non avevo nessuna immagine di lui. Quando pensavo a Geir, quello che vedevo non era il suo viso, ma le lettere che componevano il suo nome, Geir, e una vaga percezione di qualcuno che rideva. Lunico episodio che ricordavo con lui era al bar Fekterloftet a Bergen. Geir che rideva e diceva, ma tu sei un esistenzialista! Non so perch ricordassi proprio quello. Forse perch non sapevo cosa fosse un esistenzialista? E perch mi sentivo lusingato allidea che le mie concezioni fossero condivise da una nota corrente filosofica?
Non sapevo neanche adesso cosa fosse un esistenzialista. Conoscevo il concetto, lo associavo a qualche nome e a un periodo, ma i contenuti precisi non avrei saputo descriverli.
Il re delle approssimazioni, ecco quello che ero.
Mi tolsi lo zaino e lo posai a terra tra i piedi, roteai un po le spalle avanti e indietro mentre osservavo le persone in piedi accanto alla ringhiera. Nessuno di loro poteva essere Geir. Quando sarebbe spuntato qualcuno che corrispondeva a quel poco che sapevo, mi sarei avvicinato nella speranza che mi avrebbe riconosciuto. Nel peggiore dei casi avrei dovuto domandare: sei tu Geir?
Sollevai lo sguardo verso lorologio in fondo alla sala. Le quattro e trentacinque.
Forse era davvero alle cinque?
Non so perch, ma ero sicuro che fosse un tipo puntuale. In tal caso dovevamo essere rimasti daccordo di vederci per le cinque. Nellanticamera della stazione avevo visto un internet caf e, dopo aver aspettato ancora qualche minuto, ci andai per averne conferma. Sentivo anche il bisogno di rileggere le sue email, di percepirne il tono, cos la situazione che mi attendeva forse sarebbe stata meno estranea.
Visti i problemi linguistici in cui ero incappato fino a quel momento, mi limitai a dire, Internet? alla donna dietro al bancone. Annuendo mi indic uno dei computer. Mi sedetti, andai alla pagina di posta elettronica, dove erano arrivate cinque nuove email che passai velocemente in rassegna. Erano tutte della redazione della rivista Vagant. Bench non fossero trascorse pi di ventiquattro ore da quando mi trovavo ancora a Bergen, avevo la sensazione che la discussione intercorsa tra Preben, Eirik, Finn e Jrgen, e che vedevo davanti a me sullo schermo, avvenisse in realt in un altro mondo a cui io non appartenevo pi. Come se io avessi varcato una linea, come se io in effetti non potessi pi tornare indietro.
Ero l ieri, dissi a me stesso. E non ho ancora deciso per quanto tempo intendo restare qui. Posso rientrare tra una settimana se lo volessi. O domani.
Eppure non era quella la sensazione che avevo. Avevo limpressione che non sarei pi potuto tornare indietro.
Girai la testa per lanciare unocchiata in direzione del Burger King. Sul tavolo pi vicino cera un bicchiere di Coca-Cola rovesciato. Colando il liquido nero aveva formato un ovale allungato che gocciolava ancora dal bordo imbrattando il pavimento. Al tavolo successivo un uomo seduto con le ginocchia strette luna contro laltra mangiava come se si trattasse di una punizione: per un po la mano si mosse tra il contenitore delle patatine, la ciotolina di ketchup e la bocca che masticava, poi il tipo ingoi il boccone e, dopo aver afferrato lhamburger con entrambe le mani, se lo port alle labbra e lo addent. Mentre masticava, sembrava che tenesse lhamburger pronto, a qualche centimetro dalla bocca, poi gli diede un altro morso, si pul le labbra con una mano e con laltra sollev il bicchiere per bere mentre sbirciava con gli occhi socchiusi le tre adolescenti dai capelli neri che chiacchieravano sedute al tavolo accanto. Lo sguardo di una di loro incroci per un attimo il mio, allora io lo rivolsi prima verso lentrata da cui spuntarono due hostess in uniforme, ognuna trascinandosi dietro la propria valigia con le rotelle, dirette verso la hall, poi lo abbassai nuovamente verso lo schermo, nelle orecchie il ticchettare veloce, secco dei loro tacchi che si allontanavano.
E se anche non fossi mai pi tornato? In fondo lo desideravo da un pezzo: essere qui, da solo, in una citt sconosciuta. Nessun legame, nessun altro, solo io, libero di fare quello che volevo.
Allora perch avvertivo questo peso? Aprii la email di Geir e iniziai a leggerla.
Caro Karl Ove,
un pensiero davvero eccellente. Uppsala , come scrivi, una citt universitaria, nel modo pi assoluto. Si potrebbe paragonare con la Norvegia meridionale di inizio secolo, un posto dove la gente manda i propri figli perch imparino a parlare con la r moscia. Stoccolma  una delle capitali pi belle del mondo, ma tuttaltro che priva di tensioni. In questo senso la Svezia  un fantastico paradosso, da un lato molto famosa per i suoi confini aperti, dallaltro per essere il paese pi segregato dEuropa. Se non hai bisogno di andare a Uppsala, ti consiglio di vivere a Stoccolma. (E in ogni caso ci vogliono solo 40-50 minuti di treno e ce n uno ogni mezzora).
Per quanto riguarda un appartamento, un bilocale, una stanza in affitto, non sono semplici da trovare. A Uppsala  quasi peggio per via di tutti i nuovi studenti. Difficile, ma non impossibile. Al momento non so di nessuno che abbia una stanza da affittare, ma mi informer. Dato che tu, se ho capito bene, non intendi trasferirti in modo definitivo, ma tanto per cominciare solo fino alla fine dellanno, dovrebbe essere possibile trovare un cosiddetto appartamento in subaffitto. Ci sono delle agenzie apposta. A proposito, hai contattato lAssociazione svedese degli scrittori? Non  da escludere che abbiano appartamenti disponibili per scrittori stranieri, o che almeno sappiano di qualcuno che li ha. Se vuoi, posso fare un giro di telefonate ad agenzie, associazioni e simili.
Oggi  sabato 16 marzo. Ti andrebbe di venire qui per un fine settimana, o ancora meglio a met settimana quando tutto  aperto, solo per vedere se ti trovi bene? Oppure hai gi deciso? Se  cos, comincio a informarmi sui possibili appartamenti allinizio della prossima settimana. In ogni caso sei sempre il benvenuto qui, che tu venga in vacanza o per cercarti una casa.
Non ho il tuo numero, ma sarebbe pi semplice elaborare un piano dazione per telefono. Adesso  conveniente abitare in Svezia per chi ha un reddito norvegese. Quanto pensavi di pagare al mese? Una, due o tre stanze?
Felice di rivederti
Geir
Karl Ove,
Se non sei gi in treno, telefonami subito non appena arrivi a Oslo o a Stoccolma! Non buttare via i soldi andando in albergo! Non devi sentirti in imbarazzo. I miei motivi sono del tutto egoistici, tu parli norvegese fluentemente. Il mio vocabolario si sta restringendo. A proposito, luniversit di Uppsala  del 1477.
A Stoccolma basta che tu faccia il 708 96 93.
Geir
E cos non ti piacciono i telefoni? Allora facciamo alla Stazione centrale (dove arriva il tuo treno) alle 17.00. Al centro della hall c una ringhiera rotonda (soprannominata lanello delle checche). Ci vediamo l. Chiamami se dovessi avere qualche contrattempo! (Non puoi essere contrario alla telefonia fino a questo punto.)
Geir
Questa era la nostra corrispondenza. Non dubitavo della sincerit della sua proposta di stare da loro, comunque era problematico accettare. Incontrarsi per un caff da qualche parte sarebbe stato pi consono alle circostanze. Daltra parte non avevo poi tanto da perdere. E in fondo lui veniva soltanto da Hisya.
Chiusi la pagina contenente le email e gettai uno sguardo verso il tavolo dove sedevano le tre ragazzine prima di afferrare lo zaino e alzarmi. Quella che stava parlando si esprimeva con quella specie di bistrattata intensit di chi vuol fare valere le proprie ragioni, e riceveva risposte di assenso cariche della stessa veemenza. Se non avessero parlato, sarei stato spinto a credere che avessero sui diciannove anni. Adesso sapevo che ne avevano pi o meno quindici.
Quella seduta pi vicina gir la testa e incroci nuovamente il mio sguardo. Non per trasmettermi qualcosa, non era un invito, ma per costatare che la stavo guardando. Tuttavia quel gesto scaten in me qualcosa, un lampo che assomigliava a felicit. A cui segu, mentre mi dirigevo alla cassa per pagare, il tuono della consapevolezza. Avevo trentatr anni. Quindi ero un uomo adulto. Allora perch continuavo a pensare come se ne avessi avuti ancora venti? Quando mi avrebbe abbandonato quel modo di fare da ragazzino? A trentatr anni mio padre aveva un figlio di tredici e uno di nove, una casa e unauto e un lavoro, e sulle foto di quel periodo aveva laspetto di un uomo e per quanto ricordavo si comportava anche da uomo, pensavo mentre mi piazzavo davanti al bancone. Appoggiai la mano calda sulla superficie fredda di marmo. La cameriera si alz da una sedia e si avvicin per farsi pagare.
Quanto le devo? le chiesi.
Come scusi? rispose.
Sospirai.
Quanta costa? dissi in un norvegese pi comprensibile.
Diede uno sguardo allo schermo che aveva davanti.
Dieci, rispose.
Le porsi una banconota accartocciata da venti corone.
Va bene cos, dissi prima di avviarmi verso luscita senza darle il tempo di prorompere in uno dei suoi come scusi? di cui questo paese sembrava straripare da tutte le parti. Lorologio alla parete della hall segnava le cinque meno cinque. Mi piazzai nello stesso punto di prima e presi a osservare le persone che ciondolavano intorno alla ringhiera. Poich nessuna di loro corrispondeva a quel poco su cui mi potevo basare, lasciai vagare lo sguardo su quelli che stavano attraversando la hall. Dal chiosco sul lato opposto usc un uomo piccolo di statura che aveva una testa molto grande e un aspetto cos particolare che lo seguii con gli occhi. Era sulla cinquantina, aveva i capelli giallognoli, il viso largo, il naso grosso, la bocca leggermente storta e gli occhi piccoli. Sembrava uno gnomo. Per indossava un completo da uomo e il cappotto, in una mano teneva unelegante borsa di pelle, sotto il braccio stringeva un giornale, e forse fu questo, il fatto che unaltra natura sembrasse spingere per farsi largo sotto quellaspetto metropolitano, che mi imped di perderlo di vista fino a quando spar gi per le scale che portavano ai binari da dove partivano i treni dei pendolari. Di colpo mi resi nuovamente conto di quanto tutto fosse vecchio. Le schiene, le mani, i piedi, le teste, le orecchie, i capelli, le unghie, tutto ci di cui erano fatti i corpi che passavano per la hall era vecchio. Il brusio di voci che si sollevava da loro era vecchio. Persino la gioia era vecchia, persino il desiderio e le aspettative di ci che avrebbe portato il futuro erano vecchi. Eppure nuovo, per noi era nuovo, per noi apparteneva al nostro tempo, apparteneva alla fila di taxi parcheggiati allesterno, alle macchine da caff sui banconi dei bar, apparteneva agli scaffali di riviste nei chioschi, apparteneva ai cellulari e agli iPod, alle giacche a vento in Goretex e ai computer portatili che venivano trasportati nelle rispettive borse attraverso la hall e sui treni, apparteneva ai treni e alle porte automatiche, ai distributori dei biglietti e ai tabelloni illuminati dove le destinazioni cambiavano in continuazione. Qui non cera posto per il vecchio. Eppure permeava tutto quanto.
Che pensiero tremendo.
Infilai una mano in tasca per accertarmi che le chiavi delle cassette di sicurezza ci fossero ancora. Cerano. Poi mi tastai sul petto per sentire se la carta di credito era al suo posto. Cera.
Tra la folla davanti a me spunt un volto noto. Il mio cuore prese a battere pi velocemente. Ma non era Geir, era un altro. Un conoscente ancora pi remoto. Lamico di un amico? Un ex compagno di scuola?
Sorrisi quando mi venne in mente. Era luomo del Burger King. Si ferm per guardare il tabellone delle partenze. Tra il pollice e lindice della mano che teneva la ventiquattrore aveva un biglietto. Per confrontare lorario del biglietto con quello del tabellone, sollev tutta la valigetta allaltezza del viso.
Controllai lorologio appeso alla parete in fondo alla hall. Le cinque meno due minuti. Se Geir era cos puntuale come supponevo, adesso doveva gi trovarsi in qualche punto della hall, e io lasciai che il mio sguardo analizzasse in modo pi sistematico tutte le figure che si stavano avvicinando. Prima a sinistra, poi a destra.
Eccolo l.
Era Geir, no?
S. Era lui. Quando lo vidi, mi torn in mente il suo volto. E lui non solo stava venendo nella mia direzione, ma aveva anche lo sguardo puntato su di me.
Sorrisi e, dopo essermi sfregato con discrezione la mano sulla coscia, gliela porsi quando si ferm davanti a me.
Ciao Geir, esordii. Ne  passato di tempo".
Anche lui sorrise. Ritrasse la mano quasi senza averla stretta.
Puoi ben dirlo, rispose. E tu non sei cambiato per niente".
Davvero? dissi.
S, s. Mi sembra di vederti a Bergen. Lungo, serio, con il cappotto".
Rise.
Andiamo? disse. A proposito, dove sono i tuoi bagagli?
In una cassetta di sicurezza qui sotto. Magari prima ci prendiamo un caff?
Volentieri. Dove vuoi andare?
Per me fa lo stesso, risposi. L fuori vicino allentrata c un bar".
Okay. Allora andiamo l".
Mi precedette prima di fermarsi davanti a un tavolino, senza guardarmi mi chiese se volevo del latte o dello zucchero, poi spar dirigendosi al bancone mentre io mi toglievo lo zaino, mi sedevo e tiravo fuori il tabacco. Lo vidi scambiare qualche parola con la cameriera e allungarle una banconota. Bench lo avessi riconosciuto, e quindi limmagine inconscia che potevo avere di lui corrispondesse, emanava unaura diversa da quella che mi aspettavo. Era molto pi piccola dal punto di vista fisico, le mancava del tutto quel peso corporeo che gli avevo attribuito. Probabilmente lo avevo fatto perch sapevo che aveva tirato di boxe.
Sentivo un forte bisogno di dormire, di sdraiarmi in una stanza vuota, spegnere la luce e sparire semplicemente dal mondo. Era ci che agognavo mentre quello che mi aspettava, ore di chiacchiere e di doveri sociali, mi appariva insopportabile.
Sospirai. La luce elettrica del soffitto che si posava su tutto quello che cera nella hall riflettendosi qua e l sul vetro di una finestra o di un negozio, su un pezzo di metallo, su una piastrella di marmo o su una tazza da caff, avrebbe dovuto essere sufficiente a rendermi felice perch ero l e la potevo vedere. Tutte le centinaia di persone che simili a ombre andavano avanti e indietro per la hall avrebbero dovuto essere sufficienti per rendermi felice. Tonje, con cui ero stato per otto anni, dividere la mia vita con lei, bella e gentile comera, avrebbe dovuto rendermi felice. Vedere mio fratello Yngve e la sua prole avrebbe dovuto rendermi felice. Tutta la musica esistente, tutta la letteratura esistente, tutta larte esistente, avrebbero dovuto rendermi felice, felice, felice. Tutta la bellezza del mondo, che avrebbe dovuto essere intollerabile, mi era indifferente. I miei amici mi erano indifferenti. La mia vita mi era indifferente. Era cos, e lo era da talmente tanto tempo che non ce la facevo pi e avevo deciso di agire. Volevo essere di nuovo felice. Suonava stupido, non potevo certo dirlo a nessuno, ma cos stavano le cose.
Mi portai alle labbra la sigaretta rollata a met e, dopo aver leccato la colla, premetti il lembo della cartina con il pollice per farla aderire, staccai i filamenti di tabacco che spuntavano da entrambe le estremit e li feci cadere dentro linterno bianco scintillante del pacchetto, sollevai leggermente la linguetta adesiva in modo che scivolassero lungo la parete liscia dellinvolucro per finire nel mucchio di tabacco marroncino, richiusi il pacchetto, lo riposi nella tasca del cappotto appeso alla sedia, mi misi in bocca la sigaretta e laccesi con la fiammella che saliva gialla e tremolante dallaccendino. Al bancone Geir aveva preso due tazze dentro cui adesso stava versando del caff mentre in contemporanea la cameriera gli lasciava il resto sul bancone prima di rivolgersi al cliente successivo, un uomo dai capelli lunghi sulla cinquantina con un cappello, gli stivali e una specie di mantello che assomigliava a un poncho.
No, non emanava lidea di peso corporeo. Quello che irradiava invece, che era stato palese dal momento in cui aveva smesso di fissarmi, da quando aveva lasciato andare la mia mano e il suo sguardo aveva preso a vagare, era la sua irrequietezza. Sembrava essere perennemente in movimento.
Arriv con una tazza in ogni mano. Non potei fare a meno di sorridere.
Allora, disse posandole sul tavolo prima di prendersi una sedia e accomodarsi. Ti trasferisci a Stoccolma?
Parrebbe di s, risposi.
Allora le mie preghiere sono state esaudite, esclam senza guardarmi. Teneva gli occhi abbassati sul tavolino, sulla mano che stringeva il manico della tazza. Non so quante volte ho detto a Christina che desideravo tanto che un norvegese con interessi letterari si trasferisse qui. E ora arrivi tu".
Port la tazza alla bocca e soffi sulla superficie prima di bere.
Ti avevo scritto una lettera lestate in cui ti eri trasferito a Uppsala, dissi. Una lunga lettera. Ma non te lho mai spedita.  ancora da mia madre e non  mai stata aperta. Non ricordo nemmeno pi che cosa ci sia scritto".
Ma dai! esclam guardandomi.
La vuoi?
Certo che no! E che non ti venga in mente di aprirla. Deve restare l dov da tua madre.  un pezzo di passato messo sotto sigillo!
Forse, commentai. Non ricordo niente altro di quel periodo. Tutti i diari e i manoscritti di quellepoca li ho bruciati".
Bruciati? ripet Geir. Non buttati, ma bruciati?
Annuii.
Drammatico, sentenzi. Del resto lo eri anche tu a Bergen".
Ah, s?
S".
E tu no?
Io? No! Tu, s".
Rise. Gir la testa e sbirci la gente che passava. La rigir e lasci scivolare lo sguardo sugli altri clienti della caffetteria. Feci cadere la cenere della sigaretta nel posacenere. Il fumo che saliva, volteggiava lentamente in balia dello spiffero daria che proveniva dalle porte che si aprivano e chiudevano in continuazione. Quando lo guardavo, lo facevo con occhiate repentine, quasi impercettibili. Limpressione che mi dava era in un certo senso indipendente dal suo volto. Gli occhi erano cupi e malinconici, ma la sua persona non irradiava nulla di cupo o malinconico. Sembrava felice, e schivo.
Conosci Stoccolma? mi chiese.
Scossi la testa.
Non direi. Sono qui soltanto da poche ore".
 una bella citt. Ma fredda come il ghiaccio. Puoi vivere qui una vita intera senza venire a stretto contatto con nessuno. Tutto  fatto in modo che le persone non si tocchino. Prendi per esempio le scale mobili, disse indicando con un cenno del capo la hall, dove con tutta probabilit si trovavano le scale mobili. Tutti quelli che rimangono fermi, stanno sulla destra, quelli che si muovono, lo fanno tenendo la sinistra. Quando arrivo a Oslo, rimango colpito da tutte le volte che uno urta o tocca dentro qualcuno.  tutto uno sgomitare e darsi spintoni. Questa cosa di muoversi prima a sinistra, poi a destra, poi di nuovo a sinistra quando si incontra qualcuno per strada qui non succede mica, sai. Tutti sanno dove devono andare, tutti fanno quello che devono fare. In aeroporto davanti al nastro per la riconsegna dei bagagli c una riga gialla che  vietato oltrepassare. E nessuno la oltrepassa. La consegna dei bagagli si svolge in modo preciso e ordinato. In questo paese lo stesso avviene per la conversazione. Esiste una linea di demarcazione gialla che nessuno pu varcare. Tutti sono gentili, tutti sono educati, tutti dicono quello che devono dire. Si tratta solo di non urtare n ferire nessuno. Quando ci si  abituati,  uno choc leggere i dibattiti sui giornali norvegesi. Quanto fervore e accanimento! Se ne dicono quattro, quasi si insultano! Qui  impensabile. E quando si vede un professore norvegese pronunciarsi alla televisione svedese, non succede quasi mai perch a nessuno interessa la Norvegia, la Norvegia in Svezia non esiste, ma qualche rara volta capita, allora sembrano dei selvaggi, con i capelli arruffati e i vestiti trasandati o non ortodossi, e dicono cose che non devono dire. Infatti si tratta di una componente della tradizione accademica norvegese in cui la cultura non ha e non deve avere nessuna espressione fisica esterna... O dove laspetto accademico esteriore deve riflettere lidiosincratico e lindividuale. Non il comune e il collettivo, come avviene qui. Ma questo non lo capisce nessuno. Vedono solo dei selvaggi. In Svezia tutti credono che il modo di fare svedese sia lunico possibile. Ogni deviazione da ci che  svedese lo considerano un errore o una mancanza. C di che morire dirritazione! Ah s, quello che avevo visto alla tv era Jon Bing. Sembrava un pazzo. Capelli e baffoni lunghi e se non sbaglio indossava pure una giacca di maglia sferruzzata a mano.
Un accademico svedese ha un aspetto appropriato, si comporta in modo appropriato, dice quello che tutti si aspettano. Daltronde qui tutti si comportano in modo appropriato. O per meglio dire, tutti quelli che hanno un ruolo pubblico. Per le strade le cose sono un po diverse. Hanno dimesso tutti i malati psichiatrici qualche anno fa. Quindi li si vede in giro un po ovunque che borbottano e sbraitano. Per il resto hanno fatto in modo che i poveri abitino in zone precise, i benestanti in zone precise, quelli che si occupano di cultura in zone precise, gli immigrati in zone precise. Lo capirai con il tempo".
Si port la tazza alle labbra e bevve un sorso di caff. Non sapevo cosa dire. Quello che aveva esposto non era dettato dalla situazione contingente, previo il fatto che fossi appena arrivato dalla Norvegia, ma possedeva una tale stringatezza ed era stato espresso con tanta fluenza verbale da dare limpressione di essere stato preparato a priori. Quella era una delle cose che diceva, capii, era uno dei suoi argomenti di conversazione. La mia esperienza con quel tipo di persone che avevano temi preferiti mi diceva che si trattava di aspettare finch lapice della pressione derivata dalle loro costruzioni prefabbricate non fosse passato, perch poi spesso ci si poteva aspettare da loro unattenzione e una presenza del tutto differenti. Se avesse ragione o meno nelle sue affermazioni, questo non lo sapevo, intuivo solo che erano dettate dalla frustrazione e che era di quello che causava la frustrazione ci di cui stava parlando in realt. Forse era la Svezia. Forse era qualcosa dentro di lui. Per me non faceva nessuna differenza, poteva parlare di quello che voleva, non era quello il motivo per cui ero l seduto.
Sport e studi accademici possono procedere in parallelo in Norvegia, e anche birra e studi accademici, riprese. Me lo ricordo dai tempi di Bergen. Lo sport era una cosa importante tra gli studenti. Qui invece sono grandezze inconciliabili tra loro. Non sto parlando degli scienziati, ma degli intellettuali. Qui lelemento intellettuale domina in assoluto e viene sovra-comunicato negli ambienti accademici, esiste solo ci che ne viene permeato, tutto viene subordinato allintelletto. Il corpo, per esempio,  del tutto assente. In Norvegia, invece, lelemento intellettuale viene sotto-comunicato. In Norvegia lelemento popolare non costituisce un problema per un accademico. Lidea  che lambiente deve far s che lintelletto brilli come un diamante. In Svezia deve brillare anche lambiente che circonda lintelletto. Lo stesso vale per la cultura elitaria. In Norvegia ha una posizione subordinata, non ha possibilit di esistere, la cultura elitaria non ha possibilit di esistere se non  al contempo popolare. In Svezia gode di una posizione dominante e assoluta. Qui lelemento popolare e quello elitario sono grandezze inconciliabili. Uno deve stare l, e laltro deve stare l, e non  previsto che avvengano scambi. Esistono delle eccezioni, ci sono sempre, ma questa  la regola imperante. Unaltra grande differenza tra la Svezia e la Norvegia riguarda i ruoli. Lultima volta che sono stato a casa ho preso lautobus da Arendal a Kristiansand e lautista se ne  uscito fuori col dire che in realt non era un autista di pullman, che normalmente svolgeva unaltra attivit, ma che lo faceva soltanto nel periodo di Natale. E poi ha aggiunto anche che dovevamo prenderci cura gli uni degli altri adesso durante le feste. Lo ha detto al microfono! Impensabile in Svezia. Qui uno si identifica con il proprio lavoro. Non  un ruolo da cui si pu uscire cos semplicemente. Non ci sono aperture, non ci sono luoghi dove  possibile spuntare fuori con la testa e dire, ecco, questo  il mio vero io".
E allora perch vivi qui? domandai.
Mi fiss per una frazione di secondo.
 un paese perfetto, se uno vuole starsene in pace, rispose prima di ricominciare a vagare con lo sguardo. Non ho niente contro la freddezza. Non la voglio nella mia vita, ma posso benissimo viverci in mezzo, se capisci la differenza.  bella da vedersi. Ed  pratica. La disprezzo, ma ne traggo anche vantaggio. Allora, andiamo?
S, per me va bene, dissi spegnendo la sigaretta, bevvi lultimo goccio di caff, sfilai il cappotto dallo schienale della sedia, me lo infilai, mi gettai lo zaino sulle spalle e lo seguii nella hall. Quando lo raggiunsi e mi trovai al suo fianco, si volt verso di me.
Ti spiace metterti dallaltra parte? Non ci sento quasi pi da questorecchio".
Feci come mi chiedeva. Notai che i suoi piedi puntavano verso lesterno quando camminava, come unanatra. Era una cosa che mi aveva sempre dato fastidio. Le ballerine camminavano cos. Una volta era stato insieme a una ragazza che faceva danza classica. Che camminasse con i piedi in quel modo era una delle poche cose che non mi piacevano di lei.
Dove hai i bagagli? chiese Geir.
Sotto, risposi. E poi a destra".
Allora scendiamo da laggi, disse indicando con un cenno della testa una scala in fondo alla hall.
Da quel che potevo vedere, non cera nessuna differenza tra come la gente si comportava qui e alla Stazione centrale di Oslo. Per lo meno nessuna differenza eclatante. Quelle di cui aveva parlato sembravano minimali, probabilmente ingigantite nelle loro proporzioni dopo tanti anni desilio.
Mi sembra che qui sia pi o meno come in Norvegia, commentai. La gente si urta e si spintona allo stesso modo".
Aspetta e vedrai, sentenzi mentre mi guardava sorridendo. Era un sorriso ironico, il sorriso di chi la sa lunga. Se cera una cosa che non sopportavo, erano i saccenti, in qualsiasi veste. In tutti i casi questo stava a indicare che io ne sapessi di meno.
Guarda, mi fermai e indicai il tabellone sopra le nostre teste.
Cosa? chiese Geir.
Il tabellone degli arrivi, spiegai.  per questo che sono venuto qui. Esattamente per questo".
Cosa vuoi dire? domand Geir.
Guarda. Sdertlje. Nynshamn. Gvle. Arboga. Vsters. rebro. Halmstad. Uppsala. Mora. Gteborg. Malm. C qualcosa di incredibilmente esotico in questi nomi. Nella Svezia. La lingua  quasi uguale, le citt sono quasi uguali, se uno osserva le foto dei villaggi svedesi, sembrano uguali a quelli norvegesi. A parte i dettagli. E sono le piccole discrepanze, le piccole differenze, ci che  quasi noto, ci che  quasi lo stesso, ma che tuttavia non lo , che io trovo cos attraente".
Mi guard incredulo.
Tu sei pazzo! esclam.
E poi rise.
Riprendemmo a camminare. Non era da me dire una cosa del genere, cos, di punto in bianco, ma avevo sentito come il bisogno di dover in qualche modo recuperare su di lui. Non permettergli di dominare.
Ho sempre provato questattrazione, continuai. Non verso lIndia o la Birmania o lAfrica, le grandi differenze, questo non mi ha mai interessato. Ma il Giappone, per esempio. Non Tokyo o le grandi citt, ma i villaggi giapponesi, le cittadine della costa del Giappone, lo hai notato, come la natura somiglia a quella di casa nostra, ma dove la cultura, e quindi le loro case e le loro usanze, sono totalmente estranee, sconosciute, totalmente incomprensibili? O il Maine negli Stati Uniti. Hai visto la costa? La natura sembra quella della Norvegia meridionale, ma tutto ci che  opera delluomo  americano. Capisci cosa voglio dire?
No. Ma ti ascolto".
Era tutto qui, dissi.
Scendemmo nel passaggio sotterraneo, anchesso pieno di gente in movimento, ci dirigemmo alle cassette di sicurezza, tirai fuori le due valigie, Geir ne prese una e poi ci inoltrammo nel sottopassaggio, verso le piattaforme della metropolitana a qualche centinaio di metri di distanza.
Mezzora pi tardi attraversavamo il centro di una citt satellite costruita negli anni cinquanta che in quella parte di oscurit di marzo rischiarata dalle luci dei lampioni sembrava rimasta completamente inalterata. Si chiamava Vstertorp, tutti gli edifici erano squadrati e in muratura e si differenziavano unicamente per le dimensioni  in ogni direzione si ergevano edifici alti, lungo le vie del centro le case erano pi basse, con diversi negozi al piano terra. Tra le palazzine si stagliavano immobili i pini. Fra i tronchi riuscivo a intravedere qualche lieve altura, qualche laghetto, alla luce dei tanti pianerottoli e finestre che sembravano spuntare dal terreno. Geir parlava in continuazione, come aveva fatto anche in metropolitana. Per lo pi mi spiegava quello che stavamo vedendo. Di tanto in tanto riecheggiavano i nomi delle stazioni, cos belli ed estranei. Slussen, Mariatorget, Zinkensdamm, Hornstull, Liljeholmen, Midsommarkransen, Telefonplan...
 quella, mi disse indicando una delle case lungo la strada.
Entrammo in un ingresso, salimmo delle scale, varcammo una porta. Libri su uno scaffale posizionato accanto alla parete, un mucchio di giacche appese sugli attaccapanni che si susseguivano, lodore di vite di persone sconosciute.
Ciao, Christina, non vieni a salutare il nostro amico norvegese? esclam lui sbirciando nella stanza a sinistra. Feci un passo in avanti. Una donna seduta a un tavolo sollev lo sguardo con una matita tra le mani e un foglio davanti a s.
Ciao Karl Ove, esord.  un piacere conoscerti. Ho sentito tanto parlare di te!
Io non ho sentito niente di te, purtroppo, risposi. S, a parte quel poco che  scritto nel libro di Geir".
Sorrise, ci stringemmo la mano, lei cominci a sgomberare il tavolo, prepar il caff. Geir mi mostr lappartamento, non ci volle molto, era composto di due stanze, entrambe ricoperte di librerie fino al soffitto. In una, che era il soggiorno, cera la postazione di lavoro di Christina, nellaltra, che era la camera da letto, lavorava Geir. Apr alcune ante e mi fece vedere i libri che teneva allinterno. Erano cos dritti che sembrava avesse usato una livella, ed erano ordinati per collana o per autore e non in ordine alfabetico.
Vedo che hai ordine e controllo sulle tue cose, commentai.
Ho ordine e controllo su tutto, disse. Assolutamente tutto. Non esiste cosa nella mia vita che io non abbia pianificato o calcolato".
A sentirti fai paura, replicai guardandolo.
Sorrise.
A me fa paura incontrare una persona che si trasferisce a Stoccolma con un solo giorno di preavviso".
Ho dovuto farlo, dissi.
Volere  dover volere, comment. Come dice il mistico Massimo ne Cesare e Galileo. O per essere precisi: Che valore ha vivere? Tutto  gioco e finzione.  Volere  dover volere.  lopera in cui Ibsen ha cercato di mostrarsi saggio. Erudito, perlomeno. In essa tenta di operare una sintesi dannatamente colossale. Sfido la necessit! Non voglio essere alla sua merc. Sono libero, libero, libero.  interessante. A hell of a good play, come dice Beckett a proposito di Aspettando Godot. Ne rimasi ammaliato quando la lessi. Beckett comunica con un tempo ormai passato, tutta la cultura che lui presuppone  scomparsa.  maledettamente interessante. Lhai letta?
Scossi la testa.
Non ho letto nessuno dei suoi drammi storici".
Fu scritto in un periodo in cui tutto veniva rivalutato.  quello che fa anche lui. Catilina, sai, era il simbolo del tradimento. Ma Ibsen ne rivisita il significato. Pi o meno come se noi avessimo ribaltato limmagine di Quisling. Aveva le palle quando scrisse quel dramma. Ma tutti i valori che lui capovolge vengono dallantichit, perci per noi  quasi impossibile capire. Non leggiamo Cicerone... eh, no. Scrivere unopera dove si cerca di unire cesari e galilei! Fallisce, ovviamente, ma per lo meno fallisce aspirando a qualcosa di grandioso.  troppo simbolico. Ma anche ardito. Denota a quanto aspirasse al grande. Non riesco a credere del tutto a Ibsen quando dice di aver letto solo la Bibbia. Qui c anche Schiller, I masnadieri. Anchessa  una specie di rappresentazione della ribellione. Come Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist. E poi c anche un parallelo con Bjrnson. Sigurd Slembe mi sembra, te lo ricordi?
Di Bjrnson non so assolutamente niente".
Credo che sia Sigurd Slembe. Il momento di passare allazione. Agire o non agire, dunque. Questo  il classico Amleto. Essere protagonista o osservatore della propria vita".
E tu sei?
Bella domanda".
Ci fu una pausa. Poi Geir riprese:
Sono senzaltro un osservatore, con linserimento di qualche azione coreografata. Ma in realt non saprei. Credo che ci siano molte cose in me che non vedo. E allora  come se non esistessero. E tu?.
Osservatore".
Ma tu sei qui. E ieri eri a Bergen".
S. Ma non  il risultato di una scelta.  qualcosa a cui sono stato spinto".
Forse anche questo  un modo di scegliere, no? Lasciare che ci che accade faccia il lavoro?
Forse".
 strana questa cosa, comment. Pi sei inconsapevole, pi sei partecipe. I pugili di cui ho scritto, sai, erano sempre presenti, incredibile. Ma ci voleva dire che non erano osservatori di se stessi, dunque non ricordavano niente. Niente! Condividi questo istante con me ora e qui, questa era la loro offerta. E per loro questo  funzionale, devono sempre tornare sul ring e, se la volta prima le hai prese di santa ragione, la cosa pi importante  fare in modo di non ricordare cos bene, altrimenti sei spacciato. Ma la loro presenza era unica. Totale. Vita contemplativa o vita activa, sono queste le due forme, no?  un vecchio problema, che logora tutti gli osservatori. Ma non i partecipanti.  un vecchio problema da osservatori..".
Dietro di noi Christina fece capolino dalla porta.
Volete del caff?
Volentieri, grazie, risposi.
Andammo in cucina e ci sedemmo intorno al tavolo. Dalla finestra si vedeva la strada, deserta sotto la luce dei lampioni. Chiesi a Christina cosa stesse disegnando quando eravamo entrati, disse che creava modelli di scarpe per una piccola fabbrica che si trovava nella Svezia settentrionale. Lassurdit di ritrovarmi seduto in una cucina nel bel mezzo di una citt satellite svedese insieme a due persone che non conoscevo mi colp allimprovviso. Che stavo combinando? Cosa avrei fatto l? Christina cominci a preparare la cena, seduto in soggiorno con Geir gli raccontai di Tonje, di come era stato tra di noi, di cosa era successo, di comera stata la mia vita a Bergen. In maniera simile lui mi riassunse quello che era accaduto nella sua dopo che aveva lasciato Bergen tredici anni prima. La cosa che mi aveva colpito fu un dibattito in cui si era trovato coinvolto sul quotidiano Svenska Dagbladet con un professore svedese che lo aveva fatto arrabbiare a tal punto che una mattina aveva affisso le ultime argomentazioni oltraggiose sulle porte del castello di Uppsala, proprio come un novello Lutero. Aveva anche provato a pisciare sulla porta, ma Christina lo aveva trascinato via.
Mangiammo bistecche dagnello, patate arrosto e insalata greca. Avevo una fame da lupi, i piatti da portata furono svuotati in un lampo e Christina sembrava sentirsi in colpa. Risposi alle sue scuse scusandomi a mia volta. Era chiaro che anche lei fosse della mia stessa razza. Bevemmo un po di vino, discutemmo delle differenze tra Svezia e Norvegia e mentre dentro di me pensavo no, la Svezia non  cos, la Norvegia non  cos, annuivo e dicevo di s. Verso le undici riuscivo a malapena a tenere gli occhi aperti, Geir and a prendere le coperte, avrei dormito sul divano in soggiorno e mentre stendevamo il lenzuolo, tutto a un tratto il suo viso cambi. Aveva un volto completamente diverso. Poi esso torn come prima e io dovetti sforzarmi di concentrarmi su quella faccia, lui era cos, questo era lui.
Il suo volto mut nuovamente.
Sistemai lultimo lembo del lenzuolo sotto il materasso e mi sedetti sul divano. Mi tremavano le mani. Cosa stava succedendo?
Lui si gir verso di me. Il suo viso era di nuovo quello di quando lo avevo incontrato alla Stazione centrale.
Non ti ho ancora detto niente del tuo romanzo, disse andando a sedersi allaltro lato del tavolo. Ma mi ha segnato in modo indelebile. Mi ha scosso nel profondo quando lho letto".
Come mai? chiesi.
Perch ti sei spinto tanto oltre. Ti sei spinto incredibilmente oltre. Ero felice che tu lo avessi fatto, sorridevo tra me, perch ci eri riuscito. Quando ci siamo conosciuti, volevi diventare scrittore. A nessun altro era passata per la testa quellidea. Solo a te. E ce lhai fatta. Per non  questo il motivo per cui sono rimasto cos scosso.  perch ti sei spinto tanto oltre. Bisogna davvero andare cos lontano? pensavo. E lidea mi terrorizzava. Io non ne sarei capace".
Cosa intendi dire? In che modo sarei andato oltre?  solo un normale romanzo, no?
Dici cose inaudite di te stesso. Soprattutto quando racconti la storia di quella tredicenne. Non avrei mai creduto che avresti osato tanto".
Mi sentii come spazzare dentro da un vento gelido.
Non credo di capire esattamente di cosa stai parlando, dissi. Me la sono inventata. Non mi  costato cos tanto, se  questo quello che pensi".
Lui sorrise e mi guard dritto negli occhi.
Mi hai raccontato di quella relazione quando ci siamo conosciuti a Bergen. Eri arrivato dal nord della Norvegia lestate prima, ma eri ancora molto preso da quello che era successo lass. Queste erano le cose di cui parlavi. Tuo padre e poi una cotta di quando avevi sedici anni e ti eri identificato con il tenente Glahn e poi che avevi avuto una storia con una tredicenne mentre insegnavi nel nord della Norvegia".
Ah, ah, feci. Non  divertente, se  questo che pensi".
Non sorrideva pi.
Vorresti dire che non te lo ricordi? Lei era nella tua classe, tu ne eri pazzamente innamorato, da quanto avevo capito, ma cerano in ballo diversi casini, tra laltro mi dicesti che a una festa avevi parlato con sua madre  e quella scena si trovava, proprio come me lavevi descritta, nel romanzo. Ma non deve essere necessariamente una cosa sbagliata, se uno sa che il desiderio  reciproco, nota bene. Ma come uno faccia a saperlo, questo  un altro paio di maniche. Il problema  l. Ho un compagno di classe che aveva messo incinta una tredicenne, certo lui aveva diciassette anni e tu invece diciotto, ma what the fuck, adesso non  questo il punto. Ma il fatto che tu lo abbia scritto".
Mi guard.
Che ti succede? Sembra che tu abbia visto un fantasma".
Non dirai mica sul serio? risposi. Davvero? Non ho mica detto queste cose?
S. Le hai dette. Sono inchiodate nella mia memoria".
Ma non  mica successo?
Tu avevi detto di s, comunque".
Ebbi limpressione che una mano mi stesse strizzando il cuore. Come poteva dire certe cose? Ero stato capace di rimuovere un evento di tali proporzioni? Lo avevo semplicemente accantonato dimenticandolo del tutto e poi lo avevo messo per iscritto senza pensare neanche per un attimo che fosse vero?
No.
No, no, no.
Era impensabile.
Assolutamente, completamente inconcepibile.
Ma allora come faceva lui a dire una cosa cos?
Si alz.
Mi dispiace, Karl Ove, riprese. Ma  quello che mi avevi detto quella volta".
Questo proprio non riesco a capirlo, dissi. Eppure non sembra che tu stia mentendo".
Scosse la testa e sorrise.
Allora, buonanotte. Dormi bene".
Buonanotte".
Mentre dalla camera da letto che si trovava oltre la porta giungevano i suoni attutiti di una coppia che stava per concedersi il meritato riposo, io, sdraiato a occhi aperti sul divano, fissavo la stanza. I lampioni la riempivano di una luce tenue, quasi lunare. I pensieri si susseguivano senza sosta nel tentativo di trovare una soluzione a quello che aveva detto Geir, ma intanto i sentimenti mi avevano gi condannato: avevano una presa cos forte sul mio io da scatenare un dolore diffuso in tutto il corpo. Ogni tanto si sentiva un debole ronzio, probabilmente la metropolitana che si trovava a qualche centinaio di metri di distanza da l, un suono in cui cercavo conforto. In sottofondo si percepiva anche un lontano brusio, come di mare, anche se sapevo perfettamente che non era possibile. Ero a Stoccolma e da qualche parte nelle vicinanze doveva esserci una grossa autostrada.
Rifiutavo tutto quanto, era impossibile, assurdo che io fossi stato capace di rimuovere un evento cos importante. Per avevo anche grossi vuoti di memoria, avevo bevuto parecchio quando ero lass, proprio come i giovani pescatori con cui passavo i fine settimana, una bottiglia di acquavite o di altri superalcolici a sera non era sufficiente. Serate e nottate intere cancellate dalloblio rimanevano radicate dentro di me sotto forma di tunnel fitti di buio, di vento, di sentimenti e di sensazioni stridenti. Che cosa avevo fatto? Che cosa avevo fatto? Quando cominciai a studiare a Bergen, la cosa continu, anche l sparirono sere e notti intere, vagavo libero per la citt, quella era la percezione, mi capitava di tornare a casa con lo sparato della giacca sporco di sangue, che era successo? Mi capitava di tornare a casa con indosso indumenti che non erano miei. Mi capitava di svegliarmi su un tetto, sotto il cespuglio di un parco e una volta addirittura nel corridoio di unente. Era venuta la polizia a prelevarmi. Poi era seguito un interrogatorio: qualcuno si era introdotto in unabitazione nelle vicinanze e aveva rubato del denaro, ero stato io? Non lo sapevo, ma dissi di no, no, no. Tutti quei vuoti di memoria e quel buio privo di coscienza che si erano accumulati nellarco di cos tanti anni e in cui poteva aver avuto luogo qualche evento misterioso, quasi spettrale, ai confini della memoria, mi avevano riempito di sensi di colpa, di quantit enormi di sensi di colpa, e quando adesso Geir sosteneva che gli avevo raccontato di aver avuto una relazione con una tredicenne nel nord della Norvegia, non potevo negarlo con la mano sul cuore, dire no, non lho fatto, perch la cosa era dubbia, ne erano successe talmente tante, quindi perch non anche quella?
In quello stesso fardello cera anche ci che era successo tra me e Tonje, e soprattutto quello che doveva ancora accadere.
Lavevo lasciata? La nostra vita in comune era finita? O questa era solo una pausa, qualche mese di separazione per riflettere ognuno per conto proprio su tutto quanto?
Eravamo insieme da otto anni, sei dei quali da sposati. Lei era ancora la persona che sentivo pi vicina, era trascorso poco pi di un giorno da quando avevamo condiviso lo stesso letto e, se io non me ne fossi andato e non avessi guardato in unaltra direzione, sarebbe continuato tutto comera perch, intuivo, dipendeva da me.
Cosa volevo?
Non lo sapevo.
Ero sdraiato su un divano in un appartamento alla periferia di Stoccolma dove non conoscevo nessuno e dentro di me non cerano altro che caos e inquietudine. Questa insicurezza penetrava fino allessenza del mio essere, fino a ci che influenzava chi ero.
Un volto si deline sulla porta a vetri del piccolo balcone. Scomparve mentre lo fissavo. Il mio cuore prese a battere pi velocemente. Chiusi gli occhi e lo stesso viso riapparve. Lo vedevo di profilo, si volt verso di me e mi fiss. Si trasform. Mut ancora. Non avevo mai visto nessuno di quei volti, ma erano tutti estremamente realistici e pregnanti. Che razza di sfilata era mai quella? Poi il naso si trasform in un becco, gli occhi negli occhi di un uccello rapace e tutto a un tratto quella cosa che mi fissava dal profondo del mio io era diventata un nibbio.
Mi girai su un fianco.
Tutto quello che volevo era essere una persona come si deve. Una persona buona, sincera e onesta che guardava la gente negli occhi e su cui tutti sapevano di poter fare affidamento.
Ma non era cos. Io ero un essere che cercava sempre di svicolare, di sottrarsi alle proprie responsabilit e avevo fatto cose terribili. E adesso mi stavo comportando ancora una volta allo stesso modo.
La mattina dopo mi svegliai al suono della voce possente di Geir. Si sedette sul bordo del divano tenendo una tazza di caff bollente davanti a me.
Buongiorno! disse. Sono le sette! Non dirmi che soffri di sindrome da sonno posticipato!
Mi tirai su a sedere guardandolo di traverso.
Di solito mi alzo verso luna, risposi. E non sono in condizioni di parlare con nessuno prima che sia passata unora".
Mi dispiace per te! comment Geir. Comunque. Non sono un osservatore della mia vita, non lo sono proprio. Io vedo gli altri, in questo sono bravo, ma non vedo me stesso. Non c modo. Oltretutto in questo contesto osservatore  forse la parola sbagliata,  una specie di eufemismo: il vero nodo della questione  se uno  o meno un uomo dazione. Vuoi il caff o no?
Bevo sempre t la mattina, risposi. Ma per farti piacere, va bene".
Presi la tazza e lo sorseggiai.
Cesare e Galileo, giusto per concludere, riprese,  di fatto un dramma infelice e non riuscito allo stesso modo di Zarathustra. Ma il punto , e ieri non ho avuto modo di esprimerlo, che quello che dicono pu essere affermato unicamente perch hanno fallito.  questa la cosa importante".
Mi squadr come se si aspettasse una risposta. Io annuii un paio di volte, bevvi un altro sorso di caff.
E per quanto riguarda il tuo romanzo, non  stata tanto la storia della tredicenne a scuotermi.  stato innanzitutto il fatto che tu ti sia spinto cos in l nellesporre e mettere a nudo te stesso. Ci vuole coraggio".
Non per me, commentai. Me ne frego di me stesso da quel punto di vista".
Ma  proprio quello che si nota! Quante persone lo farebbero secondo te?
Mi strinsi nelle spalle, volevo solo sprofondare nuovamente nel divano e continuare a dormire, ma Geir sembrava quasi saltellare l sul bordo del sof dovera seduto.
Che ne dici di un giro in citt? Cos te la mostro. Stoccolma non ha unanima, ma  meravigliosamente bella. Questo non glielo toglie nessuno".
Volentieri, risposi. Magari non subito? Ma poi che ore sono?
Le otto e dieci, disse alzandosi. Infilati i tuoi stracci, cos facciamo colazione. Christina sta preparando uova e pancetta".
No, non mi volevo alzare. E dopo essermi costretto a farlo, non volevo lasciare lappartamento. Quello che mi sarebbe andato di fare era restarmene seduto sul divano per il resto della giornata. Dopo colazione cercai di tirarla per le lunghe, ma lenergia e la forza di volont di Geir erano di quelle che non demordono mai.
Ti fa bene camminare un po, disse. Abbacchiato come sei, startene barricato in casa  la morte. Su, alzati! Forza! Adesso andiamo!
Mentre ci stavamo dirigendo verso la metropolitana, con lui che allungava il passo mentre io mi trascinavo alle sue spalle, si volt verso di me facendomi una smorfia che sicuramente voleva essere un sorriso.
Hai rispolverato dal subconscio quello che ti  successo lass a nord, oppure brancoli ancora nel buio? chiese.
Ho capito come stavano le cose prima di addormentarmi, dissi. Non ti nascondo che  stato un sollievo. Per un momento ho creduto che tu avessi ragione e che io avessi veramente represso tutto. Sarebbe stato il colmo".
Come suona la spiegazione, allora?
Hai fuso insieme tre storie diverse facendone diventare una e questo  accaduto o allepoca o quando hai letto il libro. Sono stato insieme a una ragazza lass, ma lei aveva sedici anni e io diciotto. No, aspetta, ne aveva quindici. O sedici. Non ne sono sicuro. Ma in ogni caso non tredici".
Mi dicesti che eri innamorato di una delle tue alunne".
Questo non posso averlo detto".
Cazzo, invece s, Karl Ove. Io ho una memoria da elefante".
Ci fermammo davanti al tornello, comprai un biglietto e poi percorremmo il lungo tunnel di cemento armato che saliva fino al binario della metropolitana.
Cera una che era innamorata di me, questo me lo ricordo. Deve essere il dettaglio che ti  rimasto impresso. E poi hai confuso la tipa con quella con cui stavo per davvero e di cui ero innamorato".
Sar, disse. Ma non  quello che mi avevi raccontato".
Oh, adesso dacci un taglio, cazzo. Non sono venuto a Stoccolma per accollarmi altri pensieri. Il motivo per cui sono qui  proprio perch voglio evadere da tutti i problemi".
Allora ti sei rivolto alluomo giusto, comment. Comunque non torner mai pi sullargomento".
Prendemmo la metropolitana fino in centro, per tutto il giorno sbucammo da una stazione sotterranea dopo laltra, ogni volta si apriva un paesaggio urbano diverso e, come aveva detto lui, erano tutti belli. Ma non riuscivo a metterli insieme, a ricomporli, nei quattro o cinque giorni in cui girammo dalla mattina alla sera, per me Stoccolma non era altro che un insieme di pezzi alla rinfusa. Camminavamo fianco a fianco, lui indicava a sinistra e prendevamo a sinistra, indicava a destra e prendevamo a destra, il tutto mentre parlava a voce alta e con entusiasmo di quello che vedevamo e di tutto quello che lui vi associava. A volte mi stancavo di quel rapporto di forza cos squilibrato, del fatto che decidesse tutto lui, e allora dicevo no, non andiamo a destra, ma a sinistra, e lui sorrideva e diceva certo, se questo ti rende felice, oppure, facciamolo pure se ti fa sentire meglio. Ogni giorno pranzavamo in un posto nuovo, in Norvegia ero abituato a fette di pane e companatico, mangiavo fuori forse una volta ogni sei mesi: Geir e Christina lo facevano tutti i giorni, spesso sia a pranzo che a cena, paragonato alla Norvegia non costava niente e la scelta era enorme. Il mio impulso mi spingeva verso le caffetterie studentesche, cio verso quello che assomigliava di pi a ci che mi era familiare da Bergen, ma Geir si rifiutava, non aveva pi ventanni, come diceva, e non voleva avere niente a che fare con la cultura giovanile. Il pomeriggio e la sera mi obbligava a mettermi in contatto con tutti gli svedesi che conoscevo, tutti quelli con cui avevo avuto a che fare nel periodo in cui avevo lavorato alla rivista Vagant, tutti quelli che appartenevano alla cerchia del mio redattore, perch, come diceva, in quella citt era quasi impossibile trovare un posto dove stare, tutto avviene tramite contatti. Io non volevo, volevo dormire, restarmene svaccato sul divano, ma lui mi spingeva in continuazione, bisognava farlo, non cera altro modo. Andammo a un grande evento dedicato alla poesia: lessero scrittori danesi, svedesi, russi e norvegesi, tra cui anche Steffen Srum, che esord con un Hello Stockholm! come se fosse stato una qualsiasi rockstar del cazzo, e io arrossii a nome del nostro paese. Lesse Inger Christensen. Un russo barcollava ubriaco fradicio sul palco urlando che l non cera nessuno a cui piaceva la poesia, YOU ALL HATE POETRY! sbraitava, mentre il suo traduttore svedese, un uomo dallaspetto mite e modesto con un piccolo zainetto in spalla, cercava di calmarlo e alla fine, mentre il russo camminava muto su e gi per il palco, riusc a leggere alcune poesie. Il tutto si concluse con una potente scena di riappacificazione e fratellanza quando il russo assest prima una pacca sulla schiena al traduttore e poi lo abbracci. Tra il pubblico cera Ingmar Lemhagen, conosceva tutti e grazie a lui riuscii a intrufolarmi dietro le quinte ed ebbi modo di chiedere a tutti gli scrittori svedesi se conoscevano qualche posto dove andare ad abitare. Raattamaa aveva un appartamento, mi disse, avrei potuto trasferirmi l gi la settimana successiva, non era un problema. Uscimmo con loro, prima al Malmen, dove la poetessa svedese Marie Silkeberg si chin verso di me chiedendomi perch avrebbe dovuto leggere proprio il mio romanzo e io non riuscendo a trovare risposta migliore le dissi che a mio avviso lo ritenevo uno di quei libri che andava letto fino in fondo, a quel punto lei mi fece un rapido sorriso e poi, non cos velocemente da sembrare offensiva, ma neppure cos lentamente da rendere quel gesto del tutto insignificante, si guard intorno in cerca di qualcun altro con cui conversare. Lei era una poetessa, io uno scrittore da baraccone. Poi andarono tutti a casa sua per continuare a bere e festeggiare. Geir, al contrario di me, era pieno di disprezzo per la poesia e i poeti, li guardava con espressione carica dodio ed entr in rotta di collisione con la Silkeberg quando si limit ad alludere al fatto che un appartamento cos grande in una posizione cos centrale della citt non doveva essere costato poco. Quando, allalba, ci incamminammo verso Slussen, si mise a parlare della classe media intellettuale, di tutti i loro privilegi, di come la letteratura per loro fosse solo un biglietto dingresso nel mondo che conta e parl della loro riproduzione delle ideologie. Disquis sulla loro cosiddetta solidariet nei confronti dei pi disagiati, del loro civettare con la classe operaia e della distruzione che avevano messo in atto nei confronti di parametri come la qualit, quale catastrofe rappresentasse il fatto che la qualit venisse sottomessa alla politica e allideologia, non solo per la letteratura, ma anche per luniversit e, come estrema conseguenza, per tutta la societ. Io non riuscivo a mettere niente di tutto questo in relazione con la realt che conoscevo, ogni tanto controbattevo, gli dicevo che era paranoico, che stava facendo di ogni erba un fascio, dietro le ideologie cera sempre un essere umano, a volte lo lasciavo parlare a ruota libera. Ma, dichiar mentre superavamo i tornelli della stazione e salivamo sulla scala mobile, Inger Christensen era unica. Era stata davvero fantastica. Era una categoria a s. Anche se lo dicono tutti, e tu sai cosa penso in generale del consenso, lo  stata davvero.
S, dissi.
Sotto di noi la folata di vento sollevata dal treno in arrivo fece svolazzare un sacchetto di plastica dal binario. Come un animale con i fari al posto degli occhi il veicolo spunt dalloscurit allaltra estremit del tunnel.
Appartiene a unaltra classe, insistette Geir.  a livello mondiale".
Io invece non avevo provato nessuna sensazione particolare mentre leggeva. Prima del suo intervento ero rimasto stupito dal suo aspetto, una donna piccola, grassottella e vecchia che stava bevendo in piedi al bancone del bar, con la borsetta appesa a un braccio.
La valle delle farfalle  una corona di sonetti, dissi avanzando sul marciapiede nel momento in cui il treno si arrestava. Deve essere la forma pi ardua di tutte. Il primo verso di ogni sonetto costituisce il sonetto conclusivo".
S, Hadle ha cercato di spiegarmelo diverse volte, comment Geir. Ma non me lo ricordo mai".
ltalo Calvino fa qualcosa di simile in Se una notte dinverno un viaggiatore, continuai. Ma non in modo cos rigido, ovviamente. Il titolo di ogni racconto forma alla fine un piccolo racconto a s stante. Lo hai letto?
Le porte si aprirono, entrammo e ci sedemmo luno di fronte allaltro.
Calvino, Borges, Cortzar, tieniteli pure per te, rispose. Non mi piace il fantastico e non mi piace il costruito. Per me contano solo gli esseri umani".
E la Christensen, allora? intervenni. Dovrai cercare a lungo prima di riuscire a trovare una scrittura pi costruita della sua. A volte le sue composizioni rasentano la matematica".
Non quella che ho sentito io, replic Geir, e io guardai fuori dal finestrino mentre il treno della metropolitana si metteva in moto.
 la voce che hai sentito, dissi. Supera qualunque numero e qualunque sistema. Ed  cos anche per Borges, per lo meno quando  al meglio".
Non serve, insistette Geir.
Non vuoi?
No".
Va bene, allora no".
Restammo seduti per un po senza dire niente, imprigionati in quel silenzio in cui erano sprofondati anche tutti gli altri passeggeri. Sguardi vuoti, corpi immobili, pareti e pavimenti che vibravano leggermente.
Assistere alla lettura di poesie  come stare allospedale, disse Geir quando scendemmo alla fermata successiva.  tutta una nevrosi".
Ma non la Christensen?
No, esattamente,  proprio quello che ho detto. Lei ha fatto qualcosa di diverso".
Magari proprio quella rigida costruzione che tu non vuoi ha dato origine a una forma di equilibrio? Ha oggettivizzato il tutto?
Possibile, ammise. Ma se non fosse stato per lei, sarebbe stata una serata sprecata".
 anche per quello che aveva un appartamento, aggiunsi. Rataajaama, si chiamava cos, no?
La mattina dopo chiamai il numero che avevo avuto da Raattamaa. Non rispose nessuno. Continuai a insistere per tutto il giorno e quello successivo. Nessuna risposta. Non tirava mai su il telefono, cos il terzo giorno andammo a un altro evento a cui lui avrebbe partecipato, ci sedemmo a un bar sullaltro lato della strada e aspettammo la conclusione della manifestazione, e quando usc, andai da lui, quando mi riconobbe, abbass lo sguardo, purtroppo era troppo tardi, lappartamento non era pi disponibile. Tramite Geir Gulliksen riuscii a organizzare un incontro con due redattori della casa editrice Norstedts, pranzai con loro, mi fornirono una lista di scrittori con cui avrei dovuto mettermi in contatto  non sono necessariamente i migliori, ma sono i pi disponibili e simpatici  e dissero che avrei potuto abitare nellappartamento che la casa editrice metteva a disposizione degli ospiti per due settimane. Accettai lofferta, e mentre vivevo l ricevetti una risposta positiva da Joar Tiberg, di cui avevamo pubblicato una lunga poesia su Vagant, lui conosceva una ragazza che lavorava per la rivista letteraria Ordfront Magasin, che sarebbe stata via per un mese: potevo usufruire del suo appartamento.
A intervalli regolari telefonavo a Tonje e le raccontavo come stavo e cosa facevo, lei mi aggiornava su come andavano le cose dove si trovava. La domanda su cosa stavamo combinando in realt non la poneva invece nessuno dei due.
Iniziai a correre. E ripresi a scrivere. Erano gi passati quattro anni dal primo romanzo e non avevo in mano niente. Sdraiato sul materasso ad acqua nellappartamento dallarredo e dal gusto smaccatamente femminile che avevo preso in affitto, decisi di portare avanti una delle due cose. O cominciare a scrivere della mia vita comera adesso, una specie di diario aperto e proiettato verso il futuro, dove tutto quello che mi era successo negli ultimi anni scorreva sullo sfondo simile a unoscura corrente sotterranea  nei miei pensieri lo chiamavo il diario di Stoccolma  oppure continuare la storia che avevo cominciato appena tre giorni prima di partire, su unescursione notturna compiuta tra gli isolotti lestate in cui avevo dodici anni, durante la quale pap aveva pescato i granchi e io avevo trovato un gabbiano morto. Latmosfera di quei momenti, con il caldo e il buio, i granchi e il fal, tutti quei gabbiani che strillavano per difendere i propri nidi quando io, Yngve e pap eravamo sbarcati sullisolotto, aveva in s un qualcosa, ma forse non era abbastanza per costruirci sopra un romanzo.
Di giorno restavo a letto a leggere, spesso Geir veniva a farmi visita e allora andavamo a pranzo insieme e di sera scrivevo o correvo, oppure prendevo la metropolitana per andare da Geir e Christina, a cui mi ero avvicinato molto nellarco di quelle due settimane. Oltre alle conversazioni sulla letteratura, e oltre a tutte le disquisizioni sulle relazioni esistenti tra politica e ideologia sviscerate da Geir, parlavamo sempre anche di cose che ci toccavano pi da vicino. Da parte mia ero come inesauribile, riemerse tutto, dagli eventi della mia infanzia alla morte di mio padre, dalle estati a Srbvg allinverno in cui avevo incontrato Tonje. Geir era acuto, vedeva le cose da fuori e immancabilmente assestava i suoi fendenti, tranciava di netto. Il racconto di s, che cominci a prendere forma pi tardi, come se prima si fosse dovuto assicurare del fatto che fossi una persona di cui fidarsi, era quasi il contrario del mio. Mentre lui veniva da una famiglia proletaria totalmente priva di ambizioni e senza neppure un libro sugli scaffali, io venivo da una casa borghese dove in et adulta sia mia madre sia mio padre avevano compiuto studi ulteriori di specializzazione per migliorarsi e avere maggiori possibilit e dove avevo a disposizione tutta la letteratura del mondo. Mentre lui era uno di quelli che facevano a botte nel cortile della scuola ed era stato espulso e mandato dallo psicologo, io ero uno di quelli che tentavano sempre di guadagnarsi il plauso degli insegnanti cercando di essere il pi bravo possibile. Mentre lui giocava con i soldatini e sognava di avere un giorno la propria arma da fuoco, io giocavo a calcio e sognavo di diventare un professionista. Mentre io mi ero iscritto nelle liste del Partito della sinistra socialista durante le elezioni scolastiche partecipando attivamente ai dibattiti e avevo scritto una tesina sulla rivoluzione in Nicaragua, lui faceva parte dellAssociazione nazionale cadetti e dei giovani ultraconservatori del Partito del progresso. Mentre io avevo scritto una poesia sulle mani che venivano tagliate ai bambini e sulla crudelt degli esseri umani dopo aver visto Apocalypse Now, lui valutava la possibilit di diventare cittadino americano per potersi arruolare.
Nonostante tutto questo, eravamo in grado di parlare insieme. Io capivo lui, lui capiva me e per la prima volta nella mia vita di adulto potevo dire a qualcuno quello che pensavo, senza remore.
Optai per la storia dei granchi e del gabbiano, scrissi venti pagine, ne scrissi trenta, e quelle che allinizio erano state soltanto delle brevi corsette si fecero sempre pi lunghe, ora ero arrivato a compiere quasi tutto il giro di Sder, i chili di troppo stavano sparendo e le conversazioni con Tonje si erano diradate sempre pi.
Poi incontrai Linda, e il sole si lev.
Non riesco a dirlo in altro modo. Si lev il sole nella mia vita. Prima soltanto come un leggero bagliore di luce allorizzonte, quasi come a dire,  da questa parte che devi guardare. Poi giunsero i primi raggi, tutto si fece pi evidente, pi facile, pi leggero, pi vivo e divenni sempre pi felice, infine il sole si trov al centro del cielo della mia vita e ardeva, ardeva, ardeva.
La prima volta che avevo visto Linda era stato nellestate del 1999 a un seminario per scrittori esordienti nordici a Biskops-Arn, fuori Stoccolma. Lei era in piedi davanti a un edificio, con il sole in faccia. Portava gli occhiali da sole, una maglietta bianca con una striscia rossa allaltezza del petto, pantaloni verdi militare. Era esile e bella. Emanava un non so che di oscuro, selvaggio, erotico, distruttivo. Abbandonai ogni certezza che avevo.
La seconda volta che la vidi erano passati sei mesi. Era seduta al tavolino di un bar a Oslo, indossava un ampio giubbotto di pelle, jeans, stivali neri al polpaccio e aveva unaria talmente fragile, disfatta e persa che lunica cosa che avrei avuto voglia di fare era abbracciarla. Non lo feci.
Quando arrivai a Stoccolma lei era lunica persona che conoscevo, a parte Geir. Avevo il suo numero, e il secondo giorno che ero l le telefonai dallappartamento di Geir e di Christina. Quello che era successo a Biskops-Arn lo avevo seppellito, non provavo pi niente per lei, ma avevo bisogno di contatti in citt, lei era una scrittrice, di sicuro conosceva molta gente, magari anche qualcuno che aveva un posto dove avrei potuto andare ad abitare.
Non mi rispose nessuno, riattaccai e mi voltai verso Geir, che faceva finta di non aver prestato attenzione alle mie mosse.
A casa non c nessuno, dissi.
Riprova pi tardi".
E cos fu. Ma non rispondeva mai nessuno.
Con laiuto di Christina misi degli annunci sui giornali svedesi. Scrittore norvegese cerca studio/appartamento, diceva il testo, avevamo discusso a lungo prima di arrivare a quella formulazione, secondo loro cera un sacco di gente interessata alla cultura che avrebbe abboccato davanti alla parola scrittore, inoltre norvegese segnalava qualcosa di amabile e innocuo. A quanto pare avevano ragione perch fui subissato di telefonate. La maggior parte degli appartamenti che mi vennero offerti erano in citt satelliti lontano dal centro, li rifiutai, non mi sembrava che avesse molto senso starsene in qualche condominio in mezzo a un bosco, e, mentre aspettavo una proposta migliore, mi trasferii prima nellappartamento della Norstedts e poi in quello cos estremamente femminile. Dopo una settimana che ero l, ecco loccasione doro: qualcuno voleva affittare il proprio appartamento nella zona di Sder. Ci andai, aspettai fuori dalla porta, due donne sulla cinquantina, cos simili che dovevano essere gemelle, scesero da unauto, le salutai, mi dissero che erano polacche e che volevano affittare lappartamento almeno per un anno, molto interessante, commentai, vieni su con noi, mi dissero loro, cos possiamo fare subito il contratto se ti piace.
Lappartamento andava bene, una stanza e mezzo, sui trenta metri quadri, cucina e bagno, uno standard accettabile, posizione perfetta. Firmai. Eppure cera qualcosa che non mi tornava, cera qualcosa di sbagliato, non capivo cosa, scesi piano le scale, mi fermai davanti al riquadro che riportava lelenco degli inquilini. Per prima cosa lessi lindirizzo, Brnnkyrkagatan 92, suonava familiare, lavevo gi visto da qualche parte, ma dove? dove? pensai mentre scorrevo con lo sguardo la lista dei nomi.
Porca di quella puttana.
Linda Bostrm, cera scritto.
Mi sentii gelare.
Ma certo, era il suo indirizzo! Le avevo scritto per chiederle un testo per Vagant, avevo spedito la richiesta a Brnnkyrkagatan 92, cazzo.
Quante erano le chance che potesse accadere una cosa simile?
In quella citt vivevano un milione e mezzo di persone. Ne conoscevo soltanto una. Metto un annuncio sul giornale, ricevo una proposta interessante da parte di due gemelle polacche del tutto sconosciute e si scopre che si tratta dello stesso edificio!
Mi avviai lentamente verso la fermata della metropolitana, per tutto il tragitto rimasi preda dellinquietudine che mi aveva assalito e che dur fino a quando raggiunsi il mio appartamento da femmina. Cosa avrebbe pensato Linda se mi fossi trasferito al piano sopra il suo? Che la stavo perseguitando?
Non era possibile. Non potevo farlo. Non dopo le cose terribili che erano successe a Biskops-Arn.
La prima cosa che feci non appena ebbi messo piede in casa fu chiamare le polacche per dire loro che avevo cambiato idea, lappartamento non mi interessava pi, mi era arrivata unofferta migliore, mi dispiace davvero.
Non c problema, mi fu risposto.
Adesso ero al punto di prima.
Ma ti ha dato di volta il cervello? esclam Geir quando glielo raccontai. Hai disdetto un appartamento in piena Sder, che oltretutto avevi avuto a un buon prezzo, perch secondo te qualcuno che in realt neppure conosci forse potrebbe sentirsi perseguitato? Sai da quanti anni sto cercando di trovare un appartamento in centro? Lo sai quanto  difficile?  impossibile. E poi arrivi tu con il culo sfacciato che ti ritrovi e ne trovi prima uno, poi un altro, e dici di no?
Comunque adesso le cose stanno cos, replicai. Va bene se faccio un salto da voi? Mi sento un po come se voi foste la mia famiglia. Come se venissi a casa vostra per la cena della domenica".
A parte il fatto che oggi  luned, proviamo anche noi lo stesso sentimento. Ma mi riesce difficile interpretarlo come una relazione padre/figlio. Dovrebbe essere piuttosto quella tra Cesare e Bruto".
Chi di noi sarebbe Cesare?
Non fare domande stupide. Prima o poi mi pugnalerai alle spalle. Dai, vieni. Cos ne parliamo".
Mangiammo, io uscii sul terrazzino per fumare e bere il caff, Geir mi segu, parlammo dellatteggiamento relativistico che entrambi avevamo nei confronti del mondo, del fatto che il mondo cambiava quando cambiava la cultura, ma che rimaneva sempre il tutto, il punto centrale, ecco perch non era possibile vedere ci che cera oltre a esso, ergo questo esso non esisteva, ci domandavamo se quella visione derivava dal fatto che noi avessimo affrontato e percorso luniverso proprio quando il poststrutturalismo e il postmodernismo erano allapice del successo e tutti leggevano Foucault e Derrida, oppure se era davvero cos e quindi ci che noi negavamo era il punto fermo, immutabile e non-relativo. Geir mi raccont di un conoscente che non voleva pi parlare con lui dopo che avevano avuto una discussione sul realmente esistente e sul relativo. Pensai che fosse uno strano punto di partenza da cui procedere e in cui inserire ogni cosa, ma non lo dissi. Per me il sociale  tutto, afferm Geir. E lumano. Al di fuori di queste due sfere non mi interessa altro. A me invece s, replicai. Ah, s? disse Geir, e cosa? Gli alberi, risposi. Rise. Le forme che si ripetono nelle piante. Nei cristalli. Nelle rocce. Le formazioni del paesaggio. E delle galassie. Ti riferisci ai frattali? S, per esempio. Tutto quello che lega ci che  morto a ci che  vivo, tutte le forme dominanti esistenti. Nuvole! Dune di sabbia! Questo mi interessa. Oddio, che roba noiosa, comment Geir. No, replicai. S invece, insistette. Torniamo dentro? dissi.
Mi versai unaltra tazza di caff e chiesi a Geir se potevo usare il telefono.
Certo, mi rispose. A chi telefoni?
A Linda, sai, quella che..".
S, s, s. Quella per cui hai gi rinunciato a un appartamento".
Feci il numero, era almeno la quindicesima volta. Con mia sorpresa rispose.
Linda? disse.
Oh, ciao, sono Karl Ove Knausgrd, esordii.
Ciao! Qual buon vento!
Sai, sono a Stoccolma".
Ah, s? In vacanza?
No, in realt pensavo di restare qui per un po".
Ah, s? Bello!
S. Sono qui gi da qualche settimana. Ho provato a chiamarti, ma non ho mai ricevuto risposta".
No, ho passato un po di tempo a Visby".
Oh?
S, ero l a scrivere".
Sembra bello ".
S, molto. Non sono riuscita a combinare un granch, ma..".
Gi..". dissi.
Ci fu una pausa.
Senti, mi chiedevo... ti va di andare a prendere un caff insieme uno di questi giorni?
Volentieri. Dora in avanti rimarr qui in citt".
Magari domani? Hai tempo?
S, credo di s. Sicuramente durante la mattinata".
Perfetto".
Dove abiti?
Vicino a Nytorget".
Oh, bene! Possiamo vederci l, allora? Sai dov la pizzeria allangolo? Sullaltro lato della strada dove c un caff. Va bene l?
S. A che ora  meglio per te? Le undici? Mezzogiorno?
Alle dodici va bene".
Fantastico. Allora a domani!
S. Ciao".
Ciao".
Riattaccai e andai da Geir, con una tazza in mano mi guardava seduto sul divano.
Be? disse. Finalmente ce lhai fatta?
S. La vedo domani".
Bene! Passo da te domani sera, cos mi racconti com andata".
Mi recai allappuntamento unora prima del previsto, avevo con me un manoscritto che stavo revisionando, il nuovo romanzo di Kristine Nss, e mi sedetti a lavorare. Piccole scosse cariche di aspettative mi attraversavano ogni volta che pensavo a Linda. Non che volessi combinare qualcosa con lei, avevo messo da parte quellidea una volta per tutte, pi che altro era per lincertezza di quello che sarebbe successo, di quello che sarebbe stato.
La notai nel momento in cui stava scendendo dalla bicicletta. Dopo aver infilato la ruota anteriore nella rastrelliera, chiuse la bici con il lucchetto, sbirci dal vetro della finestra, forse per specchiarsi, apr la porta ed entr. Il locale era quasi pieno, ma mi vide subito e si diresse verso di me.
Ciao, disse.
Ciao".
Vado prima a ordinare. Vuoi qualcosa?
No, grazie, risposi.
Era pi rotonda dellultima volta, fu la prima cosa che notai, quella magrezza quasi mascolina era sparita.
Dopo aver appoggiato una mano sul bancone, gir la testa verso il barista, che era in piedi dietro la macchina da caff sibilante. Sentii una specie di risucchio allo stomaco.
Accesi una sigaretta.
Lei torn indietro e prima di appoggiare una tazza di t sul tavolino si sedette.
Ciao, ripet.
Ciao".
I suoi occhi erano grigioverdi e avevano la capacit di dilatarsi allimprovviso, ricordavo, senza una ragione.
Tolse il minuscolo colino rotondo, si port la tazza alla bocca e soffi sulla superficie.
Ne  passato di tempo, dissi. Come va, bene?
Bevve un piccolo sorso di t prima di posare la tazza.
S, disse. Va bene. Sono appena stata in Brasile con unamica. E poi a Visby subito dopo.  come se non fossi ancora del tutto atterrata".
Ma stai scrivendo, no?
Fece una piccola smorfia, abbass lo sguardo.
Ci provo. E tu?
Stessa cosa. Ci provo".
Sorrise.
Parlavi seriamente quando dicevi che hai intenzione di abitare a Stoccolma?
Mi strinsi nelle spalle.
Per un po di tempo, almeno".
Bene, disse. Cos potremo frequentarci. Volevo dire, vederci".
S".
Conosci qualcun altro qui?
Solo una persona. Si chiama Geir. Norvegese. Nessun altro".
Ma Mirja un po la conosci, no? Era con noi a Biskops-Arn".
Oh, ben poco. A proposito, come sta?
Bene, credo".
Rimanemmo per un po seduti senza dire niente.
Erano cos tante le cose di cui non potevamo parlare, in cui non potevamo addentrarci. Ma adesso eravamo l seduti, adesso dovevamo pur parlare di qualcosa.
Era davvero bello il racconto che ti hanno pubblicato su Vagant, dissi. Bellissimo, in effetti".
Lei sorrise e abbass lo sguardo.
Grazie, rispose.
Un linguaggio cos esplosivo. S, ma cos maledettamente bello. Come un... oh,  difficile parlare di certe cose, ma... qualcosa di ipnotico,  quello a cui penso".
Lei continuava a tenere gli occhi abbassati.
Allora adesso scrivi racconti?
S, esatto. Prosa, comunque".
S. Bene".
E tu?
No, niente. Ho cercato per quattro anni di scrivere un romanzo, ma proprio prima di partire ho cestinato tutto".
Si fece unaltra volta silenzio. Mi accesi unaltra sigaretta.
 bello vederti, dissi.
Vale anche per me, rispose.
Stavo leggendo un manoscritto prima che tu arrivassi, dissi indicando la pila di fogli sul divanetto accanto a me. Kristine Nss, la conosci?
In effetti, s. Non lho letta, ma quando ho frequentato il corso a Biskops-Arn, ha tenuto un incontro insieme a due giovani scrittori".
Davvero? Che strano. Scrive proprio su Biskops-Arn. Di una ragazza norvegese che va l".
Che cazzo stavo facendo? Di che diavolo stavo parlando?
Linda sorrise.
Non leggo molto, disse. Non so neppure se sono una vera scrittrice".
Tu? S!
Ma ricordo bene lintervento di quegli scrittori norvegesi. Pensai a quanto fossero ambiziosi, soprattutto i due ragazzi. E che sapevano cos tanto di letteratura".
Come si chiamavano?
Inspir profondamente.
Uno si chiamava Tore, di questo sono sicura. Erano di Vagant".
Ah, ecco, commentai. Erano Tore Renberg ed Espen Stueland. Ricordo che quella volta avevano partecipato anche loro".
S, esatto".
Sono i miei due migliori amici".
Davvero?
S. Ma sono come cane e gatto. Non  pi possibile lasciarli da soli nella stessa stanza".
Allora li conosci bene tutti e due".
S, diciamo cos".
Ero rimasta anche molto colpita da te, aggiunse.
Da me?
S. Ingmar Lemhagen aveva parlato del tuo libro molto prima che tu arrivassi. Non voleva discutere daltro mentre eravamo l".
Ci fu unaltra pausa.
Lei si alz e and verso il bagno.
Pensai che la situazione fosse senza speranza. Che razza di scemate stavo dicendo? Del resto gli argomenti a disposizione non erano molti.
Di che cazzo parlava la gente di solito?
Laggi la macchina da caff sibilava e soffiava. Una nutrita fila di persone in attesa lungo il balcone esprimeva impazienza attraverso il proprio linguaggio corporeo. Fuori era grigio. Lerba nel parco sottostante era gialla e bagnata.
Lei torn e si mise a sedere.
Insomma, cosa fai durante il giorno? Hai cominciato a prendere familiarit con la citt?
Scossi la testa.
Solo un po. No, ma scrivo. E poi nuoto tutti i giorni nella piscina che c in Medborgarplassen".
Davvero? Anchio vado l a nuotare. Non tutti i giorni, ma quasi".
Ci sorridemmo.
Tirai fuori il cellulare e guardai lora.
Tra poco devo andare, dissi.
Lei annu.
Ma non possiamo vederci ancora?
S, certo. Quando?
Si strinse nelle spalle.
Basta che mi chiami, va bene?
S".
Infilai il manoscritto e il cellulare nella borsa, mi alzai.
Allora ci sentiamo!  stato bello rivederti!
Ciao, disse lei.
Con la borsa in mano mi precipitai gi per la strada, costeggiai il parco fino a sbucare nellampia via dove si trovava lappartamento. Tutto era rimasto perfettamente immobile come un tempo, non ci eravamo mossi di un passo: quando adesso ci eravamo salutati, era esattamente come quando ci eravamo appena rivisti.
Ma che cosa mi ero aspettato?
In effetti non dovevamo andare da nessuna parte.
Non le avevo neppure chiesto dellappartamento. N di qualche contatto. Niente.
Ed ero pure grasso.
Dopo essermi barricato in casa, mi sdraiai sul materasso ad acqua e fissai il soffitto. Lei era completamente diversa. Sembrava quasi unaltra persona.
A Biskops-Arn la cosa che forse mi aveva pi colpito di lei era la volont di spingersi oltre, il pi lontano possibile, che avevo percepito subito, e ne ero rimasto profondamente affascinato. Quella volont era sparita. Quella durezza quasi spietata, ma al contempo fragile come il vetro, era anchessa scomparsa. Lei serbava ancora in s un che di fragile, ma in modo diverso, questa volta non avevo pensato che avrebbe potuto rompersi o andare in frantumi come mi era successo allora. Adesso la sua fragilit era legata a qualcosa di pi morbido e quella componente del suo carattere che sembrava voler respingere le persone, quella che diceva, non ti avvicinerai mai a me, aveva cambiato natura. Era sempre schiva, ma in qualche modo non era anche aperta? Non cera qualcosa di aperto in lei?
Lautunno dopo che eravamo stati a Biskops-Arn lei si era messa insieme ad Arve e tramite lui ero venuto a conoscenza di quello che le era successo quellinverno e quella primavera. Era diventata maniaco-depressiva, alla fine era stata ricoverata in una clinica psichiatrica, di pi non sapevo. In alcuni di questi periodi di depressione mi aveva chiamato a casa, due volte per chiedermi se potevo rintracciare Arve, lo avevo fatto in entrambi i casi, avevo chiesto agli amici di Arve di dirgli di telefonarmi e quando lui mi aveva contattato, avevo percepito dalla sua voce che era rimasto deluso nello scoprire che in realt era Linda che cercava di mettersi in contatto con lui. E una volta Linda mi aveva chiamato solo per parlare con me, erano le sei del mattino, mi aveva raccontato che avrebbe cominciato il corso di Scrittura letteraria, sarebbe partita per Gteborg unora dopo. Tonje, che era sveglia in camera da letto, mi aveva chiesto chi diavolo fosse che telefonava a quellora della mattina, Linda, avevo risposto, sai, quella svedese che ho conosciuto e che sta insieme ad Arve. Perch chiama qui? aveva domandato Tonje. Non lo so, avevo detto, credo che abbia uno dei suoi attacchi maniacali.
Non potevamo parlare di questo.
E se non potevamo parlare di questo, non potevamo parlare di niente.
Che senso aveva allora starsene l seduti a dirsi ciao, ciao, s, s, come va?
Chiusi gli occhi e cercai di immaginarmela.
Avevo provato qualcosa per lei?
No.
O forse s, mi piaceva e forse sentivo per lei anche una certa tenerezza, dopo quello che era successo, ma era tutto. Il resto lo avevo sepolto, e in modo deciso.
Era un bene.
Mi alzai, infilai in un sacchetto il costume, un asciugamano e uno shampoo, mi misi la giacca e andai a Medborgarplassen, in piscina, che a quellora era quasi vuota, mi cambiai, andai alla vasca, salii sul blocco di partenza e mi tuffai. Nuotai per mille metri, sotto la pallida luce di marzo che penetrava dalla grande finestra in fondo, avanti e indietro, avanti e indietro, sottacqua e sopra il pelo dellacqua, senza pensare ad altro che a quello: il numero di metri, il numero di minuti, cercando per tutto il tempo di eseguire bracciate che fossero il pi possibile perfette.
Dopo, seduto nella sauna, ripensai ai tempi in cui cercavo di scrivere racconti partendo da piccole idee, come un uomo con una protesi nello spogliatoio di una piscina, senza sapere nulla di cosa, perch e come.
Qual era stata la grande idea?
Un uomo che viene legato a una sedia in una stanza di un appartamento a Bergen, alla fine gli sparano alla testa, muore, ma continua a vivere nel testo, un io che durava anche molto tempo dopo il funerale e nella tomba.
I fatti, era di quello che mi ero occupato.
E a lungo.
Mi asciugai il sudore dalla fronte con lasciugamano, guardai i rotoli di grasso che mi ricadevano sulla pancia. Pallido e grasso e stupido.
Ma a Stoccolma!
Mi alzai, andai alle docce, mi infilai sotto una.
Non conoscevo nessuno. Ero completamente libero.
Se lasciavo Tonje, se le cose avessero assunto quella piega, avrei potuto vivere l per un mese o due, magari tutta lestate e poi andare a... s, dove cazzo volevo, in realt. Buenos Aires. Tokyo. New York. Scendere in Sud Africa e risalire in treno fino al lago Victoria. O perch non Mosca? Sarebbe stato davvero fantastico.
Chiusi gli occhi e mi insaponai i capelli. Li sciacquai, andai nello spogliatoio e aprii larmadietto, mi vestii.
Ero libero, se volevo.
Non cera bisogno che continuassi a scrivere.
Misi lasciugamano e il costume bagnato nel sacchetto, uscii in quella giornata gelida e uggiosa, diretto al Saluhallen, dove mangiai una ciabatta in piedi accanto al bancone. Andai a casa, cercai di scrivere qualcosa mentre speravo che Geir arrivasse un po prima di quanto avesse detto. Mi sdraiai sul letto a guardare la tv, una soap americana, mi addormentai.
Quando mi svegliai, fuori era buio. Bussarono alla porta. Aprii, era Geir, ci stringemmo la mano.
Allora? mi chiese. Come andata?
 andata bene, risposi. Dove andiamo?
Geir si strinse nelle spalle mentre girava per la casa osservando tutti i soprammobili e i ninnoli che cerano, dopo essersi fermato davanti alla libreria, si gir.
Non  strano trovare gli stessi libri ovunque? Voglio dire, lei ha pi o meno venticinque anni, no? Lavora a Ordfront, abita a Sder, giusto? S, eppure sono questi i libri che ha, e non altri".
S,  davvero strano, dissi. Dove andiamo? Guldapan? Kvarnen? Pelikanen?
Di sicuro non al Kvarnen. Il Guldapan, forse? Hai fame?
Annuii.
Andiamo l. Non si mangia male. Il pollo  buono".
Fuori sembrava che potesse mettersi a nevicare da un momento allaltro. Freddo, pungente e umido.
Ma dai, racconta, disse Geir mentre camminavamo a passo veloce. In che senso  andata bene?
Ci siamo incontrati, abbiamo chiacchierato un po e poi ci siamo salutati.  andata pi o meno cos".
Era come te la ricordavi?
Mah, forse un po diversa".
Come  stato?
Quante volte hai intenzione di chiedermelo?
Parlo sul serio. Cosa hai provato quando lhai vista?
Meno di quello che pensassi".
Come mai?
Come mai? Che cazzo di domanda ? Come faccio a saperlo? Provo quello che provo, non  mica possibile identificare ogni minima vibrazione dellanima, se  quello che credi".
Ma non  di questo che vivi?
No. Vivo scrivendo di ogni minima cosa imbarazzante di cui sono stato vittima.  diverso".
Allora, ci sono state vibrazioni? domand.
Eccoci arrivati, commentai. Mangiamo, avevi detto?
Aprii la porta ed entrai. Nella prima stanza cera il bar, nella seconda la sala da pranzo.
Perch no, disse Geir prima di attraversare il locale. Lo seguii. Ci sedemmo, leggemmo i menu e, quando arriv il cameriere, ordinammo pollo e birra.
Ti ho raccontato che sono stato qui con Arve? dissi.
No".
Quando siamo arrivati a Stoccolma, siamo finiti qui. S, prima eravamo un po pi su, da quanto ho capito adesso, doveva essere Stureplan. Arve  entrato in un locale per chiedere se sapevano dirgli dove andavano a bere gli scrittori a Stoccolma. Avevano riso di lui rispondendogli in inglese. Avevamo gironzolato un po da quelle parti,  stato terribile, in realt, perch nutrivo una grande stima per Arve, era un intellettuale, aveva fatto parte di Vagant fin dallinizio e quando ci eravamo incontrati allaeroporto, io non ero riuscito a spiccicare una sola parola. O quasi. Siamo atterrati ad Arlanda, non ero in grado di parlare. Arrivati a Stoccolma, abbiamo trovato una pensione, io sempre senza aprire bocca. Siamo usciti per mangiare, nada. Non una parola. Sapevo che la mia unica chance era prendermi una sbornia galattica. E cos ho fatto. Una birra in Drottninggatan, dove ci eravamo informati su qualche posto interessante, ci avevano consigliato il Guldapan, a Sder, e quindi abbiamo preso un taxi per arrivarci. Dopo aver bevuto superalcolici, ho cominciato a fatica a parlare. Qualche parola qua e l. Arve si era chinato su di me per dirmi, quella ragazza ti sta guardando. Vuoi che me ne vada, cos resti solo con lei? Quale ragazza, avevo detto, quella laggi, aveva risposto Arve, lavevo guardata, cazzo, era pure bella! Ma la cosa che mi aveva pi colpito era stata la proposta di Arve. Non era un po strana?
S".
Abbiamo bevuto come due spugne, eravamo ubriachi fradici. Non cera pi bisogno di fare conversazione. Abbiamo vagabondato un po per queste vie, cominciava ad albeggiare, non riuscivo a mettere insieme un pensiero, poi siamo entrati in una birreria, cera unatmosfera meravigliosa, io non ero quasi pi in grado di intendere e di volere, tracannavo birra mentre Arve parlava di suo figlio. Tutto a un tratto si  messo a piangere. Io non lo stavo neanche ad ascoltare. E di colpo lui era l con le mani sul viso e le spalle che gli sussultavano. Piange sul serio! pensai da qualche parte dentro di me. Poi la birreria aveva chiuso, abbiamo preso un taxi fino a un altro locale che rimaneva aperto pi a lungo, non ci hanno fatto entrare e allora abbiamo scovato un grande spiazzo aperto con un chiosco in fondo, forse era Kungstrdgrden, ne sono quasi convinto. Cerano delle sedie incatenate tra di loro. Le abbiamo sollevate sopra la testa prima di cominciare a scagliarle contro il muro, abbiamo ribaltato tutto, eravamo completamente andati. Strano che non arrivasse la polizia. Ma non  venuta. Poi siamo tornati in taxi alla pensione. La mattina dopo ci siamo svegliati che il treno era gi partito da due ore. Ma ormai ce neravamo sbattuti di tutto quanto, quindi la cosa non aveva pi importanza. Siamo andati alla stazione, abbiamo preso il primo treno e per tutto il viaggio non ho fatto altro che parlare. Inarrestabile. Era come se quello che mi ero tenuto dentro lultimo anno venisse fuori. Cera qualcosa in Arve che lo rendeva possibile. Non so esattamente cosa fosse, o cosa sia. Una specie di enorme capacit di accettazione. Fatto sta che gli ho raccontato tutto. La morte di pap, quellinferno, il mio debutto e quello che era successo in contemporanea, e dopo avergli detto tutte queste cose, ho continuato. Ricordo che stavamo aspettando il taxi davanti alla stazione, non si vedeva anima viva, ceravamo solo io e Arve, lui che mi guarda e io che non faccio che parlare. Infanzia, adolescenza, non ho tralasciato nulla. Solo me stesso, nientaltro. Io, io, io. Gli ho rovesciato tutto addosso. Qualcosa in lui lo rendeva possibile, capiva tutto quello che dicevo e intendevo dire, e questo non mi era mai successo prima con nessuno. Cerano sempre delle limitazioni, degli atteggiamenti, il bisogno di controbattere che confinava quello che veniva detto entro uno spazio determinato, o che lo convogliava verso una direzione precisa, cosicch quello che uno diceva veniva sempre trasformato in qualcosa di diverso, non aveva mai il diritto di esistere per quello che era. Invece Arve, compresi quel giorno, era una persona veramente aperta e al contempo anche curiosa, che cercava sempre di capire ci che vedeva. Ma non cera niente di strumentale in quellapertura, non era una cazzo di apertura in stile psicologo, e non cera niente di strumentale neppure nella sua curiosit. Aveva uno sguardo allenato nei confronti del mondo, doveva essere cos, e come per tutti coloro che hanno maturato una lunga esperienza, era in sostanza soltanto la risata quella che restava. La risata era lunico modo vero e adeguato con cui andare incontro e affrontare i comportamenti e le idee degli altri".
Lo capivo e al contempo, pur sfruttando tutto questo e tenendo conto che non ero abbastanza forte per resistere a ci che mi dava la sua apertura, ne avevo paura.
Conosceva cose che io non sapevo, capiva cose che io non comprendevo, vedeva cose che io non vedevo.
Glielho detto.
Ha sorriso.
Ho quarantanni, Karl Ove. Tu ne hai trenta.  una bella differenza.  senzaltro questo quello che noti".
Non credo, ho risposto. Si tratta di qualcosaltro. Tu hai una capacit di conoscere e penetrare le cose che a me manca".
Continua pure! Vai avanti!
Aveva riso.
La sua aura era concentrata intorno agli occhi, intensi e cupi, ma lui non era cupo, rideva molto, il sorriso abbandonava raramente quelle labbra un po storte. Si imponeva agli altri, la sua presenza si notava, ma non era una presenza fisica, perch il suo corpo, slanciato e leggero, passava veramente inosservato. Almeno questo valeva per me. Arve: era una testa rasata a zero, occhi scuri, un eterno sorriso e una sonora risata. I suoi ragionamenti prendevano sempre una direzione per me inaspettata. Che lui si aprisse a me, era pi di quanto potessi sperare. Tutto a un tratto potevo dire quello che fino a quel momento avevo tenuto dentro, e ancora di pi, perch era come se fossi stato contagiato, di colpo anche i miei ragionamenti erano proiettati verso dimensioni inaspettate e la sensazione che questo mi dava era di speranza. Forse ero, nonostante tutto, uno scrittore? Arve lo era. Ma io? Con tutta la mia banalit? Con la mia vita fatta di calcio e film dintrattenimento?
Quanto chiacchieravo.
Era arrivato il taxi, avevo aperto il bagagliaio mentre continuavo a parlare a ruota libera, eccitato e con addosso i postumi della sbornia infilammo i nostri due zaini, salimmo e io continuai a dire stupidaggini per tutto il tempo mentre attraversavamo il paesaggio svedese fino a quando arrivammo a Biskops-Arn, dove il seminario era gi cominciato da un pezzo. Avevano appena finito di pranzare quando ci siamo catapultati gi dal taxi.
Ed  andata avanti cos? chiese Geir.
Ed  andata avanti cos, dissi.
Un uomo si fece avanti e si present come Ingmar Lemhagen. Era il responsabile del corso. Mi disse che aveva apprezzato il mio libro e che gli aveva ricordato un altro autore norvegese. Chi? chiesi, lui mi fece un sorriso furbo, dovevo aspettare a quando avremmo analizzato i miei testi insieme a tutti gli altri partecipanti.
Pensai, sicuramente Finn Alns o Agnar Mykle.
Lasciai i bagagli allesterno, entrai nella sala, accatastai un po di cibo su un piatto, lo divorai. Tutto ondeggiava, ero ancora ubriaco, ma non tanto da non sentirmi il petto colmo deccitazione e della gioia di essere l.
Mi fu indicata una camera, vi posai i bagagli, uscii e mi diressi verso ledificio dove si sarebbe tenuto il corso. Fu allora che la vidi. Era appoggiata alla parete, non le dissi niente, cerano altre persone, ma la guardai e cera in lei qualcosa che desideravo avere, lo sentii nellattimo stesso in cui la notai.
Una specie di esplosione.
Finimmo nello stesso gruppo. Linsegnante, una finlandese, non disse niente quando ci fummo seduti, era una specie di trucchetto pedagogico a cui nessuno abbocc, tutti rimasero zitti per i primi cinque minuti prima che la sensazione di disagio diventasse troppo forte e qualcuno prendesse liniziativa.
Ero attento a lei.
Cosa diceva, come parlava, ma soprattutto la sua presenza, il suo corpo dentro la stanza.
Il perch non lo so. Forse qualcosa nello stato in cui mi trovavo mi rendeva ricettivo nei confronti di quello che lei aveva o di ci che era.
Si present. Linda Bostrm. Aveva esordito con una raccolta di poesie, si chiamava Gr mig beaglig fr sret, viveva a Stoccolma e aveva venticinque anni.
Il corso dur cinque giorni. Le ronzavo sempre intorno. La sera mi ubriacavo, pi che potevo, non dormivo quasi mai. Una notte seguii Arve in uno scantinato che sembrava una cripta, lui si mise a ballare, girava tutto intorno, era impossibile entrare in contatto con lui, e quando uscimmo e io lo capii, che era irraggiungibile, scoppiai a piangere. Lo vide. Stai piangendo, disse. S, risposi. Ma domani lavrai dimenticato. Una notte non chiusi occhio e quando verso le cinque anche gli ultimi andarono a dormire, uscii per fare una lunga passeggiata nel bosco, il sole era sorto, vidi i caprioli che saltavano tra i vecchi alberi di latifoglie ed ero felice in un modo strano che non riconoscevo. Quello che scrissi durante il corso era insolitamente valido, era come se io fossi in contatto con una sorgente da cui scaturiva qualcosa di unico e a me estraneo, di nitido e fresco. O forse era soltanto leuforia a farmelo giudicare in modo errato. Avevamo lezione tutti insieme, mi sedetti accanto a Linda, lei mi chiese se ricordavo la scena di Blade Runner in cui la luce proveniente dalle finestre si attenua. Risposi di s e aggiunsi che il gufo che si gira in quel momento  lattimo pi bello di tutto il film. Mi guard. Con fare interrogativo, non di consenso. I responsabili del seminario si misero ad analizzare i testi che avevamo scritto. Arrivarono al mio. Lemhagen cominci a parlarne e fu come se quello che diceva si elevasse sempre pi, non avevo mai sentito nessuno parlare in quel modo di un testo, estrarne lessenza, quella unica, vera, e non si trattava dei personaggi, o del tema o di ci che emergeva in superficie, si trattava delle metafore e del lavoro che esse svolgevano di nascosto, nel profondo, nellassociare tutte le cose, nel collegarle in maniera quasi organica. Non avevo mai saputo che era quello che facevo, ma, adesso che lo diceva, me ne resi conto, e per me gli alberi e le foglie, lerba e le nuvole e il sole che ardeva, non erano nientaltro, capivo tutto alla luce di questo, anche lesposizione di Lemhagen.
Mi guard.
Mi ricorda soprattutto la prosa di Tor Ulven. Lo conosci, Karl Ove?
Annuii e abbassai lo sguardo.
Nessuno doveva vedere che il sangue mi spumeggiava nelle vene, le trombe squillavano e i cavalieri cavalcavano nel pi profondo del mio essere. Tor Ulven, quello era il massimo.
Oh, ma sapevo che si stava sbagliando, che aveva sopravvalutato tutto, in fondo era svedese e sicuramente non capiva bene i dettagli del norvegese. Ma il solo fatto che avesse nominato Tor Ulven... Ma io non ero uno scrittore da intrattenimento? Esisteva qualcosa di ci che avevo scritto che poteva ricordare Tor Ulven?
Il sangue schiumava, la gioia si diffondeva stridente nelle terminazioni nervose.
Tenevo lo sguardo abbassato, desideravo intensamente che finisse di parlare e passasse a qualcun altro, e quando lo fece sprofondai in una sensazione di sollievo.
Quella notte continuammo a bere nella mia stanza, Linda disse che potevamo fumare a patto che togliessimo il rilevatore antincendio dal soffitto, lo feci, bevemmo, misi Summerteeth dei Wilco, sembrava che a lei non interessasse, provai con un libro di cucina romana che avevo comprato durante una gita a Uppsala il giorno prima, fantastico cucinare le stesse cose che preparavano gli antichi Romani, avevo pensato, ma lei non era evidentemente dello stesso avviso, anzi mi volse bruscamente le spalle e il suo sguardo cominci a vagare alla ricerca di qualcosaltro. La gente inizi a sparire nelle proprie stanze, io speravo che Linda non lo facesse, ma di colpo anche lei non cera pi e io mi recai di nuovo nel bosco, vagabondai fin verso le sette e, quando tornai, un uomo infuriato mi corse dietro. Knausgrd, sei tu Knausgrd, gridava. S, dissi. Si ferm di fronte a me e cominci a inveire. Lallarme antincendio, pericoloso, irresponsabile, sbraitava. Dissi di s, mi dispiace, non ci ho pensato, mi scusi. Rimase a fissarmi con occhi rabbiosi, io che oscillavo avanti e indietro, non me ne importava assolutamente nulla, andai a letto, dormii due ore. Quando mi presentai per la colazione, Ingmar Lemhagen venne da me, si scus per quello che era accaduto, il guardiano aveva esagerato, non sarebbe pi successo.
Non ci capivo pi niente. Era lui che doveva chiedere scusa?
Per me ci che era avvenuto si addiceva troppo bene a quello che ero diventato in quei giorni, e cio un sedicenne. I miei sentimenti erano quelli di un sedicenne, le mie azioni quelle di un sedicenne. Tutto a un tratto mi sentivo insicuro come non mi capitava da quando avevo quellet. Tutti erano riuniti in una stanza, dovevamo leggere ad alta voce i nostri testi, cominciare luno dopo laltro, lidea era quella di trasformarci in un coro dove la voce individuale si sarebbe dissolta. Lemhagen indic uno di noi che inizi a leggere. Poi indic me. Lo guardai incerto.
Devo leggere adesso? Mentre sta leggendo lui? chiesi.
Tutti risero. Arrossii come un peperone. Ma quando cominciammo, mi resi conto che il mio testo era davvero buono, era molto meglio di tutti gli altri, si basava su qualcosa di completamente diverso e pi essenziale.
Mentre eravamo fuori a chiacchierare sullo spiazzo coperto di ghiaia, lo dissi ad Arve.
Lui si limit a sorridere, non disse niente.
Ogni sera due o tre persone dovevano leggere per gli altri. Non vedevo lora che arrivasse il mio turno, Linda era presente, le avrei mostrato chi ero. Di solito leggevo bene, venivo applaudito. Ma l non and cos, cominciai a dubitare del testo, mi sembrava ridicolo, mi feci sempre pi piccolo fino a quando mi rimisi a sedere rosso dalla vergogna. Poi tocc ad Arve.
Avvenne qualcosa mentre leggeva. Streg tutti. Era un mago.
Questo s che  fantastico! mi disse Linda quando Arve ebbe terminato.
Io annuii e sorrisi.
S,  davvero bravo".
Infuriato e disperato me ne andai, presi una birra e mi sedetti sugli scalini davanti alla mia stanza. Pensavo: Linda, adesso esci da l e vieni qua. Hai capito? Esci da l e vieni qua. Devi seguire me. Se lo fai, se adesso vieni qui, allora io e te stiamo insieme. Allora  cos.
Fissavo la porta. Si apr.
Era Linda!
Il mio cuore batteva allimpazzata.
Era Linda! Era Linda!
Attravers lo spiazzo e io tremavo di felicit.
Poi cambi direzione e si diresse verso laltro edificio mentre sollevava la mano per salutarmi.
Il giorno dopo andammo tutti a fare un giro nel bosco, io camminavo accanto a Linda, davanti alla fila, quelli alle nostre spalle rimasero indietro e io mi trovai solo con lei tra gli alberi. Lei torceva un filo derba, ogni tanto mi guardava sorridente. Io non riuscivo a dire niente. Niente. Guardavo per terra, dentro il bosco, guardavo lei.
I suoi occhi sfavillavano. Adesso non avevano niente di cupo e profondo e ammaliante, tutta lei era cos leggera e seducente, torceva senza sosta il filo derba, sorrideva, mi guardava, abbassava gli occhi.
Che cosa era?
Che cosa significava?
Le chiesi se potevamo scambiarci i libri, lei disse, certo. Venne da me mentre ero sdraiato sullerba ad ammirare le nuvole e mi porse il suo libro. Biskops-Arn, 99.07.01, A Karl Ove, Linda, cera scritto sul frontespizio. Corsi dentro per andare a prendere una copia del mio, con la dedica gi pronta, glielo porsi. Quando se ne fu andata, entrai nella mia stanza e cominciai a leggere. Provavo quasi dolore tanto era il desiderio di lei mentre leggevo, ogni parola veniva da lei, era lei.
In mezzo a tutto questo, la mia brama selvaggia di Linda e la mia ricaduta allet di sedici anni, vedevo tutto in modo diverso. Notai quanto fosse selvatico e caotico il verde che cresceva, e al contempo quanto fossero semplici e chiare le loro forme, e ci risvegli in me una sensazione quasi di estasi, le vecchie querce, il vento che soffiava tra il fogliame, il sole, il blu del cielo infinito.
Non dormivo, mangiavo a malapena e bevevo tutte le sere, eppure non avevo n fame n sonno e prendevo parte ai corsi senza nessun problema. Per tutto il tempo continu la conversazione con Arve, o meglio, io continuai a parlargli di me e a poco a poco sempre pi di Linda. Lui guardava me e guardava gli altri partecipanti al corso e poi parlavamo di letteratura. Il mio modo di parlarne cambi, ero sempre pi libero nei pensieri, tanto pi stavo con lui, e ritenevo che fosse un dono. Durante le pause ci sdraiavamo fuori sul prato davanti agli edifici, a conversare, cerano anche gli altri e io ero geloso di lui, vedevo che influenza esercitava su di loro ci che diceva, e avrei tanto voluto fare la stessa impressione.
Una sera in cui tutti erano seduti fuori sullerba a parlare, raccont di unintervista che aveva fatto a Svein Jarvoll per Vagant, come tutto si fosse improvvisamente chiarito la sera in cui avevano parlato insieme, quale precisione aveva ci che era stato detto e come questo avesse in qualche modo dischiuso la via verso il non detto, verso ci che  unico.
Io raccontai di unintervista che avevo fatto a Rune Christiansen per Vagant, dove era successa la stessa cosa, prima di incontrarlo avevo avuto paura, non sapevo niente di poesia, ma poi tutto si era aperto, tutto a un tratto ci eravamo ritrovati seduti a discutere di cose che era difficile esprimere a parole, lineffabile. Era venuta fuori unintervista molto buona, dissi.
Arve aveva riso.
Come poteva denigrare quello che avevo detto con una semplice risata? Tutti coloro che erano l sapevano che era Arve ad avere ragione, tutta lautorit era concentrata su di lui, in quel punto ipnotico rappresentato dal suo viso. Linda era presente, anche Linda lo not.
Arve cominci a parlare di boxe, Mike Tyson, il suo ultimo combattimento, quando aveva staccato con un morso lorecchio di Holyfield.
Commentai che quel gesto non era poi cos difficile da capire. Tyson aveva bisogno di una via duscita, sapeva che avrebbe perso e allora gli aveva morso lorecchio ponendo fine al combattimento senza perdere la faccia. Arve rise di nuovo affermando che ne dubitava. Sarebbe stata unazione razionale. Ma in Tyson non cera neppure un briciolo di razionalit. E poi ne parl in un modo che in quel momento mi fece pensare alla scena in Apocalypse Now in cui decapitano il bue. Il buio, il sangue e lo stato di trance. Forse i miei pensieri furono spinti in quella direzione perch quel giorno Arve aveva parlato della forza di volont mostrata dai vietnamiti quando tagliavano le braccia dei bambini che erano stati vaccinati, di come questa cosa fosse impossibile da affrontare o lo si potesse fare soltanto con una forza di volont disposta a spingersi altrettanto lontano.
Il giorno dopo organizzai una partitella di calcio, Ingmar Lemhagen ci procur un pallone, giocammo per unora, dopo, quando mi sedetti sullerba accanto a Linda con una Coca-Cola in mano, lei mi disse che camminavo come un calciatore. Aveva un fratello che giocava sia a calcio sia a hockey, e avevamo pi o meno la stessa andatura. Arve, invece, prosegu, hai visto come si muove? No, risposi. Come un ballerino di danza classica, comment. Leggero ed etereo. Non lhai notato? No, dissi sorridendole. Dopo avermi ricambiato velocemente il sorriso, si alz. Io mi sdraiai e osservai le nuvole bianche che si spostavano lentamente nelle profondit azzurre del cielo.
Dopo cena feci unaltra lunga passeggiata nel bosco. Mi fermai davanti a una quercia, presi a studiarne le foglie. Staccai una ghianda e continuai a camminare mentre me la rigiravo tra le mani e la esaminavo. Tutti i disegni piccoli e regolari su quella minuscola parte nodosa e a forma di canestro in cui giaceva il seme. Le strisce di una tonalit di verde pi chiara rispetto a quella pi scura lungo la superficie liscia. La forma perfetta. Avrebbe potuto essere un dirigibile, avrebbe potuto essere un uovo. Dopo tutto  ov-ale, pensai sorridendo. Tutte le foglie erano identiche, venivano sputate fuori a ogni primavera, in quantit abnormi, gli alberi erano fabbriche, producevano foglie belle e dai disegni complicati grazie al sole e allacqua. Quella forma di monotonia diventava un pensiero quasi insostenibile una volta che aveva preso piede. Tutte quelle percezioni mi venivano da alcuni testi di Francis Ponge che avevo letto prima dellestate, me li aveva consigliati Rune Christiansen, il suo sguardo aveva cambiato per sempre la visione che avevo degli alberi e delle foglie. Sgorgavano da un pozzo, il pozzo della vita, che era inesauribile.
Oh, la mancanza di volont.
Metteva paura girovagare in quel posto, circondato da quellenorme forza cieca che si trovava in tutto ci che cresceva, sotto il riverbero del sole che bruciava senza sosta, anchesso cieco.
La tonalit che sentii risuonare dentro di me era stridula. Al contempo cera anche unaltra nota dentro di me, ed era quella dellanelito, del desiderio, che non era pi rivolto verso qualcosa di astratto, come era stato negli ultimi anni, no, era concreta e tangibile, lei era laggi da qualche parte, solo a qualche chilometro di distanza, proprio in quellistante.
Che follia era mai quella? pensavo camminando. Ero sposato, stavamo bene, presto avremmo comprato un appartamento insieme. E poi venivo qui e volevo distruggere tutto?
S, lo volevo.
Camminavo sotto le ombre delle latifoglie maculate di sole, avvolto dagli odori tiepidi del bosco, pensando che mi trovavo al centro della vita. Non la vita intesa come et, non a met della sua strada, ma al centro stesso dellesistenza.
Il mio cuore tremava.
Arriv lultima sera. Eravamo tutti riuniti nella stanza pi grande, cerano vino e birra, era una specie di festa di commiato. Tutto a un tratto mi trovai accanto a Linda, doveva aprire una bottiglia di vino e pos la mano sopra la mia, la accarezz leggermente guardandomi negli occhi. Era palese, era deciso, mi voleva. Ci pensai per tutto il resto della serata mentre poco alla volta mi ubriacavo sempre pi. Mi sarei messo insieme a Linda. Non cera bisogno che tornassi a Bergen, potevo abbandonare tutto quello che avevo l e stare qui con lei.
Verso le tre di notte, quando ero cos ubriaco come lo ero stato poche volte prima, la trascinai fuori. Le dissi che cera qualcosa di cui dovevo parlarle. E cos le parlai. Le spiegai esattamente cosa provavo e a cosa avevo pensato.
Lei rispose:
Mi piaci molto. Sei una bella persona. Ma non  a te che sono interessata. Mi dispiace. Ma il tuo amico, lui s che  davvero fantastico.  lui che mi interessa. Capisci?.
S, dissi.
Mi voltai e attraversai lo spiazzo, mentre sentivo che lei alle mie spalle si dirigeva nella direzione opposta, tornava alla festa. Sotto gli alberi di fronte alla porta dingresso cera un gruppetto di persone. Arve non era tra loro e quindi tornai indietro, lo trovai, gli dissi quello che mi aveva detto Linda, che era interessata a lui, adesso potevano mettersi insieme. Ma io non sono interessato a lei, capisci, disse. Ho una compagna meravigliosa. Mi spiace per te, comunque, aggiunse, gli risposi che non cera bisogno di dispiacersi per me e ripercorsi lo spiazzo, come in un tunnel dove non cero nientaltro che io, passai davanti al gruppetto in piedi davanti alledificio, percorsi il corridoio ed entrai nella mia camera, dove il computer riluceva acceso sulla scrivania. Strappai via la spina, lo chiusi, andai in bagno, afferrai il bicchiere sopra il lavandino e lo scagliai con tutte le mie forze contro il muro. Aspettai un po per sentire se cerano reazioni da parte di qualcuno. Poi presi la scheggia di vetro pi grossa che trovai e cominciai a tagliarmi il viso. Lo feci in modo metodico, cercando di incidere il pi possibile in profondit e su tutta la faccia. Il mento, le guance, la fronte, il naso, sotto il mento. A intervalli regolari mi ripulivo il sangue con un asciugamano. Continuai a tagliare. A ripulire il sangue. Alla fine ero soddisfatto, ormai non cera pi posto per altri sfregi e andai a dormire.
Molto prima di svegliarmi gi sapevo che era successo qualcosa di terribile. Il viso mi bruciava e mi faceva male. Nellattimo stesso in cui mi svegliai, mi ricordai subito cosera successo.
Non sopravviver a questo, pensai.
Dovevo tornare a casa, incontrarmi con Tonje al Quartfestivalen a Kristiansand, avevamo prenotato lalbergo sei mesi prima, insieme a Yngve e Kari Anne. Erano le nostre vacanze. Lei mi amava. E io avevo fatto questo.
Presi a pugni il materasso.
E poi cera tutta la gente qui.
Avrebbero visto quello scempio.
Non potevo nasconderlo. Tutti lavrebbero visto. Ero marchiato, avevo marchiato me stesso.
Guardai il cuscino. Era pieno di sangue. Mi tastai il viso. Era tutto graffiato.
E poi ero ancora ubriaco, riuscivo a malapena ad alzarmi in piedi.
Scostai la tenda pesante. La luce invase la stanza. Fuori sul prato sedeva un intero gruppo circondato da zaini e valigie, era arrivato il momento della partenza.
Colpii con un pugno la testata del letto.
Dovevo affrontare la situazione. Non cera via duscita. Dovevo affrontarla. Infilai tutte le mie cose nella valigia, il viso bruciava, e anche dentro di me bruciava, una vergogna che non avevo mai provato prima.
Ero marchiato.
Afferrai la valigia e uscii. Allinizio nessuno mi guard. Poi qualcuno esclam qualcosa. Cos tutti rivolsero lo sguardo verso di me. Mi fermai.
Mi dispiace, dissi. Scusatemi".
Linda era l seduta. Mi guard con gli occhi sbarrati. E poi scoppi a piangere. Anche altri piangevano. Uno venne da me e mi pos la mano sulla spalla.
Va tutto bene, dissi. Ieri ero solo terribilmente ubriaco. Mi dispiace".
Il silenzio era totale. Ero uscito mostrando me stesso ed era caduto il silenzio.
Come sarei sopravvissuto a tutto ci?
Mi sedetti e accesi una sigaretta.
Arve mi guard. Cercai di sorridere.
Mi si avvicin.
Che cazzo ti  saltato in mente? disse.
Ero solo molto ubriaco. Te lo racconto pi tardi. Ma non adesso".
Arriv un autobus che ci port alla stazione, salimmo sul treno. Laereo non sarebbe partito che il giorno seguente. Non sapevo come farcela fino ad allora. Per le vie di Stoccolma tutti mi fissavano e mi stavano alla larga. La vergogna bruciava dentro di me, bruciava e bruciava e non cera modo di sfuggirle, ero costretto a viverci dentro, resistere, resistere e poi un giorno tutto sarebbe finito.
Scendemmo verso Sder. Gli altri avevano stabilito di incontrarsi con Linda, credevamo che lappuntamento fosse nella piazza che adesso so essere Medborgarplassen, ma che a quellepoca era solo una piazza come tante altre, ed eravamo l ad aspettare quando lei arriv in bicicletta, meravigliata di trovarci in quel posto, dovevamo incontrarci a Nytorget, era laggi, disse, e non mi guard, non mi guard, e per me andava bene cos, non avrei mai potuto sopportare il suo sguardo. Mangiammo una pizza, cera una strana atmosfera, poi ci sedemmo sul prato, intorno a noi saltellavano un mucchio di uccelli e Arve disse che non credeva nella teoria dellevoluzione, nel senso che non si trattava di chi era il pi forte, perch prendiamo gli uccelli, non agiscono solo in base alla necessit, ma fanno anche quello di cui hanno voglia, ci che li rende contenti. La felicit  sottovalutata, concluse Arve e sapevo che le sue parole erano rivolte a Linda, perch gli avevo riferito quello che lei mi aveva detto, avevo fatto quello che lei mi aveva chiesto, loro due si sarebbero messi insieme, lo sapevo.
Tornai presto alla pensione, gli altri rimasero per bere qualcosa. Guardai la tv, la situazione era insostenibile, ma riuscii a passare la serata e alla fine anche a prendere sonno, con il letto vicino al mio vuoto, Arve non torn quella notte, la mattina lo trovai che dormiva sulle scale del pianerottolo. Gli chiesi se era stato a casa di Linda, mi disse di no, lei era rientrata presto.
Non faceva che piangere e voleva parlare solo di te, disse. Io ho bevuto con Thger.  tutto quello che ho fatto".
Non ti credo, replicai. Di pure quello che vuoi, non mi interessa, vi metterete insieme".
No, insistette. Ti stai sbagliando".
Quando la mattina del giorno dopo atterrammo a Oslo, la gente continuava a fissarmi bench portassi gli occhiali da sole e camminassi con il viso il pi possibile inclinato. Molto tempo prima mi ero messo daccordo con Alf van der Hagen dellemittente di stato NRK per unintervista, sarei dovuto andare a casa sua, sarebbe stata una cosa piuttosto lunga, ci sarebbe voluto del tempo. Mi recai come daccordo da lui. Per strada pensai che avrei dovuto sbattermene e alle sue domande dire esattamente quello che pensavo.
Oddio, esclam quando apr la porta. Cosa ti  successo?
Non  cos grave come sembra, dissi. Ero ubriaco fradicio. Capita".
Ce la fai a rilasciare unintervista in queste condizioni? mi chiese.
Ma certo. Sto bene. Non ho un bellaspetto e basta".
No, per niente".
Quando Tonje mi vide, scoppi in lacrime. Le dissi soltanto che ero terribilmente ubriaco e che non era successo altro. In fondo era vero. La gente si girava a guardarmi anche al festival e Tonje pianse molto, ma io cominciavo a stare meglio, quello che mi aveva bloccato, che non voleva che io la passassi liscia, cominci ad allentare la presa. Vedemmo i Garbage, fu un concerto fantastico, Tonje mi disse che mi amava, io le dissi che la amavo e decisi di seppellire tutto quello che era successo. Non tornarci pi sopra, non pensarci, non lasciargli spazio nella mia vita.
Allinizio dellautunno Arve mi telefon per dirmi che stava insieme a Linda. Risposi, te lo avevo detto che vi sareste messi insieme.
S, ma non  successo in quelloccasione, ma  accaduto dopo. Lei mi ha scritto una lettera e poi  venuta qui. Spero che possiamo continuare a essere amici. So che  difficile, ma lo spero".
Certo che possiamo essere amici, dissi.
Ed era vero, non gli portavo rancore, perch avrei dovuto?
Lo incontrai a Oslo un mese dopo, ed eccomi di nuovo al punto di partenza, non riuscivo a dirgli niente. Non ero quasi in grado di spiccicare parola, e questo anche se avevo bevuto. Lui mi raccont che Linda parlava molto di me e che spesso diceva che ero veramente bello. In merito alla questione ritenevo che bello non fosse un parametro valido che ci riguardava, era pi un fatto curioso, un po come se avesse detto che zoppicavo o avevo la gobba. Daltra parte era Arve a dirlo, perch mai avrebbe dovuto riferirmelo? Una volta lo incontrai alla Kunstnernes Hus, alla Casa degli Artisti, e lui era talmente ubriaco che era quasi impossibile parlargli, mi prese per mano e mi condusse a uno dei tavoli dicendo, guardate, non  bello? Mi dileguai per poi imbattermi in lui unora dopo, ci sedemmo, gli dissi che gli avevo raccontato tante cose di me, mentre lui non mi aveva mai detto nulla di s, delle cose pi intime intendevo dire, e lui rispose, ora mi deludi, sembri uno di quegli psicologi degli inserti del sabato del Dagbladet, dissi okay. Dopotutto aveva ragione, lui aveva sempre ragione, o si trovava sempre al posto giusto nelle argomentazioni in cui si trattava di avere torto o ragione. Mi aveva dato molto, ma dovevo lasciarmi alle spalle anche quello, non potevo indugiarvi e al contempo vivere la vita che conducevo a Bergen. Non era possibile.
Quellinverno lo incontrai unaltra volta, cera anche Linda, voleva vedermi e Arve la accompagn dove ero seduto, ci lasci soli per una mezzora e poi torn a prenderla.
Sedeva tutta rannicchiata avvolta in un ampio giaccone di pelle, debole e tremante, non era rimasto quasi niente di lei e pensai,  tutto morto e sepolto, non esiste.
Mentre gli raccontavo la storia, Geir teneva lo sguardo basso, puntato davanti a s. Quando ebbi concluso, mi fiss negli occhi.
Interessante! dichiar. Tu introietti tutto allinterno di te stesso. Tutto il dolore, tutta laggressivit, tutti i sentimenti, tutta la vergogna, tutto. Dentro di te. Sfiguri te stesso, ma non chi sta allesterno".
Lo farebbe anche una qualsiasi adolescente, replicai.
No! ribatt. Sei tu che ti tagli la faccia. Nessuna ragazzina si deturperebbe il volto. Oltretutto non ho mai sentito parlare di nessuno che lo abbia fatto".
Non erano dei tagli tanto profondi, dissi. Facevano impressione, ma non era cos terribile".
Chi desidera fare una cosa del genere su se stesso?
Mi strinsi nelle spalle.
Sono venute a sovrapporsi pi cose nello stesso momento. La morte di pap, lattenzione che  nata per il libro, la vita con Tonje. E ovviamente Linda".
Ma oggi non hai provato niente per lei?
Almeno niente di forte".
La rivedrai?
Forse. Probabilmente. Ma in quel caso,  solo per avere unamicizia".
Unamicizia in pi".
S, esatto, dissi sollevando lindice per richiamare lattenzione del cameriere.
Il giorno seguente mi telefon la ragazza che mi aveva affittato lappartamento. Una sua amica aveva bisogno di un coinquilino per ridurre le spese dellaffitto.
Cosa si intende con coinquilino? chiesi.
Tu hai la tua stanza e poi condividi il resto dellappartamento con lei".
Non sembra una cosa molto adatta a me, risposi.
Ma  un appartamento fantastico, sai. Si trova in Bastugatan.  uno degli indirizzi pi in di Stoccolma".
Okay. Posso sempre andare a parlarle".
Le interessa molto la letteratura norvegese, aggiunse.
Mi feci dare il nome e il numero di telefono, la chiamai, rispose immediatamente, potevo andarci anche subito se volevo.
Lappartamento era davvero fantastico. Lei era giovane, pi giovane di me, e aveva le pareti tappezzate delle foto di un uomo. Era suo marito, spieg, era morto.
Mi dispiace, dissi.
Lei si volt e prosegu allinterno dellappartamento.
Questa  la tua stanza, disse. Se la vuoi, ovviamente. Bagno e cucina indipendenti, e una stanza con un letto, come puoi vedere".
Sembra bello, esclamai.
Hai anche un ingresso separato. E se vuoi stare per conto tuo e metterti a scrivere, per esempio, basta che tu chiuda questa porta".
La prendo, dissi. Quando posso trasferirmi?
Anche adesso, se vuoi".
Addirittura? Okay, allora torno con le mie cose nel pomeriggio".
Geir scoppi a ridere quando glielo raccontai.
 impossibile arrivare qui a Stoccolma senza conoscere nessuno e trovare un appartamento in Bastugatan, sentenzi.  impossibile! Capisci? Gli dei sono dalla tua parte, Karl Ove, questo  poco ma sicuro".
Ma non Cesare, dissi.
S, anche Cesare. Forse  soltanto un po invidioso, niente di pi".
Tre giorni dopo telefonai a Linda, le raccontai che avevo cambiato casa, aveva voglia di prendere un caff? S, perch no, e unora dopo eravamo seduti in una caffetteria in Hornsgatan, nel famoso punto in cui la strada presenta una gobba. Sembrava pi contenta, fu la prima cosa che notai quando si sedette. Mi chiese se quel giorno ero stato a nuotare, sorrisi e risposi di no, lei invece s, la mattina presto, era stato fantastico.
E adesso eccoci l seduti a girare il cucchiaino nei rispettivi cappuccini. Mi accesi una sigaretta, non mi veniva in mente niente da dire e pensai che quella sarebbe stata lultima volta.
Ti interessa il teatro? domand.
Scossi la testa e le spiegai che le uniche cose che avevo visto erano state delle rappresentazioni molto tradizionali al Teatro nazionale di Bergen, in cui avevo provato lo stesso coinvolgimento di quando vedevo i pesci dellAcquario cittadino, e un paio di spettacoli al Festival teatrale internazionale di Bergen, tra cui un allestimento del Faust in cui gli attori vagavano sul palco borbottando con indosso lunghi nasi neri. Quando glielo raccontai, lei disse che dovevamo andare a vedere la messa in scena di Spettri fatta da Bergman, dissi di s, diamo al teatro unaltra possibilit.
Allora  deciso? chiese.
S, risposi. Sembra divertente".
Porta pure il tuo amico norvegese, continu. Cos potr conoscerlo".
S, vorr venire di sicuro, dissi.
Rimanemmo seduti un altro quarto dora, ma le pause erano lunghe e sicuramente anche lei non vedeva lora di andarsene come me. Alla fine mi misi le sigarette in tasca e mi alzai.
Ti va di andare insieme a comprare i biglietti? mi domand.
Volentieri".
Domani?
S".
Qui alle undici e mezzo?
S, va bene".
Nei venti minuti che impiegammo per andare da Hornsgatan al Dramaten, quasi non proferimmo parola. Avrei potuto dirle o tutto o niente. Adesso non riuscivo a dirle niente e probabilmente sarebbe sempre stato cos.
Lasciai che si occupasse lei di prenotare i biglietti e, quando ebbe finito, ci incamminammo per tornare. Il sole inondava la citt, sugli alberi erano spuntate le prime gemme, era tutto un brulichio di gente, per lo pi felice, come si pu esserlo nei primi veri giorni di primavera.
Mentre attraversavamo Kungstrdgrden mi guard con gli occhi socchiusi per via di quel sole basso e accecante.
Ho visto una cosa strana alla televisione qualche settimana fa, disse. Facevano vedere delle immagini riprese da una telecamera di sorveglianza fissata dentro un grande chiosco. Di colpo uno dei ripiani prende fuoco. Allinizio le fiamme sono basse. Il commesso si trova in una posizione tale da non poterle vedere. Ma il cliente davanti al bancone, s. Deve aver intuito che sta succedendo qualcosa perch mentre aspetta che il commesso batta i prezzi sulla cassa si volta verso lo scaffale. Per forza di cose deve aver visto le fiamme. Poi si gira di nuovo, prende il resto ed esce. Mentre alle sue spalle c un incendio!
Mi guard di nuovo e sorrise.
Entra un altro cliente e si ferma davanti al bancone. Adesso brucia davvero. Si volta e guarda dritto verso le fiamme. Poi si gira di nuovo, paga, prende le sue cose ed esce. Anche se si  trovato a tu per tu con le fiamme! Capisci?
S, dissi. Credi che non volesse farsi coinvolgere?
No, niente affatto. Non  questo. Le ha viste, ma non riesce a credere a quello che vede, figuriamoci, un incendio in un negozio, e quindi si fida pi di quel pensiero che di ci che vede realmente".
E poi cos accaduto?
Il terzo cliente, entrato anche lui subito dopo, ha gridato al fuoco! non appena ha notato lincendio. Ormai tutto lo scaffale era in fiamme. Era impossibile fingere di non vedere. Strano, no?
S, dissi.
Eravamo arrivati al ponte che portava allisolotto su cui si trovava il Castello reale, procedemmo a zig-zag fra tutti i turisti e gli immigrati che erano l a pescare. Nei giorni seguenti ripensai ogni tanto al racconto che mi aveva fatto Linda, piano piano esso prese a staccarsi da lei, a diventare un fenomeno a s. Non la conoscevo, non sapevo quasi niente di lei e il fatto che fosse svedese mi impediva di interpretare il modo in cui parlava o si vestiva. Unimmagine della sua raccolta di poesie, che non avevo pi letto dopo quella volta a Biskops-Arn e che avevo tirato fuori solo una volta quando volevo mostrare a Yngve la foto di Linda, era ancora nitida dentro di me, quella dellio narrante che si aggrappa a un uomo come un cucciolo di scimpanz e si vede riflesso nello specchio. Perch mi fosse rimasta impressa proprio quella, non lo sapevo. Arrivato a casa andai a cercare la raccolta. Balene e terra e grossi animali che sembrano rimbombare intorno a un io tanto acuto e tagliente quanto vulnerabile.
Era lei?
Qualche giorno dopo andammo a teatro. Linda, Geir e io. Il primo atto fu terribile, decisamente pessimo, e durante la pausa, seduti a un tavolo su una terrazza con vista sul porto, Geir e Linda parlarono a ruota libera di quanto fosse stato brutto. Io ero pi benevolo perch, nonostante quel senso di ristrettezza e di claustrofobia che influenzava il dramma e le visioni di cui avrebbe dovuto essere portavoce, cera nel primo atto la speranza di qualcosaltro, come se ci fosse qualcosa in serbo che sarebbe emerso dopo. Forse non tanto nellallestimento, ma pi nella combinazione Bergman Ibsen, dalla quale doveva pur scaturire qualcosa. Oppure era solo lo sfarzo del teatro che mi faceva credere che sarebbe arrivato altro. E in effetti fu cos. Tutto si elev, sempre pi, lintensit crebbe, e dentro quelle cornici volutamente strette, che alla fine includevano solo la madre e il figlio, emerse una forma di sconfinatezza, qualcosa di selvaggio e brutale in cui scomparvero azione e spazio, rimase solo il sentimento, la sensazione, cos forte, di guardare direttamente dentro lessenza dellesistenza umana, il centro stesso della vita, e allora ci trovammo proiettati in un luogo dove non aveva pi importanza cosa stava accadendo realmente. Tutto quello che veniva etichettato come estetica o gusto era stato eliminato. Sullo sfondo della scena non ardeva un enorme sole rosso? Osvald non si rotolava nudo sul palco? Non sono pi sicuro di quello che vidi, tutti i dettagli si dissolvevano nello stesso stato che avevano evocato e che era presenza assoluta, al contempo ardente e gelida. Ma se uno non fosse stato coinvolto, tutto quello che succedeva gli sarebbe apparso esagerato, forse addirittura banale o kitsch. La maestria era nel primo atto, era l che si realizzava tutto, e soltanto una persona che aveva passato una vita intera a creare, che aveva alle spalle unenorme produzione lunga pi di cinquantanni, poteva possedere la saggezza, la freddezza, il coraggio, lintuizione e la capacit di penetrazione e di conoscenza sufficienti per realizzare qualcosa di simile. Era impossibile da concepire. Quasi niente di quello che avevo visto o letto riusciva ad avvicinarsi tanto allessenza delle cose. Mentre seguivamo la fiumana di spettatori che si avviava prima nel foyer e poi fuori in strada, nessuno di noi disse niente, ma dallespressione rapita dei volti capii che anche loro si erano lasciati trasportare in quel luogo terribile, ma vero e perci bello, che Bergman aveva visto in Ibsen e che aveva saputo rappresentare. Insieme decidemmo di prendere una birra al KB, e mentre ci dirigevamo l quello stato di trance si dissolse e fu sostituito da unatmosfera eccitata e gioiosa. Era improvvisamente sparita quella timidezza che di solito avrei provato nellessere tanto vicino a una ragazza cos attraente come lei, complicata ulteriormente da quello che era accaduto tre anni prima. Ci raccont di quella volta in cui aveva sbattuto contro un riflettore durante una delle prove di Bergman e lui le aveva vomitato addosso tutta la sua ira. Parlammo della differenza tra Spettri e Peer Gynt, agli antipodi di una scala di valori, luno pura superficie, laltro pura profondit, entrambi ugualmente autentici. Lei fece la sua parodia del morto di Max von Sydow e discusse di alcuni film di Bergman insieme a Geir, che per svariati anni era andato da solo a tutte le proiezioni della cineteca, tutte, e perci aveva visto quasi tutti i classici che valeva la pena di vedere, e io intanto stavo ad ascoltare, felice di tutto. Felice di aver visto quellallestimento, felice di essermi trasferito a Stoccolma, felice di essere l con Linda e Geir.
Quando ci separammo e io mi inerpicai verso il mio miniappartamento a Mariaberget, mi resi conto di due cose.
La prima era che volevo rivederla il pi presto possibile.
La seconda era che io dovevo tendere verso quella meta, dovevo penetrare ci che avevo visto quella sera. Nientaltro era allo stesso livello, nientaltro poteva funzionare. Solo quello, dovevo cercare di raggiungere lessenza, il nucleo pi profondo dellesistenza umana, dovevo mettermi in movimento. E se ci fossero voluti quarantanni, ci avrei messo quarantanni. Ma non dovevo mai perderlo di vista, mai dimenticarmelo, era l che dovevo arrivare.
L, l, l.
Due giorni dopo Linda mi telefon per invitarmi a una festa che avrebbe dato insieme a due amiche per celebrare la notte di Valpurga. Potevo portare anche il mio amico Geir. Cos feci. Un venerd di maggio del 2002 attraversammo il quartiere di Sder diretti allappartamento dove si sarebbe tenuta la festa e ben presto ci ritrovammo sprofondati in un divano con in mano un bicchiere di ponce, circondati da giovani di Stoccolma legati in un modo o nellaltro alla vita culturale. Musicisti jazz, gente di teatro, letterati, scrittori, attori. Linda, Mikaela e llegrd, che avevano organizzato levento, si erano conosciute quando lavoravano allo Stadsteater di Stoccolma. Proprio in quei giorni il Dramaten stava allestendo Romeo e Giulietta in collaborazione con il Circo Cirkr e quindi il soggiorno, oltre che di attori, era pieno anche di giocolieri, mangiatori di fuoco e trapezisti. Era inimmaginabile pensare che avrei potuto trascorrere la serata senza conversare un po, anche se mi sarebbe piaciuto tanto, quindi mi trascinai da un gruppo allaltro scambiando frasi di cortesia e, dopo aver bevuto qualche bicchiere di gin tonic, parlando anche pi dello stretto necessario. Volevo farlo soprattutto con la gente di teatro. Non mi sarei mai aspettato che la cosa mi avrebbe coinvolto a tal punto, quella sera il mio entusiasmo per il teatro era al massimo. Ero insieme a due attori quando me ne uscii affermando che Bergman era fantastico. Si misero a sghignazzare prima di commentare: Robaccia da antiquariato!  cos schifosamente tradizionalista da far vomitare.
Era possibile possedere un tale livello di stupidit? Era ovvio che detestassero Bergman. In parte perch era stato un mito che aveva imperversato in tutta la loro vita, e anche in quella dei loro genitori. In parte perch loro erano interessati al nuovo, al grande, a Shakespeare inteso come circo, alla rappresentazione che tutti avrebbero visto, tanto innovativa con le sue fiaccole e i suoi trapezi, i trampoli e i clown. Si erano staccati definitivamente da Bergman ed ecco che arrivava un norvegese grasso e chiaramente depresso ad acclamare Bergman come se si fosse trattato del nuovo!
Mentre constatavo che Linda e Geir erano ancora seduti sul divano a chiacchierare, entrambi entusiasti e sorridenti  con quella fitta al cuore che questo mi provoc, si sarebbe forse presa una cotta per un altro dei miei amici , continuai a girare e mi imbattei in alcuni musicisti jazz che mi chiesero se conoscevo il jazz norvegese, risposi con un mezzo cenno di assenso del capo, gesto che ovviamente li spinse a chiedermi dei nomi. Musicisti jazz norvegesi? Ne esistevano altri a parte Jan Garbarek? Per fortuna capii che non era esattamente quello che avevano in mente loro e mi ricordai di Bugge Wesseltoft, di cui una volta mi aveva parlato Espen e che aveva anche invitato a suonare a una festa di Vagant dove io avevo letto. Annuirono, era bravo, e io tirai un sospiro di sollievo prima di andare a sedermi su una sedia per conto mio. In quel momento mi raggiunse una donna dai capelli scuri con il viso largo e una grossa bocca, occhi castani, intensi, vestita con un abito a fiori, e mi chiese se era vero che ero uno scrittore norvegese. S. Cosa ne pensavo di Jan Kjrstad, John Erik Riley e Ole Robert Sunde?
Glielo dissi.
 questa la tua opinione? domand.
S, risposi.
Non muoverti, disse. Vado a prendere mio marito. Scrive di letteratura.  molto interessato a Riley. Aspetta un attimo. Torno subito".
La seguii con lo sguardo mentre si faceva strada tra la gente diretta verso la cucina. Come aveva detto che si chiamava? Hilda? No. Wilda? No, cazzo. Gilda. Non era cos difficile da ricordare.
Dopo un po ricomparve tra la calca, questa volta con un uomo al seguito. Oh, come non riconoscere a prima vista il personaggio? Sapeva di universit lontano un miglio.
Ora puoi ripetere quello che mi hai detto! esclam Gilda.
Lo feci. Ma ormai lei aveva esaurito il suo entusiasmo sia con lui sia verso di me e quando la conversazione cominci a languire, e non ci vollero tanti minuti, mi scusai e andai in cucina a prendermi qualcosa da mangiare, ora che le code erano diminuite. Geir stava parlando con qualcuno accanto alla finestra, Linda con qualcun altro davanti alla libreria. Io invece mi accomodai sul divano e cominciai a rosicchiare una coscia di pollo quando i miei occhi caddero su una ragazza dai capelli scuri che prese quello sguardo come un invito, e un attimo dopo era davanti a me.
Tu chi sei? chiese.
Deglutii, posai la coscia di pollo sul piattino di carta mentre sollevavo lo sguardo su di lei. Provai a tirarmi su a sedere in quel divano morbido in cui si sprofondava, ma senza riuscirvi, avevo limpressione di afflosciarmi perennemente di lato. E le mie mascelle dovevano luccicare dellunto del pollo.
Karl Ove, risposi. Vengo dalla Norvegia. Mi sono appena trasferito qui. Solo da qualche settimana. E tu?
Melinda".
E di cosa ti occupi?
Sono attrice".
Ah, s! esclamai, con leuforia che mi era rimasta ancora nella voce per via di Bergman. Reciti anche tu in Romeo e Giulietta?
Annu.
Che ruolo interpreti?
Giulietta".
Oh!
E laggi c Romeo".
Un uomo bello e muscoloso stava venendo verso di lei. La baci sulle guance e poi mi guard.
Divano di merda. L seduto mi sentivo un nano.
Gli feci un cenno con la testa e sorrisi. Lui mi restitu il cenno.
Hai mangiato qualcosa? le domand.
No, rispose lei, e poi se ne andarono. Portai nuovamente la coscia di pollo alla bocca. Non mi restava altro da fare che bere.
Lultima cosa che feci quella sera prima di andarmene fu guardare album di fotografie con una veterinaria, specializzata in rimedi omeopatici per cavalli, dalla scollatura profonda. Lalcol non mi aveva reso euforico, come succedeva il pi delle volte, oltretutto in ambienti come quello dove tutto filava liscio e non avevo incontrato ostacoli, eppure latmosfera di quella festa mi aveva fatto precipitare dentro il pozzo della mia mente da cui niente di quello che avevo dentro di me era in grado di farmi uscire. Lunica cosa che avvenne fu che tutto si fece sempre pi nebuloso e indistinto. Il giorno dopo mi sentii profondamente grato di aver avuto la presenza di spirito sufficiente per tornarmene a casa invece di restare finch non se ne fossero andati tutti nella speranza che si presentasse da s unoccasione interessante. Linda la davo per persa, in tutta la sera non avevamo quasi scambiato parola, io ero rimasto sprofondato su quel divano che dopo un po avevo cominciato a considerare mio, e nessuna donna al mondo avrebbe trovato interessante quel poco che avevo detto e che poteva essere trascritto nello spazio di una cartolina. Ciononostante, la sera dopo le telefonai, dovevo ringraziarla per la festa. E fu allora, mentre con il cellulare allorecchio osservavo Stoccolma che si stendeva davanti a me illuminata dalla luce rossa e densa del sole che tramontava, che si cre un momento gravido di conseguenze. Le avevo detto ciao, grazie per ieri, le avevo detto che era stata una bella festa, lei mi aveva ringraziato, aveva commentato che anche per lei era stata bella e aveva aggiunto che sperava che avessi passato una serata trevligt, piacevole. S, lavevo rassicurata. E poi era sceso il silenzio. Lei non disse niente, io non dissi niente. Dovevo chiudere la conversazione? Quello sarebbe stato il mio impulso naturale, in situazioni analoghe avevo imparato a parlare il meno possibile. Cos non rischiavo di dire stronzate. O forse dovevo continuare? I secondi passavano. Se avessi detto s, s, avevo chiamato solo per ringraziarti, sai, e avessi riattaccato, molto probabilmente la cosa sarebbe finita l. Tanto credevo di averci gi messo una croce sopra la sera prima. Cazzo, ma che cosa avevo da perdere?
Cosa stai facendo di bello? le chiesi dopo quella pausa oltremodo lunga.
Sto guardando lhockey alla tv, rispose.
Hockey? E cos parlammo per un quarto dora. E decidemmo di vederci di nuovo.
E cos fu, ma non successe niente, non cera elettricit, o meglio, la tensione era tale che invece di scuoterci e di caricarci ci aveva come bloccati, con tutto quello che avremmo voluto dirci, ma che non riuscivamo a esprimere.
Frasi di cortesia. Piccole aperture verso qualcosa di diverso, la sua vita di tutti i giorni, aveva una madre che abitava in citt, e un fratello, e tutti i suoi amici. A parte sei mesi a Firenze, aveva sempre abitato a Stoccolma. Io invece?
Arendal, Kristiansand, Bergen. Sei mesi in Islanda, quattro a Norwich.
Avevo fratelli o sorelle?
Un fratello, una sorellastra.
Eri sposato, vero?
S. In un certo senso lo sono ancora.
Ah.
Una sera presto a met aprile mi telefon, se avevo voglia di uscire con lei? Certo. Ero fuori con Geir e Christina, le spiegai, siamo al Guldapan, perch non ci raggiungi?
Arriv mezzora dopo.
Era raggiante.
Oggi mi hanno preso allAccademia di arte drammatica, esord. Sono cos felice,  davvero fantastico. E poi mi  venuta voglia di vederti, disse guardandomi.
Le sorrisi.
Restammo fuori tutta la sera, ci ubriacammo, tornammo insieme verso casa mia, la abbracciai davanti al portone e salii in casa.
Il giorno dopo mi telefon Geir.
 innamorata di te, non c dubbio, caro mio, sentenzi. Si vede da lontano.  stata la prima cosa che ha detto Christina quando ce ne siamo andati. Lei risplende quasi di luce propria, ha aggiunto.  innamorata persa di Karl Ove".
Non credo proprio, replicai. Era contenta perch era entrata al DI".
Perch avrebbe dovuto telefonare proprio a te se si trattava solo di questo?
Non lo so. Perch non la chiami e glielo chiedi?
E per quanto riguarda i tuoi sentimenti?
Va bene".
Linda e io andammo al cinema, per qualche stupida ragione vedemmo il nuovo film di Star Wars, era per bambini, e dopo essercene resi conto ci recammo al Folkoperan, il teatro dellopera pi innovativo di Stoccolma, dove ci sedemmo senza dire granch.
Ero molto prostrato quando me ne andai, ero stufo che tutto restasse sempre chiuso dentro di me, che io non riuscissi mai a esternare nulla a nessuno.
Mi pass. Stavo bene da solo, per me la citt era ancora nuova, la primavera era arrivata, ogni due giorni a mezzogiorno mi infilavo le scarpe da ginnastica e correvo intorno a Sder, erano dieci chilometri, ogni due giorni facevo mille metri a nuoto. Ero dimagrito di dieci chili, e mi ero rimesso a scrivere. Mi alzavo alle cinque, fumavo una sigaretta e bevevo una tazza di caff sulla terrazza che cera sul tetto, da cui si vedeva tutta Stoccolma, poi lavoravo fino a mezzogiorno, correvo o nuotavo, dopo andavo in citt e mi sedevo in un caff a leggere o vagabondavo un po, sempre che non mi vedessi con Geir. Alle otto e mezzo andavo a dormire, proprio mentre il sole che stava per tramontare imporporava la parete di fronte al letto di una tonalit di rosso che ricordava il colore del sangue. Cominciai Jgarna p Karinhall di Carl-Henning Wijkmark, me lo aveva consigliato Geir, sdraiato leggevo avvolto dal bagliore di quel sole calante quando di colpo, come dal nulla, mi sentii riempire da una sensazione selvaggia e vertiginosa di felicit. Ero libero, completamente libero, e la vita era fantastica. Mi capitava di essere pervaso da quella sensazione soltanto ogni tanto, forse un paio di volte allanno, era forte, e durava per qualche minuto, poi spariva. Quella volta la cosa strana fu che non svan. Mi svegliavo ed ero felice, cazzo, non mi succedeva da quando ero piccolo. Seduto sulla terrazza cantavo in quella pallida luce solare e quando scrivevo non mi preoccupavo se scrivevo male, al mondo esistevano cose migliori che scrivere romanzi, e quando correvo il mio corpo era leggero come una piuma e la mia consapevolezza, che normalmente era concentrata sulla corsa e sul fatto di resistere di pi, si guardava intorno godendosi quel fogliame verde e fitto, lacqua azzurra di tutti quei canali, il brulichio onnipresente della gente, gli edifici belli e meno belli. Tornato a casa e dopo essermi fatto la doccia, mangiavo zuppa e gallette integrali prima di recarmi in un parco per continuare a leggere il romanzo desordio di Wijkmark, sul maratoneta norvegese che si era intrufolato nella tenuta di caccia di Gring durante le Olimpiadi di Berlino del 1936, telefonavo a Espen o a Tore o a Eirik, o alla mamma o a Yngve, o a Tonje, con cui stavo ancora insieme, non era stato mai detto nulla di diverso, andavo a letto presto, mi alzavo nel cuore della notte e mangiavo prugne o mele senza accorgermene se non quando mi svegliavo e trovavo i noccioli per terra accanto al letto. Agli inizi di maggio mi recai a Biskops-Arn, sei mesi prima avevo accettato di tenere una conferenza, ma quando ero arrivato a Stoccolma avevo telefonato a Lemhagen per comunicargli che dovevo annullarla, non avevo niente di cui parlare, lui aveva risposto che potevo andarci comunque per ascoltare gli altri interventi, magari prendere parte alle discussioni e leggere un testo o due la sera, se avevo qualcosa di nuovo.
Mi stava aspettando davanti alledificio principale, esord subito dicendo che non aveva mai vissuto unesperienza simile a quella della volta in cui avevo partecipato al seminario per scrittori esordienti, neppure lontanamente. Capivo cosa volesse dire, non era soltanto dentro di me che latmosfera di allora era stata speciale.
Le lezioni erano noiose e gli interventi insignificanti, o forse era cos solo perch io ero troppo felice per essere interessato. Gli unici a dire qualcosa di originale furono un paio di anziani islandesi che oltretutto vennero sottoposti alle critiche pi feroci. La sera bevevamo, cera Henrik Hovland che ci intrattenne con storie di vita sul campo, tra le altre cose ci raccont di come lodore di merda diventa cos forte e individuale dopo un certo numero di giorni che grazie allolfatto si possono riconoscere gli altri anche al buio, come gli animali, cosa a cui nessuno credette, ma di cui tutti risero, mentre io riprodussi la fantastica scena di uno dei libri di Arild Rein, in cui il protagonista fa uno stronzo talmente grosso che non va via quando tira lacqua e per questo motivo lo prende, se lo infila nella tasca della giacca ed esce cos.
Il giorno dopo arrivarono due danesi, Jeppe e Lars: la relazione di Jeppe era molto buona ed era piacevole bere con loro. Tornarono con me a Stoccolma, ci ubriacammo, mandai un sms a Linda, lei si un a noi al Kvarnen, mi abbracci al suo arrivo, ridemmo e chiacchierammo, ma allimprovviso fui assalito dallo sconforto perch Jeppe era carismatico, intelligente sopra la media ed emanava unaura forte e mascolina, a cui Linda non rimase indifferente, supposi. Forse fu per quello che cominciai a discutere accanitamente con lei. Di tutti gli argomenti possibili, scelsi proprio quello sullaborto. Non sembrava che la cosa la infastidisse, ma subito dopo and via, noi proseguimmo, finimmo in un night-club dove negarono lingresso a Jeppe, sicuramente per via del sacchetto di plastica, del suo aspetto stanco e trasandato e del fatto che fosse ubriaco fradicio. Andammo a casa mia, Lars si addorment, io e Jeppe restammo svegli, sorse il sole, Jeppe mi raccont di suo padre, un bravuomo sotto tutti i punti di vista, e quando disse che era morto, gli scese una lacrima lungo la guancia. Quello fu uno dei momenti che ricorder per sempre, forse perch quellapertura in quellistante era giunta senza nessun preavviso. Cera solo la sua testa, appoggiata alla parete, illuminata dalla prima luce morbida del mattino, la lacrima che gli rigava la guancia.
Il giorno dopo facemmo colazione in un caff, loro proseguirono per laeroporto di Arlanda, io tornai a casa a dormire, avevo dimenticato la finestra spalancata, aveva piovuto, il computer, del cui contenuto non avevo fatto nessun backup, era zuppo dacqua.
Lo accesi il giorno dopo, sembrava a posto. Niente poteva pi andarmi storto. Mi telefon Geir, era il 17 maggio, in Norvegia si celebrava la festa nazionale, perch non andavamo a mangiare fuori? Lui, Christina, io e Linda? Gli raccontai della discussione, mi disse, ci sono alcune cose di cui assolutamente non devi mai discutere con una donna. Laborto  una di queste. Cazzo, Karl Ove, quasi tutte hanno abortito almeno una volta. Come hai potuto andare a infognarti in una cosa simile? Chiamala, non  detto che se la sia presa. Sono sicuro che non ci ha neppure pensato.
Non posso telefonarle dopo quello che  successo".
Qual  la cosa peggiore che ti pu capitare? Se si  incazzata con te, ti dir semplicemente di no. Altrimenti risponder di s. Devi scoprirlo. Non puoi rinunciare a uscire con lei soltanto perch tu credi che lei non voglia saperne di te".
Le telefonai.
S, sarebbe venuta.
Seduti alla Creperiet, parlammo per lo pi del rapporto esistente tra la Svezia e la Norvegia, cavallo di battaglia di Geir. Linda mi guardava spesso, non sembrava offesa, ma non potei esserne certo fino a quando non ci trovammo soli e le chiesi scusa. No, non c nulla di cui scusarsi, disse, tu pensi quello che pensi. Non  grave. E Jeppe, allora? pensai, ma ovviamente non dissi niente.
Andammo al Folkoperan. Era il posto preferito di Linda. Ogni sera, al momento della chiusura, suonavano linno nazionale russo e lei adorava tutto quello che era russo, C?echov in particolare.
Hai letto C?echov? mi chiese.
No, risposi.
No? Devi leggerlo".
Le sue labbra si schiudevano lateralmente mettendo in mostra i denti quando si accalorava e io la osservavo mentre parlava. Aveva delle labbra meravigliose. E i suoi occhi, grigioverdi e scintillanti, erano cos belli che faceva male guardarci dentro.
Anche il mio film preferito  russo. Il sole ingannatore, lhai visto?
No, purtroppo".
Dobbiamo farlo, una volta. Ci recita una bambina veramente brava. Fa parte dei Pionieri, un eccellente movimento politico per bambini".
Rise.
Mi sembra di avere cos tante cose da mostrarti, aggiunse. A proposito, c una fiera letteraria al Kvarnen tra... cinque giorni. Io legger. Ti va di venire?
Certo. E cosa leggi?
Stig Sterbakken".
Come mai?
Lho tradotto in svedese".
Davvero? Perch non me lhai detto?
Non me lo hai chiesto, disse sorridendo. Ci sar anche lui. Ecco perch sono un po nervosa, il mio norvegese non era a un livello cos buono come pensavo. Per ha letto il libro e non ha fatto nessun commento sulla lingua. Ti piace?
Siamesisk mi piace molto".
 il romanzo che ho tradotto. Insieme a Gilda, ti ricordi di lei?
Annuii.
Ma possiamo anche vederci prima. Hai impegni per domani?
No, mi va bene".
Dallaltoparlante risuonarono le prime note dellinno nazionale russo. Linda si alz, si mise la giacca e mi guard.
Qui allora? Alle otto?
Va bene, confermai.
Ci fermammo allesterno, la strada pi corta per arrivare a casa sua era proseguire per Hornsgatan, mentre per andare da me dovevo dirigermi nella direzione opposta.
Ti accompagno, propose. Posso?
Certo, dissi.
Camminammo per un po in silenzio.
 strano, cominciai quando imboccammo una delle traverse che salivano verso Mariaberget. Sono cos felice quando sono con te, eppure non riesco a dire niente.  come se tu mi ammutolissi".
Lho notato, comment gettandomi una rapida occhiata. Non fa niente. Non per me, almeno".
Perch? pensai. Che te ne fai di un uomo che non dice niente?
Cal di nuovo il silenzio. I nostri passi sul selciato venivano amplificati dagli edifici in muratura che costeggiavano entrambi i lati.
 stata una bella serata, disse.
Che strano.  il 17 maggio, a quanto pare questa data ce lho nel sangue, sento come se mi  mancato qualcosa. Perch nessuno festeggia?
Mi sfior la parte superiore del braccio.
Come per dire che faceva lo stesso se dicevo cavolate?
Ci fermammo in strada sotto il mio appartamento. Ci guardammo. Feci un passo in avanti e labbracciai.
Allora a domani, dissi.
S. Buonanotte!
Mi fermai dietro la porta e tornai fuori un secondo dopo, volevo vederla unultima volta.
Sola con se stessa stava scendendo lungo il pendio.
Lamavo.
E allora cosa cazzo era che faceva tanto male?
Il giorno seguente scrissi come al solito, andai a correre come al solito, mi sedetti allaperto a leggere come al solito, questa volta da Lasse i Parken, subito dopo Lngholmen. Ma non riuscivo a concentrarmi, pensavo soltanto a Linda. Non vedevo lora di incontrarla, non desideravo altro, ma per la prima volta era calata unombra sopra quei pensieri. Al contrario di tutti gli altri che mi facevo in quei giorni.
Perch?
Per quello che era successo quella volta?
Certo. Ma non sapevo cosa, era solo una sensazione che avevo e che non riuscivo ad afferrare e a trasformare in un pensiero nitido.
La conversazione fu lenta e faticosa anche quella sera, e questa volta anche lei si scoraggi, lentusiasmo e la contentezza del giorno prima erano quasi del tutto assenti.
Dopo unora ci alzammo e uscimmo. In strada mi chiese se volevo andare a casa sua a bere un t.
Volentieri, dissi.
Mentre salivamo le scale, di colpo mi venne in mente lepisodio con le gemelle polacche. Era una storia carina, ma non potevo raccontargliela, avrebbe messo a nudo la complessit dei miei sentimenti per lei.
Io abito qui, disse. Siediti pure, intanto preparo il t".
Era un monolocale, a unestremit cera il letto, allaltra un tavolo da cucina. Mi tolsi le scarpe, ma tenni la giacca, mi sedetti sul bordo della sedia.
Lei canticchiava.
Quando poco dopo appoggi la tazza di t davanti a me, disse: Credo di cominciare a provare dellaffetto per te, Karl Ove.
Affetto? Tutto l? E veniva pure a dirmelo?
Anche a me tu piaci molto, risposi.
Davvero?
Ci fu una pausa.
Credi che potremo diventare qualcosa di pi che amici? domand dopo un po.
Voglio che siamo amici, dissi.
Lei mi guard. Poi abbass gli occhi, sembr scoprire in quel momento lesistenza della tazza, se la port alle labbra.
Mi alzai.
Hai delle amiche? chiese. Intendo dire, che sono solo amiche?
Scossi la testa.
Oh s, quando ero al liceo ne avevo una. Ma  passato tanto di quel tempo".
Lei mi guard di nuovo.
Io andrei, dissi. Grazie per il t".
Lei si alz e mi accompagn alla porta. Feci qualche passo lungo il corridoio prima di girarmi, in modo che lei non avesse la possibilit di abbracciarmi.
Ciao, allora, esclamai.
Ciao".
Il mattino dopo andai da Lasse i Parken. Appoggiato un bloc-notes sul tavolino, cominciai a scriverle una lettera. Le scrissi che cosa era per me. Le scrissi che cosa era stata quando lavevo vista la prima volta, e che cosa era adesso. Scrissi delle sue labbra che si schiudevano mettendo in mostra i denti quando era infervorata, scrissi dei suoi occhi, quando brillavano e quando squarciando il loro stesso buio sembravano risucchiare la luce dentro di s. Scrissi del suo modo di camminare, di quel leggero ancheggiare simile allincedere di una modella. Scrissi dei suoi lineamenti minuti, giapponesi. Scrissi della sua risata, che a volte prendeva il sopravvento su tutto il resto, di quanto lamavo in quei momenti. Scrissi delle parole che usava con pi frequenza, di come adoravo il modo in cui pronunciava stelle e quello con cui spargeva intorno a s la parola fantastico. Scrissi che tutto questo era solo ci che avevo visto e che non la conoscevo affatto, non avevo idea di cosa pensasse e sapevo ben poco di come guardasse il mondo e gli esseri umani che lo abitavano, ma che quello che avevo visto era sufficiente, sapevo che lamavo e che lavrei sempre amata.
Karl Ove? disse qualcuno. Alzai lo sguardo.
Era lei.
Girai il blocco.
Comera possibile?
Ciao Linda, esclamai. Grazie per la bella serata di ieri!
Grazie a te. Sono qui con unamica. Preferisci startene per conto tuo?
S, se non ti dispiace. Sto lavorando, capisci".
Certo che capisco".
Ci guardammo. Annuii.
Una giovane della sua et usc dalla caffetteria con in mano due tazze di caff. Linda si gir verso di lei, andarono a sedersi al lato opposto.
Scrissi che in quellistante lei si stava sedendo l in fondo.
Se solo avessi potuto vincere quella distanza, scrissi. Avrei dato qualsiasi cosa per poterlo fare. Ma non ci riesco. Io ti amo e forse tu credi di amarmi, ma non  cos per te. Credo di piacerti, ne sono piuttosto sicuro, ma io non sono abbastanza per te e nel profondo di te stessa lo sai. Forse adesso hai bisogno di qualcuno, e sono arrivato io e hai creduto che potesse esserci qualcosa. Ma io non voglio essere uno che forse  solo un qualcuno, non  sufficiente per me, deve essere tutto o niente, tu devi ardere come ardo io. Volerlo come lo voglio io. Lo capisci? Oh, so che lo fai. Ti ho vista forte, e ti ho vista debole e ti ho vista aperta verso il mondo. Io ti amo, ma non  abbastanza. Essere amici non ha senso. Non riesco neppure a parlare con te! Che razza di amicizia sarebbe? Spero che tu non te la prenda, sto solo cercando di dire come stanno le cose. Ti amo, ecco come stanno. E in un luogo o in un altro ti amer sempre, indipendentemente da cosa capiter a noi due.
Firmai, mi alzai, lanciai uno sguardo verso di loro, solo la sua amica era seduta in modo da potermi vedere e lei non sapeva chi ero, quindi mi allontanai del tutto inosservato, mi affrettai a tornare a casa, infilai la lettera in una busta, indossai la tuta da ginnastica e corsi intorno a Sder.
Nei giorni successivi fu come se il tempo aumentasse il ritmo. Correvo, nuotavo, facevo tutto quello che potevo per tenere linquietudine, fatta tanto di felicit quanto di dolore, sotto controllo, ma non funzionava, fremevo di uneccitazione che sembrava non volesse passare mai, vagavo senza fine per la citt, correvo, nuotavo, di notte restavo sveglio, non avevo n la voglia n la forza di mangiare, avevo detto di no, era finita, sarebbe passata.
Levento letterario era un sabato, quando arriv il momento avevo deciso di non andare. Telefonai a Geir per sentire se gli andava di incontrarci in centro, accett, ci mettemmo daccordo per le quattro al KB, andai di corsa a Eriksdalsbadet, nuotai per pi di unora avanti e indietro nella piscina allaperto, era meraviglioso, laria era fredda, lacqua calda, il cielo grigio e saturo di una leggera pioggerellina e nei paraggi non cera nessuno. Avanti e indietro. Quando uscii dalla vasca, ero accaldato dalla fatica. Mi cambiai, rimasi un po fuori a fumare, presi a incamminarmi verso il centro con il borsone sulle spalle.
Quando arrivai, Geir non cera ancora, mi sedetti a un tavolo vicino alla finestra e ordinai una birra. Qualche minuto dopo comparve davanti a me e mi porse la mano.
Novit? chiese mettendosi a sedere.
S e no, risposi e gli raccontai cosera successo negli ultimi giorni.
Devi essere sempre cos drammatico, comment. Non puoi prendertela un po pi con calma? Non deve essere per forza o tutto o niente".
No, ma in questo caso specifico  cos".
Hai spedito la lettera?
No. Non ancora".
In quel momento ricevetti un sms. Era di Linda.
Non ti ho visto alla fiera letteraria. Ceri?
Mi misi a scrivere una risposta.
Non potresti farlo dopo? esclam Geir.
No, risposi.
Non sono potuto venire.  andato tutto bene?
Inviai il messaggio e alzai il bicchiere verso Geir.
Cin cin, dissi.
Cin cin".
Arriv un altro messaggio.
Mi sei mancato. Adesso dove sei?
Mi sei mancato?
Il cuore mi batteva forte nel petto. Cominciai a scrivere unaltra risposta.
Ora smettila, intervenne Geir. Se no me ne vado".
Faccio in un attimo. Aspetta un secondo".
Anche tu mi manchi. Sono al KB.
 Linda, vero? chiese Geir.
Esatto".
Sembri un pazzo, prosegu. Te ne rendi conto? Stavo quasi per girare i tacchi e andarmene quando ti ho visto".
Nuovo messaggio.
Vieni da me, Karl Ove. Sono al Folkoperan. Ti aspetto.
Mi alzai.
Mi dispiace, Geir, ma devo andare".
Adesso?
S".
Ora vedi di darci un taglio. Potr pure aspettare una mezzoretta, cazzo. Ho preso la metro fin in centro e non lho fatto di certo per starmene qui a bere da solo. Quello posso farlo anche a casa".
Scusami. Ti telefono".
Corsi fuori in strada, fermai al volo un taxi, ai semafori avrei potuto urlare dimpazienza, ma poi si ferm davanti al Folkoperan, pagai ed entrai.
Lei era seduta al pianterreno. Non appena la vidi, capii che non cera nessuna fretta.
Sorrise.
Che velocit! disse.
Avevo capito che fosse urgentissimo".
No, no, per niente".
Labbracciai e mi sedetti.
Vuoi qualcosa da bere? le domandai.
Tu cosa prendi?
Non lo so. Del vino rosso?
Va bene".
Ci dividemmo una bottiglia di vino rosso mentre parlavamo del pi e del meno, niente di rilevante, era sempre cos tra di noi, ogni volta che i nostri sguardi si incontravano, sentivo un fremito dentro di me, seguito da un battito pesante, era il cuore.
Adesso c una festa in corso al Vertigo, disse. Hai voglia di venire?
S. Mi sembra una buona idea".
C anche Stig Sterbakken".
Allora forse non  il caso. Una volta lho stroncato senza piet. E poi ho letto unintervista in cui diceva che si ricordava di tutte le recensioni negative che aveva ricevuto. Quella che ho scritto io deve essere stata una delle pi feroci. Una pagina intera sul Morgenbladet. E poi una volta lui si  scagliato contro di me e Tore durante un dibattito. Ci ha chiamati Faldbakken & Faldbakken. Ma sicuramente questo a te non dice niente".
Scosse la testa.
Possiamo benissimo andare da unaltra parte".
No, no, figuriamoci. Andiamo l".
Quando lasciammo il Folkoperan, aveva appena cominciato a imbrunire. La coltre di nuvole che aveva coperto il cielo per tutto il giorno si era addensata ancora di pi.
Prendemmo un taxi. Il Vertigo si trovava in uno scantinato, quando arrivammo cera gente ovunque, laria era calda e densa di fumo, mi girai verso Linda e le dissi che forse non era necessario restare tanto.
Non  Knausgrd? esclam una voce. Mi voltai in quella direzione. Era Sterbakken. Sorrise. Si rivolse ad altre persone:
Knausgrd e io siamo nemici. Vero? aggiunse prima di alzare lo sguardo verso di me.
Io no, replicai.
Adesso non essere cos vigliacco, disse. Ma hai ragione, quelle vecchie storie ce le siamo lasciate alle spalle. Sto scrivendo un nuovo romanzo e cerco di fare come te. Scrivere un po pi in quella direzione".
Accidenti, pensai. Che complimento!
Davvero? commentai. Suona interessante".
S,  molto interessante. Aspetta e vedrai!
Alla prossima, dissi.
S, certo, rispose.
Andammo al bar, ordinammo gin and tonic, scovammo due sedie libere e ci mettemmo l. Linda conosceva parecchia gente, andava in giro a chiacchierare un po con tutti, tornava ogni volta da me. Io ero sempre pi ubriaco, ma quellatmosfera piacevole e rilassata che avevo provato quando avevo visto Linda al Folkoperan persisteva. Ci guardavamo, eravamo noi due. Mi posava la mano sulla spalla, eravamo noi due. I nostri sguardi si incrociavano attraverso il locale, nel mezzo di una conversazione con qualcuno, eravamo noi due.
Qualche ora dopo che eravamo l e ci eravamo sistemati su due poltrone in una stanzetta in fondo al locale, Sterbakken venne da noi e ci chiese se poteva farci un massaggio ai piedi. Era bravo, disse. Io risposi di no, non era il caso. Linda si tolse le scarpe e gli appoggi i piedi in grembo. Lui cominci a impastarli e a strofinarli fissandola negli occhi.
Allora, sono o non sono bravo? domand.
S, bellissimo, rispose Linda.
Adesso per tocca a te, Knausgrd".
Non  il caso".
Fai il vigliacco? Andiamo, su, togliti le scarpe".
Alla fine obbedii, mi tolsi le scarpe e gli poggiai i piedi in grembo. In s era piacevole, ma il fatto che fosse Stig Sterbakken a manipolarmi i piedi, con un sorriso stampato sulle labbra che difficilmente si poteva intendere in altri modi se non come diabolico, rendeva la situazione a dir poco ambigua.
Quando ebbe finito, gli chiesi senza mezzi termini della sua ultima raccolta di saggi, incentrata sul male, girovagai un po qua e l bevendo un drink dopo laltro e allimprovviso intravidi Linda appoggiata a una parete, stava conversando con una ragazza, quella che avevo visto la notte di Valpurga. Hilda, Wilda? No, cazzo, Gilda.
Comera bella Linda.
E cos incredibilmente viva.
Era possibile che diventasse mia?
Non avevo neppure finito di pensarlo che il suo sguardo sfior il mio.
Sorrise e mi salut con un cenno della mano.
Andai verso di lei.
Era venuto il momento.
Ora o mai pi.
Deglutii, le posai la mano sulla spalla.
Lei  Gilda, disse.
Ci siamo gi presentati in unaltra occasione, afferm Gilda sorridendo.
Vieni, dissi.
Mi guard con espressione interrogativa.
Il buio nei suoi occhi.
Adesso?
Non risposi, la presi semplicemente per mano.
Attraversammo il locale senza dire una parola. Aprimmo la porta, salimmo le scale.
Pioveva a dirotto.
Ti ho gi presa in disparte una volta, cominciai. Non  andata molto bene. E pu essere che vada male anche questa volta. E sia pure. Ma c qualcosa che voglio dirti. Su di te".
Su di me? esclam, ce lavevo proprio di fronte, sollev gli occhi per guardarmi, i capelli gi bagnati, il volto lucido per via della pioggia.
S".
E cos cominciai a raccontarle che cosa era per me. Le dissi tutto quello che avevo scritto nella lettera. Le descrissi le labbra, gli occhi, il suo modo di camminare, le parole che usava. Le dissi che lamavo anche se non la conoscevo. Le dissi che volevo stare con lei. Che era lunica cosa che volevo.
Lei si alz sulla punta dei piedi, sollev il viso verso di me, io mi chinai su di lei e la baciai.
Poi tutto si fece nero.
Ripresi conoscenza mentre due uomini mi trascinavano per le gambe lungo lasfalto dentro un portone. Uno di loro parlava al cellulare, diceva, forse droga, non lo sappiamo. Si fermarono, si abbassarono su di me.
Sei sveglio?
S, dissi. Dove mi trovo?
Davanti al Vertigo. Hai fatto uso di sostanze stupefacenti?
No".
Come ti chiami?
Karl Ove Knausgrd. Credo di essere svenuto. Non c nessun pericolo. Sto bene".
Vidi Linda che veniva verso di me.
Ha ripreso coscienza? chiese.
Ciao Linda, dissi. Cose successo?
Non c bisogno che veniate, scand luomo al telefono. Qui  tutto sotto controllo. Si  ripreso e sembra che sia a posto".
Sei svenuto, credo, rispose Linda. Tutto a un tratto ti sei accasciato a terra".
Oh, cazzo. Mi dispiace".
Per che motivo? Le cose che mi hai detto. Nessuno mi ha mai detto cose cos belle".
Ce la fai? mi chiese uno dei due uomini.
Annuii e se ne andarono.
 stato perch mi hai baciato, dissi. Come se qualcosa di nero mi venisse sparato verso lalto. E poi mi sono risvegliato qui".
Mi alzai e feci qualche passo barcollando.
Meglio andare a casa, commentai. Ma tu puoi restare, se vuoi".
Rise.
Andiamo a casa mia. Mi prender io cura di te".
Che pensiero delizioso lidea che tu ti prenda cura di me, dissi.
Sorrise e tir fuori il cellulare dalla tasca della giacca. I capelli le si appiccicavano alla fronte. Mi diedi unocchiata ai vestiti. I pantaloni erano scuri per via dellumidit. Mi passai una mano tra i capelli.
Strano a dirsi ma non sono pi ubriaco, aggiunsi. Per ho una fame bestiale".
Quand lultima volta che hai mangiato?
Ieri, credo. Probabilmente al mattino".
In quel momento le rispose il centralino dei taxi, alz gli occhi al cielo mentre mi guardava, diede lindirizzo e dieci minuti dopo eravamo per strada seduti in unauto attraverso la notte e la pioggia.
Quando mi svegliai, allinizio non capii dovero. Ma poi vidi Linda e mi ricordai tutto quanto. Mi strinsi a lei, apr gli occhi, facemmo di nuovo lamore e cera qualcosa di cos perfetto, cos buono e positivo, lo percepivo con tutto me stesso, eravamo io e lei, e glielo dissi.
Dobbiamo fare un figlio insieme, dichiarai. Qualunque altra cosa sarebbe un oltraggio alla natura".
Rise.
 questo il senso, continuai. Ne sono sicurissimo. Non mi sono mai sentito cos".
Lei smise di ridere e mi guard.
Stai parlando sul serio? chiese.
S, dissi. A meno che tu percepisca tutto questo in modo diverso. Allora le cose cambiano. Ma cos non , vero? Avverto anche questo".
Davvero? Sei qui sdraiato nel mio letto? E mi dici che vuoi fare un figlio con me?
S. Tu provi lo stesso, vero?
Lei annu.
Ma non lo avrei mai detto".
Per la prima volta nella mia vita ero assolutamente felice. Per la prima volta non cera niente nella mia vita che potesse offuscare la gioia che provavo. Stavamo sempre insieme, di colpo ci ritrovavamo avvinghiati ovunque, ai semafori, al tavolo di un ristorante, sugli autobus, nei parchi, non cera nessun obbligo, nessunaltra volont se non quelli che provavamo luno per laltra. Mi sentivo completamente libero, ma solo insieme a lei, nellattimo in cui eravamo separati, cominciavo a provarne nostalgia. Era strano, le forze erano cos potenti, ed erano positive. Geir e Christina dicevano che era impossibile stare con noi, avevamo occhi solo luna per laltro, ed era vero, non esisteva altro mondo al di fuori di quello che ci eravamo creati allimprovviso. A fine giugno andammo a Runmar dove Mikaela aveva preso in affitto una casetta di legno sul mare, mi scoprii a ridere e a cantare in una notte svedese, uno sciocco che balbettava felice come un bambino, perch tutto aveva un senso, tutto era carico di significato, era come se il mondo fosse stato investito di luce nuova. A Stoccolma andavamo a fare il bagno, ci sdraiavamo a leggere nei parchi, andavamo a mangiare al ristorante, non era importante di cosa si trattasse, ma che lo facessimo, era quello a essere carico di significato. Leggevo Hlderlin e le sue poesie scivolavano dentro di me come lacqua, non cera nulla che io non capissi, lestasi nelle poesie e lestasi presente in me erano la stessa cosa, e su tutto questo, ogni giorno di giugno, di luglio, di agosto, ardeva il sole. Ci raccontammo tutto di noi, come fanno due persone che stanno insieme, anche se sapevamo che non poteva durare, e anche il pensiero che perdurasse ci incuteva paura perch pure in esso cera qualcosa dinsopportabile, tutta quella felicit, ecco perch vivevamo tutto questo fingendo di non saperlo. La caduta doveva arrivare, ma noi non ce ne preoccupavamo, come avremmo potuto quando tutto andava cos bene?
Una mattina ero sotto la doccia, Linda mi chiam, andai da lei, era sdraiata nuda sul letto che ora era accostato alla finestra in modo da poter vedere il cielo.
Guarda, mi disse. Vedi quella nuvola?
Mi sdraiai accanto a lei. Il cielo era completamente blu, non cerano nubi, a parte una, che si stava spostando lentamente verso il centro. Aveva la forma di un cuore.
S, risposi stringendole la mano.
Lei rise.
Tutto  perfetto, esclam. Non mi sono mai sentita cos. Sono cos felice con te. Sono cos felice!
Anchio".
Andammo in barca sugli isolotti. Affittammo una casetta nel bosco davanti a un ostello della giovent. Passeggiavamo per ore per lisola, una volta ci inoltrammo nei boschi, tutto odorava di pino ed erica, allimprovviso ci trovammo davanti a una parete rocciosa a strapiombo: sotto di noi cera il mare. Proseguimmo, sbucammo in un prato, ci fermammo a guardare le mucche, ci guardarono a loro volta, ridemmo, ci scattammo delle foto, ci arrampicammo su un albero, ci sedemmo lass come due bambini a parlare.
Una volta, dissi, dovevo andare a comprare le sigarette per mio padre alla stazione di servizio. Era a un paio di chilometri da casa. Avr avuto sette o otto anni. La strada per arrivarci passava attraverso il bosco. La conoscevo a memoria. Potrei farla anche adesso a occhi chiusi. Ma allimprovviso sentii un rumore tra i cespugli. Mi fermai. E allora vidi un uccello meraviglioso, sai, grande e dai colori sgargianti e screziati. Non avevo mai visto niente di simile, sembrava appartenere a un paese lontano ed esotico. Africa, Asia. Corse via, poi spicc il volo e spar. Non ho mai pi visto un uccello cos da allora e non ho mai scoperto che tipo di volatile potesse essere".
Davvero? mi chiese Linda. A me una volta  capitata esattamente la stessa cosa. Nella casa di campagna di una mia amica. Ero seduta su un albero, s, come adesso, e aspettavo che i miei amici tornassero, cominciavo a spazientirmi, cos saltai gi. Gironzolai senza meta e allimprovviso vidi un uccello meraviglioso dai colori sgargianti e screziati. Neppure io lho rivisto da allora".
Davvero?
S".
Era cos, tutto aveva senso e le nostre vite si intrecciavano luna nellaltra. Mentre stavamo rientrando dallisola, parlammo del nome che avremmo dato al nostro primo figlio.
Se  maschio, dissi, vorrei un nome semplice. Mi  sempre piaciuto Ola, tu che ne pensi?
Bello, rispose. Molto norvegese, mi piace".
S, dissi guardando fuori dal finestrino.
Una piccola imbarcazione ci super rollando sullacqua. Il numero di immatricolazione dipinto sulla fiancata era OLA.
Guarda, esclamai.
Linda si chin in avanti.
Allora  deciso, dichiar. Si chiamer Ola!
Una sera tardi mentre camminavamo su per la salita, diretti a casa mia, ancora nel pieno del primo periodo febbrile della nostra relazione, dopo un momento di silenzio mi aveva detto:
Karl Ove, c una cosa che ti devo dire.
S?
Una volta ho tentato di togliermi la vita".
Cosa stai dicendo?
Non rispose, la testa china davanti a s.
 successo molto tempo fa? chiesi.
Due anni fa, forse. Era quando sono stata ricoverata".
La guardai, non voleva incrociare il mio sguardo, mi avvicinai e labbracciai. Restammo cos a lungo. Poi salimmo le scale ed entrammo in ascensore, ci chiusi a chiave dentro lappartamento, lei si sedette sul letto, io aprii la finestra e tutti i suoni notturni dellestate inoltrata si levarono fino a noi.
Vuoi un t? le domandai.
Volentieri, rispose.
Mi diressi verso langolo cottura, accesi il bollitore, presi due tazze e in ognuna misi una bustina. Quando gliene porsi una, mentre io rimanevo in piedi davanti alla finestra con in mano laltra sorseggiando di tanto in tanto, si mise a raccontare cosa era successo quella volta. Sua madre era andata da lei in ospedale, dovevano passare da casa per prendere qualcosa. Quando erano quasi arrivate, Linda aveva cominciato a correre. Sua madre le era corsa dietro. Linda arrancava pi che poteva, oltre la porta, su per le scale, dentro casa, fino alla finestra. Quando la madre era entrata solo pochi secondi dopo, Linda aveva aperto la finestra ed era salita sul davanzale. Sua madre aveva attraversato la stanza in un lampo, laveva afferrata e laveva trascinata dentro.
Ero furiosa, spieg. Credo che volessi ucciderla. Mi scagliai su di lei. Lottammo forse per una decina di minuti. Le rovesciai addosso il frigorifero. Ma lei era pi forte. Certo che era pi forte. Alla fine si sedette a cavalcioni sul mio petto e io mi arresi. Telefon alla polizia e loro vennero a prendermi per riportarmi allospedale".
Ci fu una pausa. La guardai, lei incroci il mio sguardo, lesta come un uccello.
Me ne vergogno tanto, continu. Ma pensavo che prima o poi avresti dovuto saperlo".
Non sapevo cosa dire. Esisteva un abisso fra il punto in cui si trovava allora e quello in cui eravamo adesso. Perlomeno quella era la sensazione che avevo. Ma forse non era cos per lei?
Perch lo hai fatto? le chiesi.
Non lo so. Credo che non fosse chiaro neanche a me. Ma ricordo il corso degli eventi. Sul finire dellestate avevo sofferto per diverse settimane di attacchi maniacali. Una sera Linda venne a trovarmi a casa, ero accoccolata sul tavolo della cucina ed elencavo serie di numeri. Lei e llegrd mi portarono al pronto soccorso psichiatrico. Mi diedero dei sonniferi e chiesero a Linda se poteva tenermi a casa sua per qualche giorno. Poi quegli attacchi continuarono a ripetersi per tutto lautunno. Infine sprofondai in uno stato depressivo tanto grande da sentire che non cera via duscita. Evitavo tutte le persone che conoscevo perch non volevo che nessuna di loro fosse lultima a vedermi in vita. La terapeuta da cui andavo mi chiese se mi capitava mai di pensare al suicidio, per tutta risposta scoppiai a piangere, allora disse che non poteva assumersi la responsabilit delle mie azioni fuori dalle ore di terapia e cos fui ricoverata. Ho visto la documentazione relativa allincontro a cui fui sottoposta prima di entrare in clinica. Intercorrono parecchi minuti da quando mi viene posta una domanda a quando rispondo, c scritto, e me lo ricordo, mi era quasi impossibile parlare. Impossibile dire qualcosa, le parole erano cos lontane. Tutto era cos lontano. Il mio volto si era completamente irrigidito, era del tutto privo di mimica".
Alz lo sguardo verso di me. Mi sedetti sul letto, lei pos la tazza sul tavolo e si sdrai sulla schiena. Mi sdraiai accanto a lei. Allesterno, nelloscurit, si avvertiva una strana pesantezza, una specie di corposit, cos anomala per la notte estiva. Lincedere monotono di un treno risuon dal ponte gi a Riddarfjrden.
Ero morta. Non nel senso che volessi abbandonare la vita. Lavevo gi abbandonata. Quando la terapeuta mi disse che mi avrebbero ricoverata, provai un senso di sollievo, qualcuno si sarebbe preso cura di me. Ma quando arrivai l, tutto era impossibile. Non potevo rimanere in quel posto. E fu allora che cominciai a progettare la cosa. La mia unica possibilit per uscire era farmi rilasciare un permesso di un giorno per andare a casa a prendere vestiti ed effetti personali. Qualcuno doveva accompagnarmi, lunica persona che mi venne in mente fu la mamma".
Tacque.
Ma se lo avessi voluto veramente, ci sarei riuscita.  quello che penso adesso. Non ci sarebbe stato nessun bisogno di aprire la finestra. Mi sarei potuta scagliare contro il vetro. Tanto non avrebbe fatto nessuna differenza. Tutta quella mia cautela... s, se lo avessi desiderato per davvero, con tutta me stessa, avrebbe funzionato".
Ne sono contento, dissi accarezzandole i capelli. Ma hai paura che succeda di nuovo?
S".
Ci fu una pausa.
La tipa da cui avevo preso in affitto lappartamento stava armeggiando con qualcosa dallaltro lato della porta. Sulla terrazza che cera sul tetto sopra di noi qualcuno toss.
Io non ne ho, dissi.
Gir la testa verso di me.
No?
No. Ti conosco".
Ma non tutto di me".
Di questo mi rendo conto anchio, risposi prima di baciarla. Ma non accadr mai pi, ne sono sicuro".
Allora lo sono anchio, disse sorridendo e mettendomi le braccia al collo.
Quelle notti estive senza fine, cos chiare e aperte, dove passavamo da un bar allaltro in quartieri diversi della citt a bordo di taxi neri, da soli o insieme ad altri, dove quel senso di ebbrezza non era minaccioso, non era distruttivo, ma unonda che ci sollevava sempre pi in alto, cominciarono in modo lento e impercettibile a oscurarsi, era come se il cielo fosse stato saldato alla terra, limpalpabile e il fugace ebbero sempre meno spazio di manovra, qualcosa colmava, saturava il tutto trattenendolo, bloccandolo, fino a quando la notte rimase alla fine immobile, una parete di tenebre che si abbassava la sera per sollevarsi al mattino e di colpo la leggera notte estiva che ci aveva spinto qua e l era diventata impossibile da immaginare, come un sogno che si cerca inutilmente di recapitolare quando ci si sveglia.
Linda cominci a frequentare lAccademia di arte drammatica: il corso propedeutico era duro, venivano sottoposti a ogni genere di situazioni con lidea che avrebbero imparato meglio sotto pressione, da soli, strada facendo. Quando la mattina usciva in bicicletta per andare a scuola, io tornavo al mio appartamento a scrivere. La storia sugli angeli lavevo inserita in una che riguardava una donna che nel 1944 era ricoverata nel reparto di ostetricia, aveva appena partorito, i suoi pensieri vagavano qua e l, ma non funzionava, il testo era troppo lontano, la distanza era troppo grande, ma continuai procedendo a fatica di pagina in pagina, non mi importava poi cos tanto, la cosa pi importante, no, lunica, della mia vita era Linda.
Una domenica pranzammo in un caff nel quartiere di stermalm, si chiamava Oscar e si trovava vicino a Karlaplan, ci sedemmo fuori, Linda con una coperta sulle gambe, io mangiai un Club sandwich, lei uninsalata di pollo, la strada era immersa nel silenzio della domenica, le campane della chiesa sottostante avevano appena suonato per annunciare limminente funzione religiosa. Tre ragazze erano sedute al tavolo dietro di noi, due uomini un po dietro di loro. Sui tavoli pi vicini alla strada saltellavano dei passerotti. Sembravano del tutto addomesticati, eseguivano piccoli saltelli, si avvicinavano ai piatti lasciati dai clienti, sembravano annuire con il capo quando affondavano il becco nel cibo.
Allimprovviso laria viene solcata da unombra, alzo lo sguardo,  un volatile enorme, si precipita verso di noi, si avventa sul tavolo dove ci sono gli uccellini, ne ghermisce uno con gli artigli e vola via.
Mi girai verso Linda. Fissava il cielo a bocca aperta.
Un rapace ha appena afferrato uno di quei passerotti, o me lo sono sognato? chiesi.
Non ho mai visto niente di peggio, disse Linda. In pieno centro? Che cosera? Unaquila? Un falco? Povero uccellino!
Doveva essere un falco, commentai ridendo. Quella scena mi aveva messo di buonumore. Linda mi guard con occhi sorridenti.
Mio nonno era calvo, continuai. Gli era rimasta solo una chierica di capelli bianchi. Quando ero piccolo, diceva che glieli aveva presi un astore. Ci faceva pure vedere come luccello gli aveva conficcato gli artigli nella chioma ed era volato via portandosela con s. La prova era la chierica rimasta. E per un po ci ho anche creduto. Scrutavo il cielo per cercare di scorgerlo. Ma non si fece mai vedere".
Mai prima di adesso! intervenne Linda.
Non  mica sicuro che sia lo stesso".
No, disse con un sorriso. Quando avevo cinque anni, avevo un piccolo criceto che tenevo in una gabbia. Destate andavamo in campagna e allora lo lasciavo libero, posavo la gabbia sul prato e lo facevo gironzolare un po nellerba. Una mattina, mentre lo guardavo dalla terrazza, arriv allimprovviso un uccello rapace che si lanci su di lui e puff, il mio criceto era gi su in cielo".
 vero?
S".
Terribile!
Risi mentre allontanavo il piatto, accesi una sigaretta e mi appoggiai allo schienale.
Il nonno materno aveva un fucile, mi ricordo. A volte sparava ai corvi. Uno lo fer in modo permanente, cio lo centr a una zampa. Luccello sopravvisse ed  ancora alla fattoria. Per lo meno a quel che dice Kjartan. Un corvo con una zampa sola e gli occhi sbarrati".
Fantastico, disse Linda.
Una specie di capitano Achab dei pennuti, commentai. E il nonno che girava l intorno come la grossa balena bianca".
La guardai.
Oh,  un peccato che tu non abbia potuto conoscerlo. Ti sarebbe piaciuto".
E a te sarebbe piaciuto il mio".
Tu ceri quando  morto, vero?
Annu.
Gli venne un ictus e allora partii per il Norrland. Ma quando arrivai, era morto".
Afferr il mio pacchetto di sigarette e mi guard, io annuii, ne prese una.
Ma era la nonna materna quella a cui ero pi legata, disse. Veniva da noi a Stoccolma e si occupava di tutto. La prima cosa che faceva era pulire la casa da cima a fondo. Preparava i dolci e il pane, cucinava e stava insieme a noi. Era molto forte".
Lo  anche tua madre".
S. In effetti sta diventando sempre pi simile a lei. Voglio dire, dopo che ha lasciato il Dramaten e si  trasferita in campagna,  come se avesse ripreso la vita di un tempo. Coltiva le sue verdure, prepara da mangiare da sola dallinizio alla fine, ha quattro congelatori pieni di cibo e ogni genere di ingrediente che ha comprato in offerta. E poi anche il fatto che non si preoccupi pi del suo aspetto, almeno in confronto a prima".
Mi guard.
Ti ho raccontato di quella volta che la nonna ha visto unaurora boreale rossa?
Scossi la testa.
La vide mentre era fuori da sola. Tutto il cielo era rosso, la luce ondeggiava avanti e indietro, deve essere stato bellissimo, ma probabilmente dava anche limpressione che fosse arrivato il giorno del giudizio. Quando torn e lo raccont, non cera nessuno che voleva crederle. Alla fine anche lei stentava a farlo, unaurora boreale rossa, chi ne ha mai sentito parlare? Tu?
No".
Ma poi, moltissimi anni dopo, ero a Humlegrden con la mamma una sera tardi. E allora vedemmo la stessa cosa! Ogni tanto c laurora boreale anche qui,  raro, ma succede. Quella sera era rossa! La mamma telefon alla nonna non appena arriv a casa. La nonna scoppi a piangere! In seguito ho letto che  dovuto a un raro fenomeno meteorologico".
Mi chinai sul tavolo e la baciai.
Vuoi un caff?
Annu e io andai dentro a comprarne due. Quando tornai fuori e posai la tazza davanti a lei, alz lo sguardo verso di me.
Mi  venuta in mente unaltra storia strana, disse. O forse non lo  cos tanto. Ma lo sembra. Ero su uno degli isolotti qui di fronte. Stavo camminando da sola nel bosco. Sopra di me, e non era poi cos in alto, appena sopra gli alberi, fece la sua apparizione un dirigibile. Fu una cosa davvero magica. Comparve dal nulla, scivol sopra il bosco e spar. Un dirigibile!
Sono sempre stato attratto dai dirigibili, commentai. Fin da piccolo. Era la cosa pi fantastica che potevo immaginarmi. Un mondo di dirigibili! Per me racchiudono qualcosa. Ma non so di cosa si tratti, merda. Secondo te?
Se ti ho capito bene, eri attratto da sommozzatori, velieri, viaggi spaziali e dirigibili quando eri piccolo? Una volta mi dicesti qualcosa del genere, che disegnavi palombari e astronauti e velieri? Solo queste cose?
S, pi o meno".
Be, cosa si potrebbe dire al riguardo? Un anelito selvaggio, il desiderio di andarsene? I palombari scendono fino a dove  possibile in fondo al mare. Gli astronauti si spingono fino a dove  possibile nelluniverso. I velieri appartengono alle profondit della storia. E i dirigibili sono il mondo che non si  realizzato".
 vero. Ma non era qualcosa di cos grande e dominante, era pi periferico, se capisci cosa voglio dire. Quando si  piccoli, si viene colmati dal mondo esterno,  di questo che si tratta.  impossibile difendersi. E non  neppure necessario. Per lo meno, non sempre".
E adesso? mi chiese.
E adesso, cosa?
Adesso provi questo desiderio di scappare?
Sei matta! Questa deve essere la prima estate da quando avevo sedici anni in cui non ho voglia di fuggire".
Ci alzammo prima di avviarci verso il ponte che portava a Djurgrden.
Sapevi che non era possibile guidare i primi dirigibili e che per risolvere il problema cercarono di addestrare dei rapaci, probabilmente falchi, ma forse anche aquile, affinch volassero tenendo con il becco delle lunghe funi?
No, risposi. Lunica cosa che so  che ti amo".
Anche in queste nuove giornate, che in modo completamente diverso dalle precedenti erano scandite dalla routine, albergava una forte sensazione di libert. Ci alzavamo presto, Linda si recava a scuola in bicicletta, io scrivevo tutto il giorno, se non andavo al Filmhuset per pranzare con lei, e poi ci incontravamo di nuovo la sera presto e stavamo insieme fino a quando andavamo a dormire. Nei fine settimana cenavamo fuori e ci ubriacavamo fino a notte fonda nel bar del Folkoperan, che era il nostro punto di ritrovo per eccellenza, o al Guldapan, un altro dei nostri posti preferiti, al Folkehemmet, o in quel grande bar a Odenplan.
Tutto era come prima, ma al contempo non lo era, perch in modo impercettibile, tanto impercettibile che era quasi come se non stesse accadendo, qualcosa nelle nostre vite era diventato pi opaco. Quellardore che ci spingeva luna verso laltro e verso il mondo non era pi cos forte. Potevano sorgere piccoli dissapori, un sabato mi svegliai e pensai a come sarebbe stato bello potermene stare un po per conto mio, andare in qualche negozio di antiquariato dove vendevano libri, sedermi in un caff a leggere i giornali... Ci alzammo, andammo alla caffetteria pi vicina, ordinammo la colazione e cio porridge, yogurt, pane tostato, uova, succo darancia e caff, io mi misi a leggere i giornali, Linda fissava il tavolo o si guardava in giro e alla fine disse, devi proprio leggere, non possiamo parlare invece? S, certo, le risposi mentre chiudevo il giornale e ci mettemmo a conversare, nessun problema, quella piccola macchia nera sul cuore era appena percepibile, quel piccolo desiderio di restare da solo e leggere in pace, senza che nessuno pretendesse niente da me, svan rapidamente. Ma poi si arriv al punto in cui non scivol pi via, anzi si commut in stati danimo e in azioni che ne rappresentavano la diretta conseguenza. Se davvero mi ami, non devi pretendere niente da me, pensavo, ma non lo dicevo, volevo che lo capisse da sola.
Una sera telefon Yngve, si chiedeva se avevo voglia di andare a Londra con lui e Asbjrn, risposi, s, certo, perfetto. Quando riattaccai, Linda mi stava guardando dallaltra estremit della stanza.
Chi era? domand.
Era Yngve. Vuole che vada con lui a Londra".
Non avrai mica accettato?
S. Non avrei dovuto?
Ma siamo noi due che dobbiamo viaggiare insieme. Non puoi fare un viaggio con lui prima di averlo fatto con me!
Di cosa stai parlando? Cosa centri tu?
Abbass lo sguardo sul libro che stava leggendo. I suoi occhi erano neri. Non volevo che fosse arrabbiata. Lasciare la situazione in sospeso era per me impossibile, andava chiarita.
 una vita che non vedo Yngve. Dovresti tenere presente che io qui non conosco nessuno, a parte i tuoi amici. I miei abitano in Norvegia".
Yngve  appena stato qui".
Dai, su".
E allora vacci".
Okay, risposi.
Pi tardi, quando eravamo andati a dormire, mi chiese scusa per essere stata cos poco generosa. Non fa niente, dissi. Non era una questione importante.
Non siamo mai stati lontani per cos tanto tempo da quando siamo insieme, spieg.
No, dissi. Forse  venuto il momento".
Cosa intendi dire?
Non possiamo vivere a cos stretto contatto per il resto della vita".
A me sembra che stiamo bene".
Bene, s, certo che stiamo bene, precisai. Ma hai capito a cosa mi riferisco".
Certo che lho capito, replic. Per non sono sicura di essere daccordo".
Da Londra le telefonavo due volte al giorno e spesi quasi tutti i soldi che avevo per comprarle un regalo, avrebbe compiuto trentanni qualche settimana pi tardi, ma al contempo mi resi anche conto, probabilmente perch per la prima volta osservavo da una certa distanza, seppur minima, la vita che conducevo a Stoccolma, che quando sarei tornato a casa avrei dovuto darmi una mossa, mettermi a lavorare sodo, perch non solo tutta quella lunga estate era svanita in felicit, prodigalit e sperperi interiori ed esteriori, ma era trascorso anche settembre senza che io fossi riuscito a combinare qualcosa. Erano passati quattro anni dal mio debutto e non cera traccia di un secondo libro, a parte le ottocento pagine con diversi incipit che avevo messo insieme. Avevo scritto il mio primo romanzo di notte, alzandomi alle otto di sera e scrivendo fino al mattino dopo e la libert insita in questo, nello spazio che mi apriva la notte, era forse ci di cui avevo bisogno per entrare in qualcosa di nuovo. Ci ero andato vicino nelle ultime settimane a Bergen e nelle prime passate a Stoccolma, con quella storia che mi aveva illuminato, di un padre che era andato a pescare granchi una notte destate con i suoi due figli maschi, di cui uno ero palesemente io, che trovavo un gabbiano morto e lo facevo vedere a pap, lui diceva che un tempo i gabbiani erano stati angeli e ce ne andavamo da l in barca con un secchio di granchi vivi e brulicanti sul pavimento. Geir Gulliksen mi aveva detto ecco il tuo incipit e aveva ragione, ma non sapevo dove mi avrebbe portato, ed era questo con cui avevo lottato negli ultimi mesi. Avevo scritto di una donna che si trovava nel reparto di ostetricia negli anni quaranta, il neonato che aveva partorito era il padre di Henrik Vankel, e la casa che la aspettava al suo ritorno con il figlio era in origine una vecchia catapecchia, piena di bottiglie, che era stata demolita per costruire unabitazione nuova. Ma non era autentico, tutto suonava falso, ero fuori strada. E quindi cercai di dirigere quella traccia verso un altro punto, nella stessa casa, dove la notte giacciono due fratelli, il loro padre  morto, da sdraiato uno di loro osserva laltro che dorme. Suonava altrettanto falso e la mia disperazione aument, sarei mai riuscito a scrivere un altro romanzo?
Il primo luned dopo che ero tornato da Londra dissi a Linda che la sera seguente non ci saremmo potuti vedere, dovevo lavorare per tutta la notte. Nessun problema. Verso le nove mi mand un sms, risposi, me ne mand un secondo, era fuori con Cora, stavano bevendo una birra in un posto nelle vicinanze, le augurai buon divertimento e le scrissi anche che la amavo, ci scambiammo un altro paio di messaggi, e poi non sentii pi nulla e pensai che fosse andata a casa sua. Ma non era cos, verso mezzanotte buss alla mia porta.
Sei venuta qui? esclamai. Non ti avevo detto che dovevo scrivere?
S, ma i tuoi sms erano cos caldi e affettuosi. Ho pensato che volessi che ti raggiungessi qui".
Devo lavorare. Sul serio".
Capisco, rispose, si era gi tolta la giacca e le scarpe. Ma non posso dormire qui mentre lavori?
Lo sai che non ce la faccio. Non riesco a scrivere neppure con un gatto nella stanza".
Non hai mai provato con me. Magari ho uninfluenza positiva!
Bench fossi furioso, non riuscii a dirle di no. Non ne avevo il diritto perch sarebbe stato come dire che quel penoso manoscritto che stavo scrivendo era pi importante di lei. In quel momento lo era, ma non potevo certo dirglielo.
Okay, dissi.
Bevemmo del t e fumammo davanti alla finestra aperta, poi lei si spogli e and a letto. Il locale era piccolo, la scrivania si trovava a non pi di un metro di distanza, era impossibile concentrarsi mentre lei era nella stanza e il fatto che fosse venuta bench sapesse che non volevo mi colm di una sensazione di soffocamento. Per non volevo neanche mettermi a letto, non volevo lasciare che lavesse vinta lei, perci dopo una mezzora mi alzai e le dissi che uscivo, era una forma di protesta, era il mio modo di comunicarle che non tolleravo quella situazione, cos mi misi a passeggiare per le vie di Sder avvolte nella nebbia, mi comprai un hot dog a una stazione di servizio, mi sedetti nel parco sotto casa e fumai velocemente cinque sigarette una dietro laltra mentre osservavo il luccicare di quella citt che si stendeva ai miei piedi chiedendomi cosa cazzo stesse succedendo. Come cazzo ero finito l?
La notte successiva lavorai fino al mattino, dormii tutto il giorno, andai da lei per un paio dore, tornai a casa e scrissi per tutta la notte, dormii e fui svegliato da Linda nel pomeriggio, voleva parlarmi. Andammo a fare due passi.
Non vuoi pi stare con me? esord.
Certo che voglio, risposi.
Ma non siamo insieme. Non ci vediamo".
S, ma devo lavorare. Questo lo capisci, vero?
No, non capisco che tu debba per forza lavorare di notte. Ti amo e voglio stare con te".
Ma io devo lavorare, ripetei.
Okay, replic. Se continui cos, allora abbiamo chiuso".
Non stai parlando sul serio".
Mi guard.
Altroch, cazzo. Mettimi alla prova".
Non puoi comandare su di me in questo modo, dissi.
Non sto comandando su di te.  una richiesta ragionevole. Stiamo insieme e quindi non voglio ritrovarmi sempre sola".
Sempre?
S. Ti lascio se non la smetti".
Sospirai.
Non  poi cos importante, dissi. Lo far".
Bene, comment.
Il giorno seguente lo accennai per telefono a Geir, esclam, cazzo, ma ti ha dato di volta il cervello? Sei uno scrittore, porca puttana! Non puoi permettere a nessuno che ti dica cosa devi fare! No, replicai, ma non  questo il punto.  quello che mi costa. Cosa ti costa? domand. La relazione, risposi. Non capisco, insistette. Su questo devi essere duro. Puoi accettare compromessi su tutto il resto, ma non su questo. Ma sono molle, lo sai. Lungo e molle, disse ridendo. Daltro canto la vita  tua.
Pass settembre, le foglie sugli alberi divennero gialle, poi rosse, caddero. Lazzurro del cielo si fece pi intenso, il sole si abbass, laria era tersa e fredda. A met ottobre Linda riun tutti i suoi amici in un ristorante italiano a Sder, compiva trentanni ed era carica di una luce interiore che rendeva lei radiosa e me orgoglioso: ero io quello che stava insieme a lei. Orgoglioso e grato, erano quelli i sentimenti che provavo. La citt scintillava intorno a noi mentre tornavamo a casa, lei con la giacca bianca che le avevo regalato quella mattina, e il fatto di camminare cos, mano nella mano con lei, in quella bella citt per me ancora sconosciuta, mi pervadeva di scosse continue di felicit. Eravamo ancora pieni di entusiasmo e vigore, perch le nostre vite avevano subto una svolta, non lieve come durante una folata di vento passeggera, ma in modo radicale. Progettavamo di avere un figlio. Che ci potesse aspettare altro se non la felicit, non lo sospettavamo neppure. Per lo meno non io. A simili questioni, che non hanno a che fare con la filosofia, la letteratura, larte o la politica, ma che riguardano unicamente la vita, cos come viene vissuta, dentro di me e intorno a me, non penso mai. Io sento, e i miei sentimenti determinano le mie azioni. Lo stesso valeva per Linda, in misura forse ancora maggiore.
In quel periodo ricevetti la proposta di insegnare alla scuola per scrittori di B, non capitava mai, ma Thure Erik Lund avrebbe tenuto un corso di due settimane e gli era stato chiesto di scegliere lo scrittore con cui insegnare. Per Linda due settimane erano lunghe, non voleva che mi allontanassi da lei per cos tanto tempo e io pensai, certo che sono lunghe, ovvio che lei non pu restare tutto il tempo qui a Stoccolma mentre io lavoro in Norvegia. Ma al contempo lo volevo. Con il libro non andavo avanti, avevo bisogno di fare altro, Thure Erik era uno degli scrittori che stimavo di pi. Lo accennai a mia madre per telefono una sera, mi rispose che in fondo non avevamo figli, perch mai Linda non poteva restare da sola per qualche settimana? Si tratta del tuo lavoro, aggiunse. Aveva ragione. Bastava un piccolo passetto di lato e voil. Ma quel passo non lo compivo quasi mai, Linda e io vivevamo gomito a gomito, in pi di unaccezione: lappartamento di Linda a Zinkensdamm era buio e stretto, tutto quello che avevamo era una stanza e mezzo ed era come se l dentro la vita ci risucchiasse lentamente. Ci che prima era apertura aveva cominciato a chiudersi, le nostre vite erano diventate una sola da cos tanto tempo che avevano iniziato a irrigidirsi e a stridere luna contro laltra. Ci furono dei piccoli episodi, insignificanti di per s, ma nellinsieme formavano un quadro, il nuovo sistema che si stava instaurando.
Una sera tardi uscii con lei per unesercitazione che doveva fare alla stazione di servizio di Slussen, allimprovviso si gir e cominci a inveire contro di me per una bazzecola, mi disse di andare affanculo, le chiesi cosa stesse facendo, non rispose, era gi dieci metri davanti a me. La seguii.
Un pomeriggio eravamo a Saluhallen in Htorget per fare la spesa per una cena che avremmo tenuto a casa nostra con due suoi amici, Gilda e Kettil, io proposi di servire delle frittelle. Lei mi guard con aria di scherno. Le frittelle sono per i bambini, disse. Non  una festa per mocciosi. Okay, dissi, allora chiamiamole crpes. Ti suona meglio? Lei si volt dallaltra parte.
Nei fine settimana passeggiavamo per quella bellissima citt, tutto andava bene, poi di colpo non era pi cos, unoscurit si apriva dentro di lei e non sapevo cosa fare. Per la prima volta da quando ero arrivato a Stoccolma, ricomparve la sensazione di essere da solo in tutto.
Quellautunno lei sprofond in un baratro. E mi tendeva le braccia. Io non capivo cosa le stesse succedendo. Ma la situazione si fece talmente claustrofobica che le voltai le spalle, cercavo di mantenere una distanza, che lei tentava di abbattere.
Andai a Venezia, mi misi a scrivere in un appartamento che leditore mi aveva messo a disposizione, Linda mi avrebbe raggiunto e sarebbe rimasta una settimana scarsa, poi io avrei continuato a scrivere per qualche giorno prima di ripartire. Era cos nera, cos pesante, non faceva altro che ripetere che non lamavo, che non lamavo per davvero, che non la volevo, che non la volevo per davvero, che non funzionava, che non avrebbe mai funzionato, io non lo volevo per davvero, che non volevo lei.
Ma io ti voglio! le dissi mentre camminavamo per Murano nel freddo autunnale, con gli occhi nascosti dietro gli occhiali da sole. Al contempo succedeva che ogni volta che lei sosteneva che io in realt non lamavo, che io in realt non volevo stare con lei, che volevo stare sempre da solo, per conto mio, tutto questo diventava sempre un po pi vero.
Da dove veniva la sua disperazione?
Ero io che la portavo con me?
Ero freddo?
Pensavo solo a me stesso?
Non sapevo pi come sarebbe andata quando la giornata di lavoro era finita e tornavo a casa da lei. Sarebbe stata contenta, sarebbe stata una bella serata? Si sarebbe arrabbiata per qualcosa, per esempio per il fatto che non facevamo pi lamore tutte le sere e quindi non lamavo pi come prima? Saremmo rimasti seduti sul letto a guardare la tv? Avremmo fatto una passeggiata a Langholmen? E una volta l, sarei stato quasi fagocitato dalle sue pretese di avere tutto me stesso, cos che la tenevo a distanza e il pensiero che quella situazione doveva finire, che non funzionava, mi ronzava in testa, cosa che rendeva impossibile qualsiasi conversazione o avvicinamento, cosa che lei ovviamente notava e interpretava come una conferma della sua idea fissa, che non la volevo?
Oppure molto pi semplicemente saremmo stati bene insieme?
Mi chiudevo sempre di pi, e pi mi chiudevo pi lei ci dava dentro. Pi lei martellava, pi io diventavo attento e sensibile ai suoi sbalzi dumore. Come un meteorologo dellanimo la tenevo sotto controllo, non tanto a livello di consapevolezza razionale, ma piuttosto con i sentimenti, che si adeguavano con precisione quasi agghiacciante alle sue diverse lune. Se era arrabbiata, tutto ci che albergava dentro di me era quella presenza. Era come se nella stanza ci fosse un maledetto cane di grossa taglia che, digrignando i denti, tentava di mordere, e a cui dovevo badare. A volte, quando parlavamo, ero in grado di percepire la sua forza, la profondit delle sue esperienze, e capitava che mi sentissi inferiore a lei. A volte quando mi si avvicinava e io la prendevo, o quando eravamo semplicemente sdraiati accanto e la stringevo, oppure quando parlavamo e lei era tutta insicurezza e inquietudine, mi sentivo tanto pi forte che tutto il resto non contava pi. Quegli sbalzi continui, dove non cera niente di fisso e potevano dare adito in qualsiasi momento a esplosioni emotive di ogni genere, con quelle riconciliazioni e quegli appianamenti che seguivano sempre, avvenivano in continuazione, senza pause, e la sensazione di essere da solo anche insieme a lei si acu.
Nel breve tempo intercorso da quando ci conoscevamo, non avevamo mai lasciato le cose a met, neppure adesso.
Una sera in cui avevamo litigato e poi avevamo fatto pace, cominciammo a parlare del bambino. Avevamo deciso di averlo mentre Linda frequentava il DI, avrebbe potuto saltare un semestre e poi sarei subentrato io mentre lei finiva gli studi. Affinch fosse possibile, doveva smettere di prendere le medicine, aveva cominciato a prepararsi per poterlo fare: i dottori erano riluttanti, la terapeuta la appoggiava, ma tutto sommato la decisione finale spettava a lei.
Praticamente ne parlavamo ogni giorno.
Adesso dissi che forse avremmo dovuto rimandare.
Fatta eccezione per la luce della televisione, accesa senza audio in un angolo, lappartamento era completamente al buio. Fuori dalle finestre loscurit dellautunno pareva un oceano.
Forse dovremmo rimandare un po, commentai.
Cosa stai dicendo? esclam Linda fissandomi.
Possiamo aspettare, vedere un attimo. Potresti finire gli studi..".
Si alz e con tutte le sue forze mi colp in viso con la mano tesa.
Mai! grid.
Ma cosa fai? Sei impazzita? Mi prendi a schiaffi?
La guancia mi bruciava, mi aveva colpito con estrema violenza.
Adesso me ne vado, dissi. E non torner mai pi. Scordatelo".
Mi voltai e mi diressi in corridoio, presi il cappotto dallappendiabiti.
Lei piangeva dietro di me, singhiozzava disperata.
Non andartene, Karl Ove. Non andartene da me adesso".
Mi girai.
Credi di poter fare come ti pare?  questo quello che credi?
Perdonami, disse. Ma resta. Solo per stanotte".
Rimasi immobile nel buio davanti alla porta guardandola esitante.
Okay, risposi. Per stanotte resto. Ma poi me ne vado".
Grazie".
La mattina dopo mi svegliai verso le sette e lasciai la casa senza fare colazione, per tornare al vecchio appartamento, che avevo ancora. Mi portai una tazza di caff sulla terrazza che cera sul tetto, mi sedetti l a fumare e a guardare la citt pensando a cosa avrei fatto.
Con lei non potevo stare. Non funzionava.
Chiamai Geir con il cellulare, se veniva con me a fare un giro a Djurgrden, era una cosa piuttosto importante, avevo bisogno di parlare con qualcuno. Certo che poteva, ma prima doveva finire di sbrigare alcune cose, potevamo incontrarci al ponte vicino al Nordiska Museet e poi proseguire fino in fondo, dove cera un ristorante in cui potevamo pranzare. E fu cos, passeggiammo sotto il cielo grigio come il cemento, tra gli alberi spogli, lungo un sentiero screziato di foglie gialle, rosse e marroni. Non gli dissi niente di quello che era successo, era troppo umiliante, che mi aveva schiaffeggiato, non potevo certo raccontarlo a nessuno, che figura ci facevo? Dissi semplicemente che avevamo litigato e che non sapevo pi cosa fare. Lui disse che dovevo dare ascolto ai sentimenti. Gli risposi che non sapevo cosa provavo. Lui insistette, certo che lo sai.
Ma non lo sapevo. Dentro di me albergavano due tipologie di sentimenti. Una diceva, devi andartene, vuole troppo da te, perderai tutta la tua libert, dedicherai a lei tutto il tuo tempo, e che ne sar di tutto ci che reputi importante, la tua indipendenza e lo scrivere? Laltra diceva, tu la ami, lei ti d quello che nessun altro  in grado di darti, e sa chi sei. Sa esattamente chi sei. Entrambe le posizioni erano egualmente giuste, ma erano inconciliabili, luna escludeva laltra e viceversa.
Quel giorno prevaleva il pensiero di andarmene.
Mentre io e Geir eravamo sulla metropolitana diretti a Vstertorp, lei mi chiam. Mi chiese se volevo andare a cena da lei quella sera, aveva comprato dei granchi, il mio piatto preferito. Accettai, tanto dovevamo parlare.
Suonai bench avessi la chiave, apr e mi guard con un cauto sorriso.
Ciao, disse.
Indossava la camicetta bianca che mi piaceva tanto.
Ciao, risposi.
Protese una mano, come se avesse pensato di abbracciarmi, ma poi si ferm e fece un passo indietro.
Dai, entra, disse.
Grazie, risposi. Appesi la giacca allattaccapanni, il corpo leggermente girato rispetto a lei. Quando mi voltai, si allung verso lalto e ci scambiammo un abbraccio.
Hai fame? chiese.
S, abbastanza".
Allora mangiamo subito".
La seguii fino al tavolo, era sotto la finestra, allaltra estremit della stanza rispetto al letto. Laveva apparecchiato con una tovaglia bianca e tra i due piatti e i due bicchieri cera, oltre a due bottiglie di birra, un candelabro con tre candele che ardevano con le fiammelle esili che tremolavano per via degli spifferi. Cerano anche un piatto da portata pieno di granchi, un cestino con le baguette, burro, limone e maionese.
Non sono molto brava con i granchi, ho scoperto, disse. Non avevo idea di come si aprissero. Ma ho pensato che forse tu lo sapevi".
Insomma".
Spezzai le chele, aprii il guscio ed estrassi la sacca dello stomaco mentre lei apriva le bottiglie.
Cosa hai fatto di bello oggi? dissi porgendole uno dei gusci che era quasi pieno di polpa.
Il solo pensiero di andare a scuola mi faceva star male, cos ho telefonato a Mikaela e ho pranzato con lei".
Le hai detto cos successo?
Annu.
Che mi hai dato uno schiaffo?
S".
E lei cosa ha detto?
Non molto. Ascoltava".
Mi guard.
Puoi perdonarmi?
Certo.  solo che non capisco perch tu lo abbia fatto. Non capisco come tu possa perdere in quel modo il controllo su te stessa. Perch do per scontato che non volevi farlo. Intendo dire, ripensandoci dopo a mente fredda".
Karl Ove".
S?
Mi dispiace. Sono davvero mortificata. Ma quello che mi hai detto mi ha colpito duramente. Prima dincontrarti non osavo neppure pensare di poter avere un figlio. Non osavo. Neppure dopo essermi innamorata di te, lo facevo. E invece sei stato tu a dirlo, ti ricordi? Proprio la prima mattina. Voglio avere un figlio da te. Ed ero cos felice. Ero fuori di me dalla gioia. Solo per il fatto che esistesse una possibilit. Sei stato tu a offrirmi quella possibilit. E poi... ieri... s,  stato come se tu la stessi tirando indietro. Hai detto che forse dovevamo rimandare. Quelle parole mi hanno colpito in modo cos violento, con una forza cos distruttiva e allora... s... ho perso il controllo".
Aveva gli occhi lucidi mentre reggeva il guscio sopra il pane e cercava di staccare con il coltello la polpa attaccata ai bordi.
Riesci a capirlo? mi domand.
Annuii.
 chiaro. Ma non puoi fare quello che ti passa per la testa, indipendentemente dalla forza che hanno i tuoi sentimenti. Non  possibile. Cazzo. Io non posso vivere in questo modo. Questa sensazione, che ti giri verso di me e ti accanisci su di me. Non funziona, non posso convivere con una cosa simile. Siamo noi due, no? E allora non possiamo essere nemici, non ce la faccio, non lo sopporto. Cos non va, Linda".
No, disse. Mi dar una regolata. Te lo prometto".
Per un po mangiammo in silenzio. Nel momento in cui uno di noi due avesse portato la conversazione su qualcosa di pi normale e quotidiano, anche quello che era successo sarebbe passato.
Io volevo e non volevo.
La polpa di granchio sulla fetta di pane era allo stesso tempo lucente e rugosa, di un marrone rossiccio come quello delle foglie sui campi, e quel sapore salato, quasi asprigno, di mare, stemperato dal dolce della maionese, a sua volta acuito dal succo di limone, per qualche secondo rap tutti i miei sensi.
Buono? mi domand sorridendo.
S, buonissimo, risposi.
Quello che le avevo detto quella volta, la prima mattina che ci eravamo svegliati insieme, non era stato soltanto qualcosa che avevo pronunciato e basta, era stato qualcosa che sentivo con tutto me stesso. Volevo dei figli da lei. Non lo avevo mai provato prima. E il fatto di essere pervaso da quella sensazione mi assicurava che fosse giusto, che quella fosse la cosa giusta.
Ma a quale prezzo?
Mia madre venne a Stoccolma, la presentai a Linda in un ristorante, sembrava che tutto andasse bene, Linda era radiosa, al contempo agiva con fare timido ed estroverso, mentre io tenevo costantemente sotto controllo la mamma e le sue reazioni. Avrebbe abitato nel mio appartamento, le augurai la buonanotte sul portone, lei entr e io mi diressi quasi di corsa verso quello di Linda, che si trovava a dieci minuti da l. Il giorno dopo, quando andai a prenderla per fare colazione al bar, la mamma mi disse che non era riuscita ad accendere la luce del pianerottolo e quindi aveva dovuto aspettare quasi unora prima di riuscire a entrare.
La luce si  spenta mentre ero a met scala, disse. Si  spenta da sola. Non vedevo niente neanche a un metro di distanza davanti a me".
Sono gli svedesi che risparmiano sulla corrente, spiegai. Non lasciano mai una stanza senza spegnere la luce. E in tutte quelle comuni ci sono dei congegni che spengono le luci in automatico. Ma perch non lhai riaccesa, se posso chiedere?
Era troppo buio per vedere linterruttore".
Ma gli interruttori sono illuminati".
Erano quelli che facevano luce! esclam. Credevo che fosse lallarme antincendio o qualcosa del genere".
Laccendino?
S, alla fine ci ho pensato anchio. Ero cos disperata che sono scesa a tentoni per fumarmi una sigaretta e allimprovviso mi  venuto in mente. Allora sono tornata su, ho illuminato la serratura con quello e sono riuscita a entrare".
 proprio da te, dissi.
Forse, rispose. Ma si tratta di un altro paese, ecco. Le piccole cose sono diverse".
Allora, cosa ne pensi di Linda?
 davvero una splendida ragazza, comment.
S, vero?
Non era poi cos scontato che lo avrebbe detto. S, non dubitavo che Linda le sarebbe potuta piacere, era pi che altro il fatto che uscivo da una relazione piuttosto lunga. Ero stato persino sposato. Tonje era stata parte della famiglia, ecco. A Yngve spiaceva che lei non ci fosse pi, e forse anche alla mamma. Alla fine dellestate, dopo che avevamo diviso le cose che possedevamo, in modo per niente traumatico, io e Tonje eravamo stati gentili luno con laltra, e lunica volta che ero stato colto da una sensazione simile al dolore fu quando mi trovavo in cantina per prendere qualcosa e allimprovviso mi ero messo a singhiozzare  avevamo avuto una vita insieme, ora era finita. Dopo alcuni giorni passati l, trascorsi senza contrasti, ero andato dalla mamma nello Jlster per affidarle il nostro gatto. Era stato allora che le avevo raccontato di Linda. Era chiaro che la cosa non le piacesse, ma non aveva commentato niente. Mezzora dopo se ne era uscita con un commento per cui lavevo scrutata con aria perplessa. Non era da lei dire certe cose. Aveva affermato che io non ero in grado di vedere gli altri, che ero completamente cieco e che vedevo sempre e soltanto me stesso dappertutto. Tuo padre, aveva aggiunto, guardava dentro le persone. Vedeva subito chi erano. Questo tu non lhai mai fatto. No, avevo risposto,  possibile. Aveva sicuramente ragione, ma non era cos importante, quello che contava davvero era in parte che lei avesse collocato pap, quelluomo terribile, al di sopra di me, e in parte che lo avesse fatto perch era arrabbiata con me. Ed era una novit, la mamma non era mai arrabbiata con me.
In quel momento io e Linda eravamo ancora in un periodo luminoso, e sicuramente lei doveva averlo notato: che brillavo di innamoramento e gioia per la vita.
A Stoccolma poco pi di sei mesi dopo era tutto cambiato. Il mio animo era tormentato, quella relazione era cos claustrofobica e cupa che volevo abbandonarla, ma non ne ero capace, ero troppo debole, pensavo a lei, mi faceva pena, senza di me sarebbe andata a picco, ero troppo debole, lamavo.
Poi fu la volta dei pranzi al Filmhuset, dove parlavamo di tutto, infervorati e gesticolanti, o a casa o nei caff, cera cos tanto da dire, cos tanto da affrontare, non solo la mia vita e la sua, comera stata, ma anche la nostra, cos comera adesso, con tutte le persone che la popolavano. Prima ero sempre stato immerso dentro me stesso, osservavo gli altri da l, come dal profondo di un giardino. Linda mi trascin fuori, fino al confine di me stesso, dove tutto era vicino e tutto sembrava pi forte. Poi erano venuti i film alla Cinemateket, le notti fuori in citt, i fine settimana dalla madre a Gnesta, la tranquillit di quei boschi, dove a volte lei pareva una bambina e metteva a nudo la sua fragilit. Poi il viaggio a Venezia, lei urlava che non lamavo, lo urlava, lo gridava in continuazione. La sera bevevamo fino a ubriacarci e facevamo lamore con una furia selvaggia nuova e sconosciuta, ma che metteva anche paura, non al momento, ma il giorno dopo, quando ci ripensavo, era come se ci volessimo fare del male a vicenda. Quando se ne era ripartita, avevo avuto a malapena la forza e la voglia di uscire di casa, cercavo di scrivere nella mansarda dellappartamento, a fatica riuscivo a trascinarmi per le poche centinaia di metri che mi separavano dal negozio di alimentari e a tornare indietro. I muri erano freddi, i vicoli vuoti, i canali pieni di gondole simili a bare. Quello che vedevo era morto, quello che scrivevo privo di valore.
Un giorno, mentre me ne stavo l, solo in quel freddo appartamento italiano, ripensai a quello che aveva detto Stig Sterbakken la sera in cui mi ero messo insieme a Linda. Che nel suo prossimo romanzo voleva cercare di scrivere in un modo pi simile al mio.
Di colpo mi sentii bruciare dalla vergogna.
Era stato ironico, e io non lo avevo capito.
Avevo pensato che lo avesse DETTO SUL SERIO.
Oh, quanto bisognava essere presuntuosi per credere a una cosa simile? Fino a che punto era possibile essere un idiota del cazzo? Non cerano limiti?
Mi alzai velocemente in piedi, scesi rapido le scale, mi vestii e vagabondai per unora per le calli e tra i canali, cercando di lasciare che la bellezza di quellacqua sporca, di un colore verde cupo, i muri antichi, lo splendore di quel mondo sghembo e decadente arginassero lenorme amarezza e indignazione che provavo verso me stesso e che tornavano a inondarmi ogni volta, ora che avevo compreso lironia di Sterbakken.
In una grande piazza, in cui si sbucava senza preavviso, mi sedetti e ordinai un caff, mi accesi una sigaretta e alla fine pensai che forse non era poi cos terribile.
Portai alle labbra la tazzina con il pollice e lindice che parevano quasi mostruosamente grandi al confronto, mi abbandonai sulla sedia e alzai gli occhi al cielo. In quel dedalo di viuzze e canali non ci facevo mai caso, era quasi come vagare nel sottosuolo. Quando quei vicoli stretti si schiudevano sulle piazze e, tutto a un tratto, il cielo si stagliava sopra i tetti delle case e le guglie delle chiese, era sempre una sorpresa. Era cos, s: il cielo esiste! Il sole esiste! Allora era come se anchio mi aprissi di pi, diventassi pi luminoso, pi leggero.
Per quanto ne sapevo, Sterbakken poteva aver pensato che ANCHE la mia risposta entusiasta fosse ironica.
Ad autunno inoltrato la temperatura scese di colpo, tutti i laghi e i canali di Stoccolma gelarono, una domenica andammo da Sder a Gamla Stan camminando sul ghiaccio, io arrancavo come il gobbo di Notre-Dame, lei rideva e mi fotografava, io fotografavo lei, tutto era nitido e chiaro, anche i miei sentimenti per lei. Sviluppammo le immagini e le guardammo seduti a un caff, prima di correre a casa a fare lamore, affittammo due film, comprammo una pizza, restammo a letto tutta la sera. Fu uno dei giorni che ricorder sempre, forse perch erano proprio lordinario e il triviale a essere rivestiti di una patina dorata.
Arriv linverno, e con esso la neve che volteggiava nellaria sopra la citt. Strade bianche, tetti bianchi, tutti i suoni attutiti. Una sera, mentre eravamo fuori e camminavamo a casaccio in tutto quel bianco e, forse per una vecchia abitudine, ci avvicinammo alla montagnola su cui saliva Bastugatan, mi chiese dove avevo pensato di festeggiare il Natale. Dissi a casa, da mia madre nello Jlster. Anche lei. Dissi che non si poteva, che era troppo presto. Perch era troppo presto? Lo capisci da sola. No, non lo capisco. No, certo.
Ne scatur una lite. Furiosi ci sedemmo al Bishops Arms, ciascuno con la sua birra, senza dire una parola. Per rimediare le feci come regalo di Natale un viaggio a sorpresa: quando tornai, il 27 dicembre, ci recammo ad Arlanda, non sapeva dove saremmo andati prima che le porgessi il biglietto per Parigi. Ci saremmo rimasti una settimana. Ma Linda fu presa dallansia, le metropoli la distruggevano, si arrabbiava per un nonnulla ed era sempre intrattabile. Quando andammo a cena fuori la prima sera e io mi sentivo in imbarazzo davanti al cameriere perch non sapevo bene come comportarmi nei posti pi eleganti, lei mi guard piena di disprezzo. Oh, non cera speranza. In cosa ero andato a impelagarmi? In cosa si stava trasformando la mia vita? Volevo andare nei negozi a fare acquisti, ma mi resi conto che non era possibile, non le piaceva gi da prima e adesso lo odiava, e dal momento che per lei stare da sola era la cosa peggiore che potesse capitarle, lasciai perdere. Le giornate potevano cominciare bene, come quando andammo alla Tour Eiffel, la costruzione dallaura pi fortemente ottocentesca che abbia mai visto, e poi piombavano in qualcosa di nero e irragionevole, oppure iniziavano male e finivano bene, come quando andammo a fare visita a unamica di Linda che abitava a Parigi, proprio accanto al cimitero dove era sepolto Marcel Proust, che visitammo subito dopo. E persino la sera di Capodanno, quando capitammo in un ristorante grazioso e intimo, su suggerimento di un mio amico francofilo di Bergen, Johs, e ci riservarono ogni attenzione possibile, eravamo presi dallardore dei vecchi tempi, cio sei mesi prima, fino a quando, entrati ormai da unora nel nuovo anno, non ci incamminammo mano nella mano verso lhotel lungo la Senna. E qualunque cosa fosse ci che laveva prostrata a quel modo a Parigi spar nellattimo stesso in cui mettemmo piede allaeroporto per tornarcene a casa.
La proprietaria dellappartamento che avevo preso in affitto decise di venderlo, cos uno dei primi giorni di gennaio trasferii tutte le mie cose, o per meglio dire tutti i miei libri, in un magazzino fuori citt, pulii, le riconsegnai le chiavi e Linda si inform tra i suoi amici chiedendo loro se erano a conoscenza di un ufficio da qualche parte, e s, Cora sapeva di una specie di collettivo di freelance, lo studio si trovava in cima a quelledificio simile a un castello che troneggiava su quella lieve altura a lato di Slussen, a soli cento metri dal mio appartamento precedente, l mi diedero una stanza e cominciai a lavorarvi durante il giorno. Era un nuovo inizio, unii le ultime cento pagine al gi lungo file che conteneva i diversi incipit, e cominciai da capo. Questa volta mi concentrai su quellesile traccia che riguardava gli angeli. Comprai uno di quei cataloghi darte a tema a basso prezzo, era pieno di immagini di angeli e una di queste dest il mio interesse. Raffigurava tre angeli che passeggiavano allaperto in un paesaggio italiano, vestiti secondo il costume cinquecentesco. Scrissi di un personaggio che li aveva visti camminare, un pastorello, stava accudendo delle pecore, una era scomparsa e mentre la cercava, tra alcuni alberi, vide gli angeli. Era una visione rara, ma non del tutto insolita: a memoria duomo gli angeli vivevano nei boschi e nelle zone ai margini delle attivit umane. Non riuscii a spingermi oltre. Qual era la storia?
Non aveva niente a che vedere con me, in essa non cera nulla della mia vita, conscia o inconscia, e questo voleva dire che non riuscivo a sentirmici legato e a portarla avanti. A quel punto avrei potuto anche scrivere dellUomo mascherato e della Caverna del teschio.
Dove era la storia?
Giornate di lavoro senza senso si susseguirono le une alle altre. Ma non avevo altra scelta se non continuare, non ce nera unaltra. La gente con cui condividevo quello spazio era abbastanza cordiale, ma cos piena di buonismo radicale di sinistra che ero rimasto a bocca aperta quando, dopo che durante una conversazione con uno di loro, mentre aspettavamo che il caff fosse pronto, avevo usato la parola negro ed ero stato subito corretto, scoprii che luomo che puliva lufficio per loro, la cucina per loro, i cessi per loro, era nero. Erano solidali ed egalitari e abili con il linguaggio, che stendeva una specie di rete sopra la realt, che sotto di loro continuava il suo corso ingiusto e discriminatorio. Ma non potevo dirglielo. Due volte ci furono i ladri: una mattina, quando arrivai, la polizia era sul posto e stava interrogando i presenti, erano stati rubati computer e attrezzature fotografiche. Poich non era stato forzato il portone esterno, ma solo la porta che dava nei nostri uffici, ne dedussero che era stato qualcuno che aveva le chiavi. In seguito discutemmo della faccenda. Io dissi, qui non siamo certo dentro un guscio di noce in quanto a protezione. Al piano di sotto ci sono dei drogati di cui non conosciamo lidentit.  stato sicuramente uno di loro a procurarsi la chiave. Tutti mi guardarono. Non puoi dire una cosa simile, intervenne uno di loro. Lo guardai senza capire. Si tratta di pregiudizi, comment. Non sappiamo chi sia stato. Potrebbe essere stato chiunque. Solo perch sono tossicodipendenti e hanno un passato difficile non significa per forza che si siano introdotti qui dentro! Dobbiamo dare loro una chance! Annuii e dissi che aveva ragione, in fondo non potevamo sapere niente con certezza. Ma nel mio intimo ero scosso. Avevo visto quei tipi ciondolare sulle scale prima e dopo gli incontri che tenevano, era gente capace di fare qualunque cosa per i soldi, non centravano un cazzo i pregiudizi, era di unevidenza lapalissiana, scartata a priori proprio per via del pregiudizio.
Questa era la Svezia di cui mi aveva parlato Geir. E in quel momento sentii la sua mancanza, era una storia che avrebbe apprezzato. Ma lui era a Bagdad.
A quel tempo ricevevo ancora visite dalla Norvegia, uno dopo laltro i miei conoscenti prendevano la strada per Stoccolma, li portavo in giro, conoscevano Linda, cenavamo fuori, uscivamo, ci ubriacavamo. Una sera dinverno inoltrato sarebbe dovuto arrivare Thure Erik, con il suo vecchio squalo con cui una volta aveva attraversato il Sahara, a quel che diceva, per non fare mai pi ritorno in Norvegia. Cos era stato e l aveva scritto un romanzo che per me significava molto, Zalep, mi piaceva tanto perch il pensiero in esso contenuto era cos radicale, cos diverso da tutto quello che era stato meditato nei romanzi norvegesi, perch era senza compromessi e perch la lingua utilizzata era unica, cos autenticamente propria. La cosa strana era scoprire quanto quel linguaggio facesse parte del suo carattere, o fosse in corrispondenza con esso, caratteristica di cui non mi resi conto al nostro primo incontro, che fu solo estremamente superficiale, una sera a Oslo alla Kunstnernes Hus, ma alla seconda, alla terza o alla quarta volta, e soprattutto durante le settimane in cui avevamo abitato in due bungalow in un campeggio abbandonato per linverno nella contea del Telemark, con il brusio del fiume l accanto e un cielo notturno e stellato che ci avvolgeva. Era un uomo gigantesco con mani enormi e un volto bitorzoluto, gli occhi erano vivi ed esternavano sempre e in modo palese il suo stato danimo. Poich ammiravo i romanzi che scriveva, avevo difficolt a parlare con lui, tutto quello che dicevo era cos stupido, non poteva paragonarsi a ci di cui si occupava lui, ma l, nel Telemark, dove facevamo colazione insieme, percorrevamo insieme i due chilometri che ci separavano dalla scuola, insegnavamo insieme, cenavamo insieme e la sera bevevamo insieme caff o birra, non cera modo di farla franca. Bisognava conversare. Mi raccont della stazione prima di B, che si chiamava in realt Hjukseb, ma che storpiando leggermente il nome diventava Jukseb, Finta-b, e ne rise a lungo e di cuore. Io replicai allora che la mia non era una skinnjakke, una giacca di pelle, ma giocando sul doppio senso della parola skinn era una skinn-jakke, una finta-giacca di pelle, al che lui rise ancora di pi, non ci volle altro. I suoi giri al minuto mentali e fisici erano altissimi, tutto attirava il suo interesse e si confrontava e andava a infrangersi contro qualcosa che era gi insito in lui, per poi essere elaborato ulteriormente perch tutto in lui lo induceva a sviluppare e a portare avanti nuovi pensieri, la sua sete di estremo era grande e ci faceva s che il mondo intorno a lui apparisse sempre sotto una nuova luce, una luce alla Thure Erik, che tuttavia non valeva solo per lui, perch anche lidiosincrasico in esso andava a confrontarsi e infrangersi con qualcosa presente in lui, una tradizione, le sue letture.
Non sono in tanti ad affrontare il mondo con la stessa potenza.
Verso di me era attento, mi sentivo come una specie di fratellino, uno di cui lui si prendeva cura e a cui voleva mostrare ogni genere di cose, al contempo era anche curioso di sapere cosa ricavavo da quella forma di ossequiosa devozione, come la chiamava. Una sera mi chiese se avevo voglia di leggere una cosa che aveva scritto, dissi di s, naturalmente, lui mi porse due fogli, io cominciai a leggere, era un incipit assolutamente fantastico, della dinamite esplodeva in modo apocalittico nel vecchio mondo di un villaggio, un bambino fuggiva da scuola per raggiungere il bosco, era magico, ma quando per caso alzai gli occhi e lo guardai, sedeva con la testa nascosta tra quelle mani enormi, come un fanciullo che si vergognava.
Merda, che cosa imbarazzante, disse. Porca puttana, davvero imbarazzante".
Cosa?
Era impazzito?
Quelluomo, con tutto il suo modo di essere, tanto caparbio quanto generoso, tanto flessibile quanto indomabile, sarebbe venuto a Stoccolma a fare visita a me e a Linda.
Due giorni prima eravamo stati invitati a una festa di compleanno. Mikaela faceva trentanni. Viveva in un monolocale a Sder, non lontano da Lngholmen, cera un mucchio di gente, dopo aver trovato posto in un angolo, cominciammo a parlare con una donna che era a capo di una specie di organizzazione per la pace, da quanto ebbi modo di capire, e con il marito, un ingegnere informatico che lavorava in una fabbrica di telefoni. Erano affabili, bevvi un paio di birre, mi venne voglia di qualcosa di pi forte, trovai una bottiglia di acquavite e mi misi a bere da quella. Divenni sempre pi ubriaco, si fece notte, la gente cominci ad andare a casa, noi restammo, alla fine ero cos andato da mettermi a fare delle palline di carta con i tovagliolini, le lanciavo in testa alle persone nelle vicinanze. Era rimasto soltanto lo zoccolo duro, gli amici pi cari di Linda, e quando non mi divertivo a gettare le palline addosso a loro, farfugliavo a ruota libera tutto quello che mi veniva in mente ridendo di continuo. Cercavo di dire qualcosa di carino su ognuno dei presenti, non ci riuscivo molto bene, ma almeno le mie intenzioni erano chiare. Alla fine Linda mi trascin fuori, io protestai, adesso che ci stavamo divertendo cos tanto, ma lei mi strapp via, mi infilai il cappotto al volo e di colpo eravamo gi sulla via non lontani da casa. Linda era furibonda. Io non ci capivo niente, cosa cera adesso che non andava? Ero cos ubriaco. Nessun altro lo era, non lavevo notato? Solo io. Tutti gli altri venticinque invitati erano sobri. In Svezia funzionava cos, uno degli scopi di una serata ben riuscita era che tutti lasciassero la festa nello stesso stato in cui erano arrivati. Io ero abituato a gente che beveva fino a perdere il senso della misura. Ma non eravamo al compleanno di una persona che faceva trentanni? No, le avevo fatto fare una figuraccia, non si era mai sentita cos in imbarazzo, quelli erano i suoi migliori amici e io, il suo uomo, di cui lei aveva parlato tanto bene, se ne stava l seduto a farfugliare e a scagliare palline di carta sui presenti e a offenderli, senza nessuna forma di autocontrollo.
Persi le staffe. Ero arrivato al limite della sopportazione. Oppure ero semplicemente cos ubriaco da non averne pi. Inveii contro di lei, le urlai che come persona faceva schifo, che lunica cosa che aveva in testa era impormi dei limiti, frenarmi, tenermi il pi possibile avvinghiato a s. Quella era una situazione malata, le gridai, tu sei malata. Adesso, cazzo, ti lascio. Non mi vedrai mai pi.
Ripresi in qualche modo a camminare. Lei mi rincorse.
Sei ubriaco, disse. Calmati. Ne riparliamo domani. Non puoi mica andare in giro conciato a quel modo.
E perch cazzo non potevo? replicai staccandole la mano con violenza. Eravamo arrivati a quel minuscolo lembo di parco che divideva la sua strada da quella successiva. Non voglio mai pi vederti davanti agli occhi, gridai, raggiunsi con passo veloce laltro lato della via e mi incamminai verso la stazione di Zinkensdamm. Linda si ferm davanti a casa e mi chiam a gran voce. Non mi girai. Proseguii attraverso Sder, Gamla Stan, fino alla Centralstationen, sempre arrabbiato. Il mio piano era semplice: sarei salito sul primo treno per Oslo e me ne sarei andato da quella cazzo di citt di merda e non sarei mai pi tornato. Mai pi. Mai pi. Nevicava, faceva freddo, ma lira mi manteneva bello caldo. Dentro la stazione riuscivo a malapena a distinguere le lettere del tabellone, ma dopo un attimo di concentrazione, a cui dovetti ricorrere anche per mantenere lequilibrio, vidi che cera un treno alle nove e dieci del mattino. Adesso erano le quattro.
Cosa potevo fare nel frattempo?
Trovai una panchina in fondo alla stazione e mi sdraiai per dormire. Lultima cosa che pensai prima di addormentarmi fu che al risveglio non dovevo vacillare, ma rimanere fedele alla decisione che avevo preso, mai pi Stoccolma, indipendentemente da quanto fossi sobrio.
Una guardia giurata mi scosse sulla spalla, aprii gli occhi.
Non puoi stare sdraiato qui, disse.
Sto aspettando un treno, risposi mettendomi lentamente a sedere.
Bene. Ma non puoi dormire".
Stare seduto? chiesi.
Neanche, afferm. Sei ubriaco, vero? Forse  meglio che te ne vai a casa".
Okay". Mi alzai.
Oil. Ero ancora ubriaco, s.
Erano poco pi delle otto. La stazione era piena di gente. Lunica cosa che desideravo era dormire. Con la testa pesantissima, che al contempo mi bruciava come se fosse in preda a una specie di febbre tanto che nella mente non mi rimaneva impresso niente e tutto ci che vedevo scivolava via, mi trascinai a fatica tra i corridoi della metropolitana, mi sedetti su un treno, scesi a Zinkensdamm, salii fino allappartamento, di cui non avevo la chiave, fui costretto a bussare.
Dovevo dormire. Di tutto il resto non me ne fregava un cazzo.
Dal corridoio dietro la porta a vetri arriv di corsa Linda.
Oh, sei qui, esclam abbracciandomi. Ho avuto tanta paura. Ho telefonato a tutti gli ospedali della citt. Se era stato ricoverato un norvegese alto... Dove sei stato?
Alla Stazione centrale, risposi. Volevo prendere un treno e tornare in Norvegia. Ma ora ho bisogno di dormire. Lasciami stare e non svegliarmi".
Okay, disse. Vuoi qualcosa quando ti svegli? Coca-Cola, bacon?
Cazzo me ne importa, fa lo stesso, dissi quasi catapultandomi dentro casa e, dopo essermi tolto alla meglio i vestiti, mi infilai sotto il piumone e mi addormentai subito.
Quando mi svegliai, fuori era buio. Seduta in cucina, Linda stava leggendo alla luce di una lampada che aveva la forma di un trampoliere che si reggeva sulla zampa lunga e sottile e aveva la testa leggermente reclinata.
Ciao, mi disse. Come va?
Riempii un bicchiere dacqua e lo svuotai in un sorso.
Bene, risposi. Angoscia a parte".
Mi dispiace molto per ieri, riprese appoggiando il libro sul bracciolo, si alz.
Anche a me, dissi.
 vero che volevi andartene?
Annuii.
S. Ne avevo abbastanza".
Lei mi strinse tra le braccia.
Capisco, comment.
Non si trattava soltanto di quello che  successo dopo la festa. Ci sono molte altre cose".
S".
Vieni, andiamo in soggiorno, le dissi. Riempii di nuovo il bicchiere, mi sedetti al tavolo da pranzo. Linda mi segu, accese il lampadario.
Ti ricordi la prima volta che sono stato qui? esordii. In questa stanza, intendo dire".
Annu.
Mi dicesti che credevi di cominciare a provare dellaffetto per me".
Era un understatement".
S, adesso lo so. Ma quando me lo hai detto, a essere sinceri mi ero offeso. Affetto in norvegese ha una valenza piuttosto debole, lo si usa quando ci si riferisce a un amico o a unamica, provare affetto per lui, per lei. Non sapevo che in svedese affetto equivalesse allespressione essere innamorato in norvegese. Avevo pensato che tu mi stessi dicendo che cominciavo a piacerti un po e che forse sarebbe potuto nascere qualcosa con il tempo. Lavevo interpretato in questo modo".
Lei accenn a malapena un sorriso prima di abbassare lo sguardo.
Avevo deciso di giocarmi il tutto per tutto, rispose. Portandoti qui e dicendoti che cosa provavo per te. E tu eri rimasto cos freddo. Mi avevi detto che potevamo benissimo essere amici, ti ricordi? Avevo puntato tutto e perso tutto. Ero cos disperata quando te ne eri andato".
Ma adesso siamo qui".
S".
Non puoi dirmi cosa devo fare, Linda. Non  possibile. Perch se no, me ne vado. E non mi riferisco solo al bere. Intendo dire tutto. Non puoi".
Lo so".
Ci fu una pausa.
Non avevamo delle polpettine di carne in frigo? dissi. Ho una fame bestia".
Annu.
Andai in cucina, versai le polpette in una padella, preparai lacqua per gli spaghetti, notai che Linda mi aveva seguito ed era dietro le mie spalle.
Questestate non era un problema, dissi. Mi riferisco al bere. Non avevi obiezioni al riguardo, o sbaglio?
No, conferm. Ed era fantastico. Mi fa paura il trasgredire, lo spingersi oltre i limiti, ma non allora, non insieme a te, mi sentivo al sicuro. Non avevo mai la sensazione che la cosa potesse trascendere, che io potessi cadere in uno stato maniacale o che la situazione avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di terribile. Mi sentivo sicura. E non lho mai provato prima. Ma adesso  diverso. Non siamo pi a quel punto".
No, dissi voltandomi mentre nella padella il burro cominciava a sciogliersi e a scivolare tra le polpette. Dove siamo, allora?
Lei si strinse nelle spalle.
Non lo so. Ma  come se avessimo perso qualcosa. Qualcosa  finito. E io ho paura che svanisca anche il resto".
Ma tu non puoi costringermi.  il modo migliore per far sparire tutto, se vuoi sapere come la penso".
Certo. Lo so bene".
Salai lacqua per gli spaghetti.
Ne vuoi? chiesi.
Annu, si asciug le lacrime con i pollici.
Thure Erik arriv il giorno seguente verso le due e con il suo essere e la sua persona riemp quel minuscolo appartamento non appena vi mise piede. Andammo in qualche negozio di antiquariato, lui diede unocchiata a quello che avevano di libri di storia naturale alla vecchia maniera e poi andammo al Pelikanen dove cenammo e bevemmo birra fino allora di chiusura. Gli raccontai della notte che avevo passato alla stazione, del fatto che avessi deciso di prendere il treno per tornarmene in Norvegia.
Ma io stavo per venire a trovarti! esclam. Sarei dovuto tornare a casa anchio?
 proprio quello che ho pensato quando mi sono svegliato, dissi. Viene Thure Erik Lund, cazzo, non posso mica partire".
Rise e cominci a raccontarmi di una relazione cos turbolenta che al confronto quella tra me e Linda sembrava una commedia da una notte di mezza estate. Quella sera mi bevvi venti birre e lunica cosa che ricordo delle ultime ore  un vecchio ubriacone con cui Thure Erik si era messo a parlare e che si era seduto al nostro tavolo e continuava a ripetere che ero davvero bello, davvero un bel ragazzo. Thure Erik rideva dandomi delle pacche sulle spalle mentre cercava nel frattempo di sapere qualcosa in pi della vita di quelluomo. Poi mi ricordo che eravamo davanti a casa e che lui, dopo essersi infilato a fatica nella sua macchina, si era sdraiato sul sedile posteriore per dormire, mentre sotto il cielo grigio e freddo volteggiavano leggeri fiocchi di neve.
Una stanza e cucinino: quella era la nostra arena. L cucinavamo, mangiavamo, dormivamo, facevamo lamore, parlavamo, guardavamo la tv, leggevamo libri, litigavamo, ricevevamo gli ospiti. Era piccolo e stretto, ma ci adattavamo, ce la cavavamo, riuscivamo a respirare. Ma se avessimo avuto un figlio, cosa di cui adesso discutevamo in continuazione, avremmo dovuto trovare un appartamento pi grande. La madre di Linda ne possedeva uno nel cuore della City, era composto di due sole stanze, ma che avevano una superficie di oltre ottanta metri quadrati, un vero e proprio campo da calcio in confronto a quello che avevamo adesso. Lei non lo usava pi, lo affittava, ma disse che potevamo subentrare noi. Non direttamente, non era legale, in Svezia i contratti di affitto sono personali e valgono per tutta la vita, ma era possibile fare una permuta: la madre avrebbe preso lappartamento di Linda, noi il suo.
Un giorno andammo a vederlo.
Era lappartamento pi borghese che avessi mai visto. Un enorme camino ottocentesco in stile russo a unestremit della stanza con un massiccio frontone di marmo, un altro, alto uguale ma un po meno imponente in camera da letto. Pannelli bianchi finemente intarsiati a tutte le pareti, stucchi in gesso sui soffitti, che superavano i quattro metri daltezza. Come pavimento un fantastico parquet a spina di pesce. I mobili della madre erano dello stesso stile: pesanti, elaborati, della fine dellOttocento.
Riusciremo a vivere qui? dissi mentre giravo per le stanze dando unocchiata.
No, non ce la faremo mai, rispose Linda. Non sarebbe meglio fare cambio con un appartamento a Skrholmen, per esempio? Qui dentro  cos morto".
Skrholmen era una delle zone periferiche ad alta densit di immigrati, ci eravamo stati un sabato in occasione del mercato e ci aveva colpito la sua vitalit e diversit.
Lo penso anchio, assentii.  quasi impossibile renderlo nostro".
Al contempo per cera anche qualcosa di allettante al pensiero di trasferirsi l. Grande, bello, nel centro della citt. Che importanza poteva avere se noi scomparivamo in quelle stanze? O forse saremmo riusciti a vincerle, a domarle, a trasformare quellatmosfera borghese in qualcosa di nostro?
Ho sempre desiderato ci che  borghese. Ho sempre voluto ci che  perbene. Il fatto che tutte quelle forme rigide e quelle regole predefinite esistano allo scopo di soggiogare gli ambiti pi intimi e reconditi in modo da disciplinarli, trasformarli in qualcosa con cui si possa convivere e non in qualcosa che causa in continuazione strappi e lacerazioni allesistenza. Ma le volte in cui mi ero trovato immerso in questo essere borghese, per esempio quando ero dai miei nonni paterni o dal padre di Tonje, mi era sembrato invece che esso mettesse a nudo tutto ci che albergava in me di diverso, quello che non si conformava al resto, che usciva da quelle forme e da quegli schemi, tutto ci che odiavo di me stesso.
Ma qui? Io e Linda e un figlio? Una nuova vita, una nuova citt, un nuovo appartamento, una nuova felicit?
Quella visione sopraffece la prima impressione, cupa e senza vita, che ci aveva trasmesso lappartamento, ne parlammo in modo caldo ed entusiasta dopo aver fatto lamore nel letto che trovammo nellappartamento: quando, con la testa appoggiata sul rispettivo guanciale, fumavamo e non avevamo dubbi, la nostra nuova vita sarebbe cominciata l.
Alla fine di aprile Geir torn dallIraq, cenammo in un ristorante americano in Gamla Stan, era di buonumore e pieno di vita come non lo avevo mai visto prima, e passarono settimane prima che tutto quello che aveva vissuto laggi, tutte le persone che aveva incontrato, con le quali pian piano acquisii una sorta di totale familiarit, si esautorasse a tal punto da lasciar spazio anche ad altro, sia dentro di lui sia nei suoi argomenti di conversazione. Allinizio di maggio io e Linda traslocammo, ci aiut Anders, e quando finimmo andammo a pulire da cima a fondo laltro appartamento. Ci impiegammo tutto il pomeriggio e tutta la sera e, quando alle undici non avevamo ancora concluso, di colpo Linda si lasci cadere a terra facendo scivolare la schiena lungo la parete.
Non ce la faccio piu! dichiar. Non  possibile!
Ancora unora, dissi. Unora e mezzo al massimo. Ce la fai".
Aveva le lacrime agli occhi.
Telefoniamo alla mamma, propose. Non c bisogno che finiamo noi. Domani viene qui e continua lei. Non  un problema. Lo so".
Vuoi che qualcun altro ti pulisca lappartamento? commentai. Che lavi la tua sporcizia? Non puoi chiamare tua madre ogni volta che hai un problema. Hai trentanni, cazzo!
Emise un gemito.
S, lo so, rispose. Sono sfinita. E lei lo pu fare. Per lei non  un problema".
Ma lo  per me. E dovrebbe esserlo anche per te".
Afferrato lo straccio, si alz, continu a strofinare lo stipite della porta del bagno.
Posso fare io il resto, dissi. Vai pure. Io arrivo pi tardi".
Sicuro?
S, certo. Non c problema".
Okay".
Si vest e usc nel buio, io finii di pulire ed era vero quello che avevo detto, non mi pesava continuare. Il giorno dopo trasferimmo le mie cose, vale a dire tutti i libri. Adesso erano diventati duemilacinquecento e Anders e Geir, che mi aiutarono con il trasloco, li maledissero con tutto il cuore mentre scaricavano le casse fuori dallascensore e le portavano dentro lappartamento. Geir paragon quella situazione allo spostamento delle casse piene di munizioni dei marines americani, incarico che per lui risaliva soltanto a qualche settimana prima, ma che per me era tanto lontano quanto le diligenze postali o la caccia al bisonte. Quando finalmente tutto il carico si trov suddiviso in due mucchi enormi al centro delle stanze, cominciai a imbiancare le pareti mentre Linda era diretta in Norvegia per preparare un programma radiofonico sul 17 maggio, la festa nazionale norvegese. Avrebbe abitato da mia madre, che non aveva pi visto dopo quelle poche ore a Stoccolma. Quando fu salita sul treno, telefonai alla mamma, cera una cosa che mi tormentava, tutte le tracce lasciate da Tonje, in particolar modo la fotografia scattata il giorno del matrimonio che quando ero stato l per Natale era ancora appesa alla parete e lalbum con le foto delle nozze. Non volevo esporre Linda a tutto questo, non volevo che avesse la sensazione di rappresentare una parte periferica della mia esistenza, una sostituta, e dopo una breve introduzione, in cui ci raccontammo cosa era successo di recente, non riuscii pi a trattenermi e affrontai la questione. Sapevo che era stupido, e in fondo anche degradante, sia per me che per Linda che per lei, ma non potevo lasciar perdere, il pensiero che Linda potesse restarne ferita mi era insopportabile, quindi alla fine glielo dissi. Se poteva staccare la foto di nozze o almeno metterla in un posto pi discreto. S, certo, poteva farlo, anzi laveva gi tolta, ormai non eravamo pi sposati. E lalbum delle fotografie? dissi. Sai, quello del matrimonio. Non potresti farlo sparire? No, tesoro mio, replic la mamma. Quellalbum  mio. Rappresenta un periodo della mia vita. Quello non lo voglio nascondere. Linda se la caver, lo sa che eri sposato. Siete persone adulte. Okay, risposi, hai ragione,  il tuo album.  solo che non voglio ferirla. Non lo farai, disse la mamma, andr tutto bene.
Che Linda si recasse da lei era un atto di coraggio, una mano tesa, e in effetti tutto procedette per il meglio, ci telefonavamo pi volte al giorno, mi diceva che si sentiva frastornata dal paesaggio della Norvegia occidentale: tutto quel verde e quel blu e quel bianco, tutte quelle montagne alte e quei fiordi profondi, quasi senza la presenza di esseri umani, con il sole che ardeva senza sosta, le dava quasi la sensazione di essere immersa in uno stato quasi onirico. Mi chiamava da una pensioncina di Balestrand, mi descriveva la vista dalla finestra, lo sciabordare delle onde che sentiva quando si affacciava, e la sua voce era carica di futuro. Qualunque cosa dicesse era di noi due che parlava, cos capivo io. Il fatto che il mondo fosse cos bello era perch riguardava noi due, perch noi due insieme ne facevamo parte, s, era quasi come se noi due fossimo il mondo. Le raccontai che quelle stanze cos spaziose erano diventate molto belle adesso che non erano pi grigie, ma bianche. Anche io ero carico di futuro. Non vedevo lora che tornasse a casa e vedesse quello che avevo fatto, ed ero felice pensando che avremmo vissuto l, nel centro della citt, e al bambino che avevamo deciso di avere. Riattaccammo, io continuai a imbiancare, il giorno dopo era il 17 maggio e nel pomeriggio vennero a farmi visita Espen ed Eirik. Erano stati a un seminario di critica letteraria a Biskops-Arn. Andammo a mangiare fuori, li presentai a Geir, tra lui ed Eirik and bene, nel senso che si misero a parlare con naturalezza del pi e del meno, ma non fu cos tra Geir ed Espen. Geir disse alcune banalit a cui Espen rispose in modo provocatorio e quando Geir se ne accorse si raggel e non ci fu pi nulla da fare. Come al solito mi sforzai di mediare, cio di tendere una mano a Espen e laltra a Geir, ma era troppo tardi, non sarebbero mai pi riusciti a parlarsi, a piacersi o a rispettarsi. A me piacevano entrambi, per non dire tutti e tre, ma nella mia vita era sempre stato cos, tra i diversi ambienti cerano come dei compartimenti stagni, e in ognuno di essi mi comportavo in modo cos differente dallaltro che mi sentivo smascherato quando essi si intersecavano e io non riuscivo a essere n in un modo n nellaltro, anzi, mi sentivo costretto a mescolarli, a fonderli con il risultato che o assumevo atteggiamenti che mi erano estranei e sconosciuti o tacevo. Espen mi piaceva cos tanto proprio perch era Espen e altrettanto valeva per Geir, proprio perch era Geir e questo aspetto del mio carattere, in linea di principio simpatetico, almeno ai miei occhi, era anche quello che mi dava sempre una sensazione di falsit.
Linda aveva trascorso lintera giornata con la mia famiglia, mi raccont la mattina dopo: insieme a mia madre era andata in macchina fino a Dale, dove Kjellaug, la sorella della mamma, e suo marito Magne avevano una fattoria, in alto, sopra il villaggio, dove avevano festeggiato il 17 maggio secondo la tradizione. Aveva intervistato alcune persone e capii da quello che mi rifer di aver trovato tutto profondamente esotico. I discorsi, i costumi tradizionali, la banda, la parata dei bambini. La mattina avevano visto un cervo al limitare di un bosco e, mentre stavano tornando a casa, delle focene che scorrazzavano nel fiordo. La mamma aveva detto che era un buon segno, significava felicit.
Non erano frequenti, le focene, io avevo visto quei piccoli cetacei soltanto un paio di volte, e la prima volta da vicino mentre ero in barca sul fiordo insieme al nonno materno, cerano la nebbia e un silenzio totale, allinizio si erano presentate sotto forma di suono, simile a quello che produce la prua di una barca a vela che fende lacqua, e poi come corpi scintillanti, di colore grigio scuro e lisci. Sopra e sotto, sopra e sotto la superficie, nuotavano. Come la mamma il nonno aveva detto che vedere le focene significava felicit. Linda era di buonumore, ma anche stanca, lo era stata per tutto il viaggio e il continuo guidare su e gi per quelle strade piene di curve le aveva fatto venire il mal dauto, quindi era andata a letto presto, come mi disse. La sera prima era stata dalla sorella pi giovane della nonna, Alvdis, di dieci anni pi vecchia della mamma, e da suo marito Anfinn, un uomo piccolo ma robusto, dallanimo allegro e forte che Linda adorava, e la cosa sembrava reciproca perch lui era andato a prendere tutte le reliquie degli anni che aveva trascorso in mare a caccia di balene e le aveva raccontato a ruota libera tutte le sue esperienze risalenti a quellepoca, forse motivato ulteriormente dal microfono che Linda teneva in mano tra di loro. Si erano preparati delle crpes con le uova di pinguino! mi raccont Linda ridendo, anche se era un po preoccupata per la registrazione, Anfinn parlava un dialetto dello Jlster cos stretto che sicuramente sarebbe risultato incomprensibile agli svedesi.
Espen se ne and quella mattina, invece Eirik rimase, fece un giro per la citt mentre io mettevo a posto gli ultimi libri e portavo via le casse in modo che tutto fosse pronto quando Linda sarebbe arrivata il giorno dopo. Quella sera uscimmo di nuovo e quando tornammo a casa, passammo la notte a bere superalcolici comprati al duty-free. Per tutto il tempo io e Linda ci scambiammo messaggi perch le era venuta la nausea, era stanca, poteva significare solo una cosa, no? Pi trascorrevano le ore e pi i messaggi si fecero passionali e carichi damore, ma alla fine lei scrisse buonanotte, mio amato principe, forse domani sar un gran giorno!
Quando andai a letto verso le sette del mattino, le fiamme dellalcol mi bruciavano dentro con tale forza che non ero pi in grado di vedere quello che mi circondava, era come se tutto appartenesse ormai al mio io interiore, come avveniva sempre quando bevevo senza ritegno. Tuttavia ebbi la presenza di spirito di puntare la sveglia alle nove. Dovevo andare a prendere Linda al treno.
Alle nove ero ancora ubriaco. Solo appellandomi a tutta la mia forza di volont, riuscii in qualche modo ad alzarmi. Mi trascinai in bagno, feci la doccia, indossai degli abiti puliti, dissi a Eirik che uscivo, era sdraiato tutto vestito sul divano e, dopo essersi tirato su a fatica, rispose che avrebbe fatto un salto fuori per fare colazione, aggiunsi che potevamo incontrarci verso mezzogiorno al ristorante dove eravamo stati il giorno prima, lui annu, io scesi barcollando le scale e arrivai in strada, dove il sole splendeva luminoso e lasfalto odorava di primavera.
Per strada mi fermai e comprai una Coca-Cola, me la scolai, ne comprai unaltra. Vidi la mia faccia riflessa nella vetrina di un negozio. Non avevo un bellaspetto. Occhi ridotti a fessure, arrossati. Lineamenti stanchi.
Avrei dato tutto ci che avevo per rimandare lincontro di tre ore. Ma non era possibile, il suo treno sarebbe arrivato fra tredici minuti, giusto il tempo che avrei impiegato per raggiungere la stazione.
Era contenta e leggera in tutto il suo essere quando scese sulla piattaforma, era con un sorriso sulle labbra che si guard intorno per cercarmi, io sventolai la mano, lei ricambi il cenno e venne verso di me trascinando la valigia con un braccio.
Mi guard.
Ciao, esordii.
Cosa c, sei ubriaco? mi domand.
Feci un passo in avanti e labbracciai.
Ciao, ripetei. Ieri sera abbiamo fatto tardi. Ma niente di pericoloso. Ero a casa con Eirik".
Puzzi di alcol, sbott lei divincolandosi. Come puoi farmi questo? Proprio oggi?
Scusa, dissi. Ma non  poi una tragedia, no?
Lei non rispose, si incammin. Non disse una parola finch non fummo usciti dalla stazione. Sulle scale che portavano a Klarabergsviadukten cominci a inveire contro di me. Si mise a scuotere con violenza la porta della farmacia che cera l in alto, ma era domenica, era chiusa. Proseguimmo scendendo verso quella che si trovava sul lato opposto dei grandi magazzini NK. Era sempre furibonda. Io le camminavo accanto come un cane bastonato. Laltra farmacia era aperta, sono stufa marcia di te, cazzo, disse, non capisco perch vivo con te, pensi solo a te stesso. Quello che  successo ieri per te non significava niente? sibil, poi venne il suo turno, voleva un test di gravidanza, glielo diedero, pag, uscimmo, salimmo per Regeringsgatan, lei continuava a vomitarmi addosso accuse, giungevano a flusso continuo, i passanti ci guardavano di soppiatto, ma a lei non importava, la sua rabbia, che mi aveva sempre fatto paura, la avvolgeva completamente. Volevo chiederle di fermarsi, di essere buona, le avevo chiesto scusa, in realt non avevo fatto niente, non cera nessuna connessione tra i nostri sms e il fatto che avessi continuato a bere con un ospite norvegese, e neppure tra il fatto che mi fossi ubriacato e quel test di gravidanza che teneva in mano, ma lei non la vedeva cos, per lei si trattava della stessa cosa, era una romantica, nutriva un sogno che riguardava noi due, lamore e nostro figlio, e il mio comportamento distruggeva quel sogno, o le ricordava che era soltanto un sogno. Ero una persona orribile, un irresponsabile, come potevo pensare di diventare padre? Come potevo farle subire tutto questo? Io le camminavo accanto mentre mi sentivo bruciare dalla vergogna perch la gente ci guardava, e bruciavo anche per via dei sensi di colpa che provavo perch avevo bevuto, e bruciavo di paura perch lei colpiva me e quello che ero con quella sua rabbia violenta. Era umiliante, ma finch aveva ragione, finch era vero quello che diceva, che quello era il giorno in cui forse avremmo saputo di aspettare un figlio e io ero andato a prenderla ubriaco, non potevo chiederle di fermarsi, non potevo mandarla affanculo. Aveva ragione, o comunque aveva le sue ragioni, io dovevo chinare la testa e accettare senza diritto di replica.
Mi venne in mente che forse Eirik era nelle vicinanze e abbassai il capo ancora di pi, era quasi il pensiero peggiore, che qualcuno che conoscevo mi vedesse in quelle condizioni.
Salimmo le scale, entrammo nellappartamento. Appena imbiancato, con tutte le cose al loro posto: quella era la nostra casa.
Non la degn neppure di uno sguardo.
Io mi fermai al centro della stanza.
Mi aveva colpito con la sua ira come un pugile colpisce un sacco. Come se io fossi stato un oggetto. Come se non avessi sentimenti, s, come se non avessi una vita interiore, come se fossi solo un corpo vuoto che si aggirava nella sua vita.
Sapevo che aspettava un figlio, ne ero sicurissimo, e lo ero stato dal momento in cui avevamo fatto lamore. Adesso  successo, avevo pensato, avremo un figlio.
E adesso stavamo cos.
Allimprovviso, mentre ero al centro della stanza, tutto dentro di me si apr. Le difese caddero. Non avevo niente con cui opporre resistenza. Cominciai a piangere. Quel tipo di pianto in cui perdevo totalmente il controllo e tutto si alterava trasformandosi in qualcosa di grottesco.
Linda si ferm, si gir e mi guard.
Non mi aveva mai visto piangere. Non mi succedeva dalla morte di pap, ed erano passati quasi cinque anni.
Sembrava terrorizzata.
Io mi voltai, non volevo che la vedesse, quellumiliazione decuplicata, non solo non ero un essere umano, non ero neppure un uomo.
Ma non serv a nulla girarsi. Non serv a nulla dirigersi verso il corridoio. Non serv a nulla coprirmi il viso con le mani. Era cos violento, quel pianto era cos violento, si erano aperte tutte le cateratte.
Ma Karl Ove, disse dietro di me. Mio amato Karl Ove. Non parlavo sul serio. Ero solo cos delusa. Ma non fa niente. Non fa niente. Mio amato Karl Ove. Non piangere. Non piangere".
No, non lo volevo neppure io. Lultima cosa che volevo era che mi vedesse piangere.
Ma non potevo farci niente.
Lei cerc di abbracciarmi, io la respinsi. Cercai di respirare. Ne usc un singhiozzo tremante e patetico.
Scusami, dissi. Scusami. Non volevo".
Mi dispiace tantissimo, rispose.
S, eccoci di nuovo qui, aggiunsi sorridendo tra le lacrime.
Anche i suoi occhi erano pieni di pianto e anche lei sorrideva.
S, disse.
S".
Andai in bagno, fui scosso da un nuovo singhiozzo, da un altro tremito quando inspirai profondamente, ma poi, dopo essermi sciacquato il viso con lacqua fredda, cess.
Quando uscii, Linda era ancora nellingresso.
Va meglio? chiese.
S, dissi.  stato davvero un comportamento da idiota. Deve essere per via della bevuta di ieri, tutto a un tratto non avevo pi difese. Tutto mi  parso impossibile".
Non fa nulla se hai pianto, disse.
No, per te, no. Ma a me non piace. Avrei preferito che non mi avessi visto. Per lo hai fatto. Adesso lo sai. Io sono cos".
S, sei una bella persona".
Dai, su. Adesso basta. Abbiamo finito. Ti piace com venuto lappartamento?
Sorrise.
Fantastico".
Bene".
Ci abbracciammo.
Ma non vuoi andare a vedere? dissi.
Adesso?
S?
Okay. Prima per tienimi stretta ancora un po".
Lo feci.
E adesso? insistetti.
Rise.
Okay".
And in bagno e ne usc con lo stick bianco in mano.
Ci vuole qualche minuto, spieg.
Secondo te?
Non lo so".
And in cucina, la seguii. Fissava lo stick bianco.
Succede qualcosa?
No. Niente. Oh, forse non  niente. Ne ero cos certa".
Ma sicuramente  cos. Avevi la nausea. Eri stanca. Di quanti altri segni hai bisogno?
Uno".
Guarda.  blu, vero?
Non disse niente.
Poi sollev lo sguardo verso di me. Gli occhi erano scuri e seri come quelli di un animale.
S, disse.
Non riuscimmo ad aspettare i tre mesi di rito per dirlo agli altri. Gi dopo tre settimane Linda chiam sua madre, che si mise a piangere di felicit allaltro capo del telefono. La reazione di mia madre fu pi riservata, disse che era una bella cosa, ma dopo un po emerse anche che dubitava che fossimo pronti. Linda con la scuola, io che dovevo scrivere. Vedremo, dissi, a gennaio lo scopriremo. Sapevo che la mamma aveva sempre bisogno di tempo per accettare i cambiamenti, prima aveva bisogno di riflettere sulle cose, poi riusciva a modificare i suoi atteggiamenti e ad accettare il nuovo. Yngve, a cui telefonai non appena ebbi riattaccato con la mamma, comment, oh, che bella notizia. S, dissi mentre me ne stavo nel cortile sul retro a fumare. A quando il lieto evento? chiese Yngve. A gennaio, risposi. Congratulazioni, allora, aggiunse. Grazie, risposi. Senti, disse, adesso sono qui a una partita di calcio con Ylva, a dire il vero. Sono un po impegnato, non  che possiamo sentirci pi tardi? Certo, risposi e riattaccammo.
Mi accesi unaltra sigaretta e mi resi conto di non essere molto soddisfatto delle loro reazioni. Avrei avuto un FIGLIO, cazzo! Era un evento ENORME!
Ma era successo qualcosa da quando mi ero trasferito in Svezia. Continuavamo a sentirci come prima, ma qualcosa era cambiato, mi chiedevo se fosse avvenuto in me o in loro. Adesso mi sentivo pi lontano nei loro confronti, e della mia vita, cos radicalmente cambiata da un momento allaltro, fatta soltanto di posti nuovi, persone nuove, sensazioni e sentimenti nuovi, non riuscivo a parlare con la stessa ovviet di prima, quando vivevamo sempre immersi nelle stesse cose, in quella continuit che era iniziata a Tybakken ed era proseguita prima a Tveit e poi a Bergen.
No, stavo dando troppo peso alla sua reazione, pensai. Quella di Yngve non era stata molto diversa da quella che aveva avuto sette anni prima quando lo avevo chiamato per dirgli che avrebbero pubblicato il mio romanzo. Davvero, aveva commentato laconico. Bene. Per me era stato levento pi importante che mi fosse mai successo, ero rimasto quasi stordito da quella notizia e credevo che tutte le persone intorno a me avrebbero provato lo stesso.
Ovviamente non era cos.
E non  mai facile affrontare e accettare ci che  grande, soprattutto quando uno  immerso nel triviale e nel quotidiano, come  di consuetudine. Ci che  grande attrae a s quasi tutto, rimpicciolisce il resto, fatta eccezione per quei pochi avvenimenti sconvolgenti in grado di distruggere intorno a s quanto esiste di triviale e quotidiano. Il grande risiede in questo e non  possibile viverci dentro.
Spensi la sigaretta e salii da Linda che mi guard incuriosita quando entrai dalla porta.
Cosa hanno detto? chiese.
Sono stati molto contenti, risposi. Ti salutano e si complimentano".
Grazie, disse. La mamma era fuori di s dalla gioia. Ma, del resto, lei si commuove per un nonnulla".
Yngve chiam quella sera stessa, potevano darci tutto quello che avevano di vestitini e attrezzatura per neonati. Carrozzina, fasciatoio, tutine, body, bavaglini, pantaloni, maglie e scarpe, avevano conservato tutto. Linda si commosse quando glielo dissi, e io risi di lei, la sua sensibilit era mutata nellarco delle ultime settimane, si rivolgeva verso le cose pi strane. Rise anche lei. Sua madre veniva spesso da noi, ci portava i piatti pi squisiti che noi surgelavamo, sacchi della spazzatura pieni di indumenti che aveva avuto dal figlio di suo marito e casse di giocattoli. Ci compr una lavatrice, Vidar, suo marito, ce la install.
Linda continu la scuola, io a lavorare nel collettivo di uffici che si trovava nella torre, mi misi a leggere la Bibbia, trovai una libreria cattolica e comprai tutto quello che mi capit tra le mani sugli angeli, lessi Tommaso dAquino e Basilio e Girolamo, Hobbes e Burton. Comprai Spengler e una biografia di Isaac Newton, opere sullIlluminismo e sul Barocco, che mi circondavano suddivise in pile mentre scrivevo cercando di fondere tutte quelle differenti correnti di pensiero e quei sistemi diversi o di convogliare qualcosa, che non sapevo cosa fosse, verso ununica direzione.
Linda era felice, ma in lei erano sempre presenti sentimenti che simili ad abissi la rendevano timorosa di tutto. Se sarebbe stata capace di prendersi cura del bambino. Se sarebbe arrivato. Avrebbe potuto perderlo, perch capitava, e niente di quello che le dicevo riusciva ad arginare quei timori che in quel momento imperversavano dentro di lei, incontrollabili, ma fortunatamente passeggeri.
Alla fine di giugno di quellestate andammo in vacanza in Norvegia, prima a Tromya, dove saremmo rimasti un paio di giorni, poi da Espen e Anne a Larkollen, ci avevano procurato un bungalow sul fiordo, e infine dalla mamma nello Jlster. Nessuno di noi due aveva la patente, quindi trascinai le valigie su aerei, treni, pullman e taxi, con accanto a me Linda che non poteva portare nulla che fosse pi pesante di una mela. Ad Arendal ci venne a prendere Arvid, aveva qualche anno pi di me, era di Tromya e in linea di principio era uno degli amici di Yngve, ma ci eravamo frequentati un po a Bergen, dove aveva studiato anche lui, e non molti mesi prima era venuto a trovarci a Stoccolma. Adesso voleva portarci a casa sua. Sapevo che Linda era stanca e che la prima cosa che voleva fare era recarsi subito al bungalow che avevamo affittato, cos per dare maggiore enfasi a quel desiderio la prima cosa che dissi ad Arvid fu che aspettavamo un figlio.
La notizia giunse in modo repentino e come un fulmine a ciel sereno sulla strada per Arendal illuminata dal sole.
Allora, congratulazioni! esclam Arvid.
Quindi sarebbe meglio se andassimo prima al bungalow per riposare un po..".
Nessun problema, disse Arvid. Vi accompagno fin l in macchina e poi vengo a prendervi pi tardi con la barca".
Il bungalow era quello di un campeggio, lo standard era basso, me ne pentii appena lo vidi. Lidea era mostrare a Linda il posto da cui provenivo, per me era qualcosa di bello, quello invece non lo era.
Dorm un paio dore, ci dirigemmo verso il molo, dove Arvid arriv planando sullacqua con la sua imbarcazione. Puntammo verso Hisya, dove abitava Arvid. Minuscole casette bianche su piccoli promontori rocciosi, quasi rossastri in quella luce pomeridiana, circondati dal verde degli alberi, racchiusi in quella volta dove si fondevano il blu del cielo e quello del mare, questo era ci che vedemmo passando e pensai, cazzo, qui  proprio magnifico. E poi il vento che ogni sera si levava al tramonto. Con il suo soffio spingeva il paesaggio verso lignoto, adesso me ne rendevo conto, lavevo visto anche quando vivevo l da bambino. Era estraneo, ignoto perch ci che riuniva tutti gli elementi di quel paesaggio fino a formare ununit si frantumava come una pietra colpita da un mazzuolo quando il vento sopraggiungeva impetuoso con le sue folate.
Dopo aver attraccato, raggiungemmo la casa, ci sedemmo intorno a un tavolo in giardino. Linda era completamente chiusa in se stessa, sembrava quasi ostile, e io ci soffrivo, eravamo l con la famiglia e gli amici di Arvid, era la prima volta che la vedevano, e io volevo mostrare loro quanto fosse meravigliosa la mia fidanzata, e lei invece era cos restia e riluttante. Le afferrai il braccio da sotto il tavolo e glielo strinsi, lei mi guard senza sorridere. Avevo voglia di gridarle di darsi una regolata. Sapevo quanto potesse essere affascinante, quanto fosse abile in questo, chiacchierare con altre persone sedute intorno allo stesso tavolo, raccontare, ridere. Daltro canto ebbi anche il tempo di riflettere: comero io di solito quando mi trovavo in compagnia di qualche amico di Linda che non conoscevo bene? Silenzioso, rigido e riservato, uno capace di rimanere seduto per tutta una cena senza dire nulla al di l dello stretto necessario.
A cosa stava pensando?
Cosera che non la faceva sentire a suo agio?
Arvid? Quellatteggiamento un po da gradasso che mostrava ogni tanto?
Anna?
Atle?
Oppure ero io?
Avevo detto qualcosa nellarco del pomeriggio?
Oppure era dentro di lei? Qualcosa che non aveva assolutamente niente a che fare con tutto questo?
Dopo cena facemmo un giro in barca intorno a Hisya spingendoci fino a Mrd, e, quando arrivammo in mare aperto, Arvid aument la velocit. Quellimbarcazione affusolata e veloce planava sulla superficie dellacqua, le onde la colpivano infrangendosi sullo scafo. Linda era bianca in viso, era appena entrata nel terzo mese di gravidanza, quei movimenti violenti avrebbero potuto farle perdere il bambino, vidi che stava pensando.
Chiedigli di andare pi piano! sibil. Per me  pericoloso!
Guardai Arvid, che sorrideva seduto dietro al timone, con gli occhi socchiusi per via di quella brezza fresca e salmastra che ci veniva incontro. Non pensavo che fosse pericoloso e non riuscivo a intervenire, a chiedere ad Arvid di rallentare, era una richiesta troppo stupida. Al contempo Linda ardeva di paura e di rabbia. Per lei avrei potuto agire anche se voleva dire fare la figura dello stupido, no?
Va tutto bene, dissi a Linda. Non c nessun pericolo".
Karl Ove! sibil. Chiedigli di andare pi piano.  pericolosissimo, non lo capisci?
Feci in modo di accostarmi ad Arvid. Mrd si avvicinava in modo paurosamente veloce. Lui mi guard sorridendo.
Tutto bene, vero?
Annuii ricambiando il sorriso. Ero sul punto di chiedergli di ridurre landatura, ma mi trattenni, tornai a sedermi accanto a Linda.
Non  pericoloso, ripetei.
Lei non disse niente, se ne stava l seduta, aggrappata al suo posto, le mascelle contratte e cadaverica in viso.
Facemmo un giretto sullisola di Mrd, fu stesa una coperta sul prato, fu bevuto del caff e mangiato qualche biscotto, poi tornammo alla barca. Mentre eravamo sul molo, mi accostai ad Arvid.
Prima Linda si  spaventata un po quando guidavi veloce.  incinta, sai, e tutti quei movimenti... s, capisci. Potresti prenderla un po pi con calma al ritorno?
Certo, rispose.
Per tutto il tragitto fino a Hove and alla velocit di un peschereccio a traino. Mi chiedevo se lo facesse in modo ostentato o se volesse soltanto dimostrarsi estremamente premuroso. Era comunque imbarazzante. Sia per il fatto che glielo avevo detto, sia per il fatto che non avevo trovato il coraggio di intervenire allandata. Non avrebbe dovuto essere la cosa pi semplice del mondo chiedere a qualcuno di rallentare un po, la mia compagna  incinta?
Soprattutto perch la paura e linquietudine di Linda provenivano da un luogo diverso dal solito. Non erano passati pi di tre anni da quando era stata dimessa, dopo aver sofferto di crisi maniacodepressive per due. Avere un figlio dopo aver vissuto unesperienza simile non era un qualcosa privo di rischi, non sapeva come avrebbe reagito. Forse sarebbe ricaduta in un nuovo stato maniacodepressivo? Forse di natura tale da essere ricoverata di nuovo? E allora cosa ne sarebbe stato del bambino? Al contempo, per, ne era fuori, era radicata nel mondo in maniera diversa rispetto a quando era stata colpita da quellattacco acuto e io, che lavevo vista ogni giorno per quasi un anno, sapevo che sarebbe andato tutto bene. Consideravo quello che era successo come una crisi. Era stata grande e onnicomprensiva, ma era finita. Linda era in buona salute, le oscillazioni che esistevano ancora nella sua vita erano tutte nella norma.
Proseguimmo in treno per Moss, Espen venne a prenderci alla stazione e andammo in macchina a casa loro a Larkollen. Linda era leggermente febbricitante e and a coricarsi, Espen e io ci recammo in un campo sportivo nelle vicinanze per giocare a calcio, la sera facemmo un barbecue, io rimasi alzato prima con Espen e Anne e poi solo con Espen. Linda dormiva. Il giorno dopo Espen ci accompagn alla loro casetta sullisola di Jelya, dove restammo per una settimana mentre loro andavano a Stoccolma per stare nel nostro appartamento. Mi alzavo alle cinque per scrivere il romanzo, il manoscritto aveva cominciato a prendere corpo, fino a quando Linda non si alzava verso le dieci. Facevamo colazione, a volte le leggevo ad alta voce quello che avevo scritto, mi diceva sempre che andava molto bene, ci recavamo a fare il bagno su una spiaggia che si trovava a un paio di chilometri di distanza, facevamo la spesa e preparavamo la cena, dopo io pescavo un po mentre lei dormiva, la sera accendevamo il caminetto e ci mettevamo a chiacchierare, leggere o facevamo lamore. Finita la settimana prendemmo il treno da Moss per Oslo, poi proseguimmo con la Bergensbanen fino a Flm, dove ci imbarcammo fino a Balestrand e pernottammo al Kviknes Hotel, infine il giorno seguente prendemmo il traghetto per Fjrland. L incontrammo Tomas Espedal, stava facendo unescursione con un amico, erano diretti alla casa che possedeva nel Sunnfjord. Non lavevo pi visto da quando abitavo a Bergen e il semplice fatto di incontrarlo mi mise di buonumore, era una delle persone migliori che avessi mai conosciuto. Sul molo di Fjrland ci aspettava la mamma, passammo in macchina davanti al ghiacciaio che scintillava grigiastro contro il cielo blu, attraversammo il lungo tunnel per sbucare nella vallata lunga, stretta e scura dove spesso avvenivano frane e valanghe, fino a Skei, dove in quel punto si apriva il paesaggio dolce e rigoglioso dello Jlster.
Era la terza volta che Linda e la mamma si incontravano, e per tentare di rimediare alla distanza che percepii immediatamente tra di loro mi sforzai per tutto il tempo di costruire un ponte, ma senza riuscirvi, cera sempre qualcosa che opponeva resistenza, quasi nulla procedeva in modo spontaneo. Quando invece questo avveniva e vedevo Linda ravvivarsi e raccontare qualcosa che la mamma seguiva, mi sentivo immensurabilmente felice, me ne rendevo conto, anche se al contempo desideravo essere altrove.
Poi Linda ebbe delle perdite ematiche. Si spavent a morte, era davvero terrorizzata, voleva andarsene allistante, telefon a Stoccolma per parlare con lostetrica, che non era in grado di dire niente senza visitarla, quelle parole spaventarono Linda ancora di pi e nonostante le dicessi va tutto bene, andr sicuramente bene, non  niente, quelle parole non servirono a un granch, infatti, come facevo a saperlo? Che autorit avevo io per dirlo? Voleva andare via, io le dissi rimaniamo, e alla fine, quando capitol, la responsabilit era diventata tutta mia, perch se succedeva qualcosa o era gi successa, ero io che avevo fatto pressione per non andare a fondo della faccenda, ma avevo insistito per aspettare e vedere.
Tutte le energie di Linda vennero assorbite da questo, vedevo che non pensava ad altro, era dilaniata dalla paura, non diceva quasi pi niente quando mangiavamo o stavamo insieme la sera e quando scendeva dopo aver dormito al primo piano e trovava me e la mamma seduti in giardino a chiacchierare, girava i tacchi e se ne andava con gli occhi neri di rabbia e io capivo perch, noi parlavamo come se non fosse successo niente, come se ci che lei provava non contasse. In parte era anche cos. Io credevo che sarebbe andato tutto bene, ma non ero sicuro, daltra parte l eravamo ospiti, erano passati pi di sei mesi dallultima volta che avevo visto mia madre, avevamo molte cose di cui parlare e a cosa poteva servire non dire niente, vagare in silenzio dentro quella paura grande, lacerante e onnicomprensiva? Io labbracciavo, la consolavo, cercavo di dirle che sarebbe andato tutto bene, ma lei non lo accettava, non voleva stare l. Rispondeva a malapena quando la mamma le faceva una domanda. Durante le passeggiate nella vallata, criticava mia madre e tutto il suo modo di essere. Io la difendevo, ci urlavamo contro, era capace di girarsi e tornarsene indietro da sola, io la rincorrevo, era un incubo, ma come per tutti gli incubi anche stavolta arriv il risveglio. Prima per unultima scena: la mamma ci accompagn in macchina a Flor, da dove avremmo preso la nave. Arrivammo a destinazione con un certo anticipo e decidemmo di pranzare, trovammo un ristorante allaperto allestito su una specie di zattera, ci mettemmo a sedere, ordinammo una zuppa di pesce. Ce la portarono, era disgustosa, sapeva quasi solo di burro.
Non riesco a mangiarla una cosa cos, comment Linda.
In effetti non  molto buona, dissi.
Diciamolo al cameriere e chiediamogli di portarci qualcosaltro, aggiunse allora Linda.
Non riuscivo a immaginare niente di pi imbarazzante che rimandare indietro una portata. E poi quella era Flor, mica Stoccolma o Parigi. Daltro canto non avrei tollerato altri malumori, cos feci un cenno al cameriere, che era una donna.
Purtroppo questa zuppa non  molto buona, esordii. Crede che potremmo sostituirla con un altro piatto?
La robusta cameriera di mezza et, dai capelli biondi tinti male, mi guard con disapprovazione.
Non dovrebbe esserci niente che non va con il mangiare, replic. Ma dal momento che dite cos, andr in cucina a chiedere al cuoco".
Con tre ciotole piene di zuppa davanti a noi, sedevamo in silenzio intorno al tavolo, mia madre, Linda e io.
La cameriera torn indietro scuotendo la testa.
Mi spiace, esord. Il cuoco ha detto che non c niente di sbagliato nella zuppa. Ha il sapore che deve avere".
Cosa potevamo fare?
Lunica volta in vita mia che rimando qualcosa in cucina, si rifiutano. In qualsiasi altro posto del mondo ci avrebbero servito unaltra pietanza, ma non a Flor. Ero rosso in viso dalla vergogna e dallirritazione. Se fossi stato solo, avrei mangiato quella maledetta zuppa anche se faceva schifo. Avevo reclamato, per quanto pensassi che fosse imbarazzante e inutile, e loro mi rispondevano opponendo resistenza?
Mi alzai.
Vado a parlare con il cuoco, dissi.
Faccia pure, rispose la cameriera.
Camminai lungo il pontone ed entrai in cucina, che si trovava sulla terraferma, sporsi la testa oltre il bancone per catturare lattenzione non di un piccoletto ciccione, come mi ero immaginato, ma di un tipo alto e robusto della mia et.
Abbiamo ordinato la zuppa di pesce, esordii. Sapeva un po troppo di burro, era quasi impossibile mangiarla, purtroppo. Potremmo avere un altro piatto?
Il sapore era esattamente quello che deve essere, rispose. Ha ordinato una zuppa di pesce e le  stata servita una zuppa di pesce. Non posso aiutarla".
Tornai indietro. Linda e la mamma mi guardarono. Scossi la testa.
Niente da fare, dissi.
Forse posso provare io, intervenne la mamma. In fondo sono unanziana signora, pu darsi che aiuti".
Se era contro la mia natura reclamare al ristorante, era ancora di pi contro la sua.
Non ce n bisogno, risposi. Andiamo via e basta".
Faccio solo un tentativo, insistette.
Torn indietro dopo qualche minuto. Anche lei scosse la testa.
S, s, commentai. Ho fame, ma dopo tutto questo, non mi sembra proprio il caso di mangiare questa zuppa di pesce".
Ci alzammo, lasciammo i soldi sul tavolo e ce ne andammo.
Mangeremo sulla nave, dissi a Linda, che si limit ad annuire scura in volto e silenziosa.
La nave arriv con le sue eliche turbinanti, portai a bordo i bagagli, feci un cenno di saluto con la mano alla mamma e cercai un posto nella parte anteriore.
Mangiammo la nostra pizza morbida, quasi molliccia, un dolce a base di patate e uno yogurt. Linda si sdrai per dormire. Quando si svegli, tutto quello che cera stato in lei era spazzato via. Parlava radiosa e aperta seduta accanto a me. La guardai con grande meraviglia. Era successo tutto per via di mia madre? Per il fatto di trovarci in un posto sconosciuto? Perch avevamo fatto un viaggio in quella che era la mia vita prima che lei ne facesse parte? E non per la paura di perdere il bambino? Perch quella era acuta come prima, no?
Prendemmo laereo per casa da Bergen, visitarono Linda il giorno dopo, tutto andava benissimo. Il cuoricino batteva, quel corpicino cresceva, tutti i valori che potevano essere misurati e controllati erano perfetti.
Dopo la visita, che era avvenuta in una clinica di Gamla Stan, ci sedemmo in una pasticceria nei dintorni e ci mettemmo a parlare di quello che era successo durante il controllo. Lo facevamo ogni volta. Dopo aver passato l unora, percorsi in metropolitana il lungo tratto che portava fino a keshov, dove avevo trovato un nuovo ufficio, negli ultimi tempi non ce la facevo pi a rimanere in quello che avevo nella torre, cos la scrittrice e regista cinematografica Maria Zennstrm, amica di Linda, mi aveva offerto un vecchio locale fatiscente per una cifra irrisoria. Si trovava nello scantinato di un condominio, durante il giorno non cera anima viva, scrivevo completamente solo tra quelle pareti di calcestruzzo, leggevo e fissavo i boschi fuori dalla finestra, dove ogni quindici minuti circa i vagoni della metropolitana serpeggiavano tra gli alberi. Avevo letto Il tramonto dellOccidente di Spengler e si potevano dire molte cose sulle sue teorie riguardanti le civilt, ma quello che aveva scritto sul Barocco e sul faustiano, sullIlluminismo e sullorganicismo era originale ed eccelso: alcune di quelle affermazioni posso dire di averle riportate direttamente nel mio romanzo, che ormai avevo capito doveva essere incentrato sul Seicento. Tutto veniva da l, era l che il mondo si scindeva: da un lato la parte vecchia e inutilizzabile, tutta la tradizione magica, irrazionale, dogmatica e di fedelt allautorit costituita, dallaltro ci che si era sviluppato fino a diventare il mondo in cui vivevamo.
Lautunno pass, il pancione cresceva, Linda si occupava di faccenduole di ogni genere, sembrava che assorbisse tutto dentro di s, cerano candele accese e bagni caldi, montagne di vestiti per neonati nellarmadio, album fotografici da preparare, libri sulla gravidanza e sui primi anni di vita dei bambini da leggere. Ero contento quando vedevo tutto questo, ma personalmente non potevo penetrarlo, neppure avvicinarmi, io avevo da scrivere. Potevo stare insieme a lei, fare lamore, chiacchierare con lei, andare a fare passeggiate insieme, ma non sentirmi come lei o fare quello che faceva lei.
Ogni tanto scoppiavano delle crisi. Una mattina rovesciai dellacqua sul tappeto della cucina, andai a prendere la metropolitana senza mettere a posto, quando tornai a casa nello stesso punto cera una grossa macchia gialla. Le chiesi cosa fosse successo, lei mi guard con imbarazzo, s, quando era entrata in cucina laveva vista e si era arrabbiata a tal punto che ci aveva rovesciato sopra tutto il succo di arancia. Ma poi lacqua si era asciugata e lei aveva capito cosa aveva fatto.
Il tappeto fummo costretti a buttarlo.
Una sera rig il ripiano del tavolo da pranzo che le aveva dato sua madre, come parte di quel poco mobilio per cui a suo tempo aveva pagato una fortuna, perch non mi ero mostrato abbastanza interessato alla lettera indirizzata al reparto di ostetricia che si era messa a scrivere. Si trattava dei desideri e delle preferenze che aveva, quando mi lesse una proposta annuii, ma evidentemente non in maniera abbastanza sentita, perch tutto a un tratto lei pass pi e pi volte la penna sulla superficie del tavolo. Cosa stai facendo? le domandai.
A te non interessa, rispose. Oh, cazzo, replicai. Certo che mi interessa. E ora hai rovinato il tavolo.
Una sera mi infuriai con lei fino a scagliare un bicchiere nel caminetto con tutta la forza che avevo. Stranamente non si ruppe. Tipico, pensai in seguito, non mi riusciva neppure il classico esercizio di lanciare un bicchiere durante un litigio.
Andammo insieme al corso preparto, luditorio era pieno zeppo e reattivo a tutto ci che veniva detto dal palco: se cera qualcosa di minimamente controverso, cio esposto sotto un profilo biologico, un lieve brusio percorreva i presenti, perch tutto ci accadeva in un paese dove il sesso era una costruzione sociale e il corpo non aveva spazi al di fuori di quello che tutti concordavano nel ritenere fosse la ragione. Istinto, fu pronunciato dal palco, no, no, no! sussurravano stizzite le donne in sala, come puoi dire una cosa simile! Vidi una donna che singhiozzava seduta su una panca, suo marito era in ritardo di dieci minuti e pensai, non sono il solo. Quando infine questi arriv, lei gli sferr ripetuti pugni nello stomaco mentre lui cercava con tutto il tatto di cui era capace di convincerla a comportarsi in modo pi controllato e dignitoso.
Vivevamo cos, tra bruschi slanci che andavano dalla calma alla tranquillit, dallottimismo al calore, a improvvisi attacchi di ira. Ogni mattina prendevo la metropolitana fino a keshov e non appena scendevo alla fermata tutto quello che accadeva a casa era sparito dai miei pensieri. Osservavo il brulichio della folla che animava la stazione sotterranea, ne succhiavo latmosfera, mi sedevo in treno e leggevo, guardavo le case di periferia che mi sfilavano davanti quando lasciavamo il sottosuolo, leggevo, osservavo la citt dallalto quando attraversavamo il grosso ponte, leggevo, amavo, amavo davvero tutte quelle fermate nelle diverse stazioncine, scendevo ad keshov, quasi il solo che viaggiava in quella direzione per andare a lavorare, percorrevo a piedi il chilometro scarso che mi separava dallufficio, lavoravo tutto il giorno. Il testo, che aveva quasi raggiunto le cento pagine, stava diventando sempre pi strano: dopo lapertura sulla pesca dei granchi, si era trasformato in saggistica pura ed esponeva alcune teorie sul divino a cui non avevo mai pensato prima, ma che stranamente, partendo dalle premesse su cui si basavano, a loro modo tornavano. Avevo trovato una libreria russo-ortodossa, era stata davvero una scoperta, vi si trovavano tutti gli scritti pi singolari del mondo, li compravo, prendevo appunti e quasi non riuscivo a trattenere la gioia quando un elemento delle mie pseudoteorie trovava una propria collocazione mostrandosi esatto, fino a quando nel pomeriggio tardi non tornavo a casa dove la vita che mi aspettava l lentamente riappariva a mano a mano che il treno si avvicinava alla stazione di Htorget. A volte tornavo prima, quando dovevamo andare a fare una visita di controllo alla Mdravrdscentralen, la centrale per la tutela materna, cos si chiamava, dove mi sedevo su una sedia e guardavo Linda che veniva esaminata, pressione e analisi del sangue, battito cardiaco e misurazioni del pancione, che cresceva sempre come doveva, tutto andava bene, tutti i valori erano perfetti, perch se cera qualcosa che non mancava a Linda erano la forza fisica e la salute, cosa che non mi stancavo mai di ripeterle. Contro il peso e la sicurezza del corpo, linquietudine era un nonnulla, una mosca che ronzava, una piuma volteggiante, una nuvola di polvere.
Andammo allIkea per comprare un fasciatoio, lo riempimmo con mucchi di lavette e asciugamani e sulla parete di fronte appesi una serie di cartoline raffiguranti foche, balene, pesci, tartarughe, leoni, scimmie e i Beatles nel loro periodo multicolore in modo che il bambino vedesse in quale mondo magnifico era venuto alla luce. Yngve e Kari Anne ci mandarono i loro vestitini smessi, mentre la carrozzina che lui mi aveva promesso per il momento si faceva attendere, con crescente irritazione di Linda. Un giorno esplose, la carrozzina non arrivava mai, non potevamo fare affidamento su mio fratello, avremmo dovuto comprarcene una noi, come aveva sempre detto. Mancavano due mesi alla data prevista per il parto. Telefonai a Yngve e gli accennai della carrozzina e dellirrazionalit delle donne incinte, lui disse che si sarebbe aggiustato tutto, dissi che lo sapevo, ma tuttavia dovevo chiedere. Come odiavo queste cose. Come odiavo andare contro la mia natura per soddisfare lei. Ma, dicevo a me stesso, cera uno scopo, cera una meta, e dato che era superiore a ogni altra cosa, non dovevo fare altro che adattarmi a tutto quello che avveniva sul nudo terreno in fatto di strisciare e avanzare carponi. La carrozzina non arriv e ci fu una nuova crisi. Comprammo lattrezzatura necessaria per poter fare il bagnetto al bambino nella vasca da bagno, acquistammo dei body e delle scarpine, dei pantaloni con piedi e un sacco in piuma doca per la carrozzina. Ci facemmo prestare da Helena una culla con un piccolo piumino e un minuscolo guanciale che Linda guard con gli occhi lucidi. E discutemmo del nome. Ne parlavamo quasi ogni sera, buttavamo gi i nomi pi disparati, avevamo sempre una lista dei quattro o cinque pi probabili che cambiava in continuazione. Una sera Linda propose il nome Vanja nel caso fosse stata una femmina. Ne fummo subito sicuri. Il suo sapore russo ci piaceva e anche quello a cui lo associavamo, qualcosa di forte e impetuoso, e poi Vanja derivava da Ivan, che in norvegese corrispondeva a Johannes, e cio il nome del nonno materno. Se fosse stato un maschio, si sarebbe chiamato Bjrn.
Una mattina in cui ero sceso in metropolitana sotto Sveavgen, il mio sguardo fu attratto da due uomini che si stavano azzuffando, la loro aggressivit era inusuale tra i passeggeri assonnati del mattino, gridavano, no, si urlavano in faccia e il mio cuore prese a battere pi veloce, poi si gettarono con violenza luno contro laltro mentre sopraggiungeva un treno proprio accanto a loro. Uno si liber dalla presa dellaltro e riusc a guadagnarsi abbastanza spazio da sferrargli un calcio. Mi avvicinai. Si scagliarono nuovamente luno addosso allaltro. Pensai che sarei dovuto intervenire. Avevo riflettuto cos tanto sullepisodio del pugile, quella volta che non ero riuscito a sfondare la porta, e su quello della gita in barca, quando non ero riuscito a chiedere ad Arvid di diminuire la velocit, e anche sulla preoccupazione che Linda avvertiva nei confronti della mia capacit dazione, ci avevo riflettuto cos tanto che adesso non avevo ombra di dubbio. Dovevo intervenire. Il solo pensiero mi fece venire le gambe molli e tremare le braccia. Tuttavia appoggiai la borsa a terra, quello era un test, pensai, ora, cazzo, devo fregarmene, e puntai deciso verso i due che si stavano accapigliando e afferrai con entrambe le braccia il pi vicino. Strinsi pi forte che potei. In quello stesso momento si fece avanti anche un altro uomo che si mise in mezzo a loro e poi ne sopraggiunse un terzo e la rissa fin. Presi la borsa, salii sul treno dallaltro lato e fino ad keshov sedetti privo di forze con il cuore che non faceva che martellarmi nel petto. Nessuno poteva dire che ero rimasto paralizzato davanti alla possibilit di intervenire, ma neanche che ero stato particolarmente furbo, avrebbero potuto avere, che so, dei coltelli, e quello che era successo non mi riguardava affatto.
La cosa strana di quei mesi era il modo in cui ci avvicinavamo ma al contempo ci allontanavamo luno dallaltra. Linda non portava rancore, quando succedeva qualcosa, era successo e basta, era acqua passata. Per me era diverso. Io serbavo rancore, era come se tutti gli episodi avvenuti negli ultimi anni si fossero stratificati dentro di me, uno per uno. Riuscivo per a capire cosa stava accadendo, quegli sprazzi di rabbia che avevano cominciato a manifestarsi nella nostra vita il primo autunno avevano a che fare con quello che era scomparso dalla nostra relazione, Linda aveva paura di perdere anche il resto, cercava di legarmi a s, e il fatto che io tentassi di schivare quei legami faceva aumentare la distanza, e questo era proprio ci che lei temeva. Quando lei rimase incinta, tutto cambi, perch allora esisteva un orizzonte che andava oltre a quello che formavamo noi due, era qualcosa di pi grande, ed era sempre presente, nei miei e nei suoi pensieri. Forse la sua inquietudine era grande, ma anche in essa cera sempre un senso di integrit e sicurezza. Tutto si sarebbe messo a posto, sarebbe andato bene, lo sapevo.
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FINE Parte 2.